29-05-2026 ore 20:00 | Rubriche - Medicina e salute
di Gloria Giavaldi

Operatore socio sanitario: punto di riferimento, indispensabile lato umano nel percorso di cura

“Facevo l'impiegata in ufficio. Ad un certo punto della mia vita ho sentito che non bastava più. Ho avvertito l'esigenza di fare la differenza tutti i giorni nella vita delle persone. Non facendo grandi cose, ma gesti semplici in silenzio”. Un sorriso, uno sguardo condiviso, una parola gentile, “nel momento del bisogno sollevano dal dolore”. Fanno comprendere che quello della malattia o del dolore non è un peso da vivere in solitaria, ma un'esperienza da condividere, con tatto, empatia, competenza tecnica e relazionale. Lara Spini oggi è un'operatrice sociosanitaria nell'area materno infantile dell'Asst di Crema. Lo racconta con orgoglio, nel giorno in cui ricorre la giornata nazionale dedicata alla professione: “Ho il privilegio di sostenere le donne in uno dei momenti più importanti della vita. Le vedo diventare mamme, le vedo mentre tutti i muri crollano e si trovano ad affrontare attimi cruciali. In quei momenti il mio compito è offrire uno spazio di conforto e di aiuto. La presenza basta per fare in modo che una persona si senta vista per ciò che è”. Senza sovrastrutture.

 

Non avere paura della fragilità

L'operatore sociosanitario osserva, sostiene, connette. Lavora all'interno di equipe multiprofessionali. “L'assistenza oggi richiede uno sguardo da differenti punti di vista. Sono cambiate le persone, sono cambiati i bisogni. I pazienti sono più insofferenti alla fragilità, al dolore, alla malattia”. La guarigione spesso è lenta: richiede tempo, pazienza, presa di consapevolezza. È un percorso: “l'operatore sociosanitario cerca di esserci lungo questo percorso, assicurando uno sguardo libero. La fragilità è un valore aggiunto, è vero, ma bisogna saperla cogliere ed accogliere, ascoltare e viverla per ciò che è. Senza paura, senza pregiudizio”. Non va allontanata come cosa d'altri, va sostenuta come parte imprescindibile di ciascuno di noi: “servono i giusti occhiali per poterla osservare”.

 

Accoglienza è empatia

Nel reparto di ortopedia Paola Riboli coltiva ogni giorno quella che ha sempre avvertito come una vocazione: “ho lasciato gli studi di infermieristica e sono diventa un'operatrice sociosanitaria perchè stare accanto alle persone nel momento del bisogno mi fa sentire valorizzata, utile”. Da un senso a quella divisa beige che stringe a sé, mentre le parole escono a fatica. “Quando torno a casa la sera, il sorriso di un anziano o il grazie di un parente mi ricordano che ho fatto qualcosa di giusto per gli altri, ho lasciato un segno. E mi sento viva”. Accanto a lei, Enea Provinzano indossa una divisa fucsia sgargiante. La scritta caring assistant lo rende immediatamente riconoscibile: è quella presenza certa, anche durante l'attesa in pronto soccorso. “Sono un operatore sociosanitario da tempo. Ho lavorato in diversi reparti di degenza. Ho un bagaglio importante sulle spalle: ho visto volti ridere e occhi piangere, vedo scorrere la vita ogni giorno”. Tutto questo, in realtà, non passa, l'ha cucito addosso. “Quello che sto svolgendo ora non è un lavoro diverso: l'essenza dell'operatore sociosanitario resta. Sono una delle prime persone che i pazienti incontrano quando spaesati, affaticati e talvolta spazientiti vivono l'attesa, carica di paura, in pronto soccorso. Il mio compito non è solo quello di entrare in relazione, suggerisco rivalutazioni, se necessario e offro supporto costante in caso di necessità”.

 

'Un compagno di viaggio'

“In pochissime parole: l'operatore socio sanitario è un compagno di viaggio”. Uno di quelli discreti, che vorresti avere accanto davvero, degno sostituto di un buon libro anche in un viaggio in treno nonostante il caldo improvviso ed inatteso di questi giorni. Si affida alla sintesi, Umberto Franceschini, operatore sociosanitario in ambito domiciliare, prevalentemente presso le cure palliative. Poi precisa: “quando entriamo nella casa delle persone, lo facciamo con la giusta dose di delicatezza. La casa è il luogo più intimo di ognuno di noi. Varcare quella porta significa entrare nella vita di una famiglia. Per farlo serve il desiderio di costruire fiducia sia con il paziente, che con i familiari. E di stare accanto, sostenere. Senza imporre”.

 

Nuovi modelli assistenziali

Dal territorio all'ospedale, passando per gli ambulatori, “l'operatore socio sanitario è una figura preziosa. Un punto di riferimento per i pazienti, un volto umano da riconoscere per i parenti, un membro indispensabile dell'equipe per gli infermieri, i fisioterapisti, i tecnici e anche per i medici”. Nell'Azienda sociosanitaria territoriale di Crema oggi gli operatori sociosanitari sono 176. “Professionisti, non figure di supporto, che integrano l'assistenza e la completano”. Secondo Annamaria Bona, direttore aziendale delle professioni sanitarie e sociosanitarie: “sono preziosi nell'ambito di un qualsiasi percorso di presa in carico. Anche nell'ambito dei nuovi modelli assistenziali e organizzativi che stiamo implementando tra il pronto soccorso e la medicina, svolgono un ruolo di rilievo”. Lo fanno ogni giorno, senza clamore. Portando con loro anche l'esempio di chi non c'è più. In pronto soccorso, una targa ricorda ancora a tutti il prezioso lavoro di Giovanni Baldi, operatore sociosanitario venuto a mancare sei anni fa, durante la pandemia: “Di Giovanni porto con me ogni giorno il sorriso. Anche la giornata più maledetta, con lui, non poteva chiudersi in modo diverso” conclude Provinzano.