02-12-2016 ore 20:20 | Cultura - Crema in litteris
di Nicolò Premi

Crême en Lombardie: Victor Hugo rende eterno il mito romantico della città di Crema

Stupisce un po’ scoprire che la penna di Victor Hugo, padre del Romanticismo francese, abbia sfiorato, seppure per un attimo, anche Crema. Un breve accenno alla città si può incontrare infatti in una delle più complesse e ampie opere dello scrittore: La Légende des siècles (‘La Leggenda dei secoli’, 1883). Si tratta di un monumentale poema epico (scritto negli anni del suo esilio sulla romantica isoletta di Guernesey), il cui ambiziosissimo fine è di dipingere in un maestoso affresco la storia dell’Umanità, dal tempo dalla genesi della Terra e di Adamo ed Eva fino al Giudizio Universale. Il poeta immagina di poter contemplare davanti a lui, in un sogno, il muro dei secoli («J’eus un rêve: le mur des siècles m’apparut», v. 1), bello e terribile, su cui si disegnano e si mescolano tutte le scene del passato, del presente e del futuro e dove sfila tutta la lunga processione della storia dell’umanità attraverso i secoli. Le diverse ripartizioni dell’immenso poema rappresentano la traduzione in versi di questi grandi affreschi storici percepiti dal poeta come in una fuggevole e terrificante visione dove l’esattezza storica lascia il posto alla leggenda: il titolo, significativamente, parla di Légende, non di Histoire dei secoli.

 

Les Chevaliers errants

L’accenno a Crema s’incontra nel quindicesimo capitolo (si fa riferimento qui all’Édition collective del 1883). Nelle parti precedenti lo scrittore passa in rassegna le diverse epoche della storia dell’umanità dalle origini bibliche, a Gesù, al mondo romano, islamico e cristiano, sempre soffermandosi sulla descrizione di oscuri personaggi (storici o, più spesso, inventati) che incarnano e simboleggiano ciascuna delle epoche considerate. Il capitolo che ci interessa invece è dedicato a Les Chevaliers errants (‘I cavalieri erranti’), romantiche e solenni figure archetipiche di cavalieri medievali che vagano per il mondo in cerca di avventure. Uno di questi cavalieri è Éviradnus, un personaggio inventato da Hugo e sconosciuto alla letteratura medievale. Nel raccontare le avventure di questo eroe Hugo si sofferma a un certo punto sulla regione tedesca della Lusazia nella quale si conservava una bizzarra tradizione: alla morte del marchese di Lusazia, l’erede al trono, prima di assumere ufficialmente gli attributi sovrani doveva andare, una notte, a cenare nella torre della città di Corbus dove erano sepolti tutti gli antenati dell’antichissima stirpe dei marchesi di Lusazia: era solo dopo questo macabro pasto, ingerito respirando les funèbres parfums / des siècles (‘gli odori funebri dei secoli’) che si diventava marchesi di Lusazia.

 

Il medievale castrum Cremae.

Dopo aver descritto il terribile coutume de Lusace (‘costume di Lusazia’), Hugo fa una digressione sulla storia della stirpe marchesale e sulla città fortificata di Corbus. Scrive il poeta: […] quelquefois un château / est l’égal d’une ville; en Toscane, Prato, / Barletta dans la Pouille, et Crême en Lombardie, / valent une cité, même forte et hardie; / Corbus est de ce rang. In bei versi alessandrini il poeta spiega che «talvolta un castello è lo stesso che una città; in Toscana Prato, Barletta in Puglia e Crema in Lombardia, valgono come una città, proprio forte e ardita; Corbus è di questo tipo». Crema dunque, insieme a Prato e Barletta (altre città murate medievali), viene scelta come significativo esempio di città fortificata in cui la rocca (che a Crema si trovava presso Porta Serio), completa di tutte le sue masserizie, costituiva una vera e propria cittadella fortificata che, per usare le parole di Hugo, valeva come una città. Sembrerebbe che Hugo abbia tradotto quasi letteralmente un passo del Ritratto delle più nobili et famose città d'Italia di Francesco Sansovino (1575). A proposito di Crema infatti il Sansovino scrive che il castello di Crema, per opera dei Veneziani, «è stato molto nobilitato, tanto di popolo, quanto d’edifici, per cotal maniera ch’è riputato fa i primi castelli d’Italia. Onde volgarmente si dice: Barletta in Puglia, Prato in Toscana, Crema in Lombardia, volendo dinotare la bellezza, grandezza et ricchezza di detti Castelli, i quali superano tutti gli altri». L’espressione onde volgarmente si dice però fa pensare a una forma proverbiale, una specie di vox populi che indicava in quei tre castelli i luoghi più belli d’Italia. Nel Dizionario corografico del Regno di Napoli (1852) si dice che le tre città, insieme a Fabriano nelle Marche, erano indicate «fino de’ tempi di Leandro Alberti» come i «luoghi d’Italia di maggior bellezza». In effetti già nella Descrittione di tutta Italia (1561) di Leandro Alberti si citano i quattro castelli come luoghi «di maggiore eccellenza» in Italia. Se proprio dovessimo indicare una fonte scritta per il testo di Hugo la scelta potrebbe ricadere più facilmente sul Sansovino il quale, a differenza delle altre due fonti citate, non fa menzione di Fabriano. Ma si tenga conto che già Leandro Alberti indicava i castelli come «dal vulgo nominati»: può quindi darsi che la notizia sia giunta a Hugo come semplice voce di popolo, non attraverso un testo scritto ma semplicemente per via orale. Cionondimeno sull’immaginazione del poeta avranno forse agito anche i racconti storici sull’assedio di Crema, sempre più oggetto della mitografia e dell’interesse storico romantico nel corso dell’Ottocento. Nel notissimo volume dello storico ginevrino Simonde de Sismondi, Histoire des républiques italiennes du Moyen Âge (‘Storia delle repubbliche italiane del Medioevo’, 1818), ad esempio, è dedicato ampio spazio alla descrizione delle vicende storiche dell’assedio (Siége de Crème) con l’episodio drammatico degli ostaggi, e vi si legge, a proposito di Crema, una frase come: «Cette ville, ou plutôt cette bouorgade, comme on l’appelait alors, était entourée d’une double muraille» (‘questa città, o piuttosto questa borgata, come la si chiamava allora, era circondata da una doppia muraglia’). Si noti che Hugo definisce Corbus un burg.

 

Il mito di Crema

L’Histoire des républiques italiennes du Moyen Âge fu letto dai letterati di tutta Europa e incise profondamente sull’immaginario e sulle idee di molti pensatori. Si sa ad esempio che Manzoni scrisse le Osservazioni sulla morale cattolica (1819) proprio in risposta a quest’opera. Ma il libro di Sismondi è solo un esempio di quanto il mito di Crema, emblema di una libertà comunale che, arroccata sulle sue fortificazioni, si oppone valorosamente ai soprusi del dominatore germanico, abbia interessato gli ingegni dell’età romantica e ne abbia permeato l’immaginario: non solo esiste un romanzo storico del 1878 dello scrittore e drammaturgo teatino Pietro Saraceni intitolato Federico Barbarossa all’assedio di Crema, ma addirittura una tragedia del 1865 del letterato pugliese Beniamino Rossi intitolata Uberto da Crema che, secondo le fonti, ebbe il plauso del patriota risorgimentale Carlo Poerio e – non sarà un caso! – proprio di Victor Hugo. Tanto basti per concludere che la fantasia del padre del Romanticismo francese fu influenzata, seppur in minima parte, anche dalla cittadella di Crema la quale, grazie a lui, trovò il suo piccolo posto nella maestosa e tremenda storia (o leggenda?) dell’Umanità.

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