24-04-2026 ore 18:32 | Rubriche - Medicina e salute
di Valentina De Gregorio

Benessere psicologico, il ricorso all'intelligenza artificiale non è una valida scorciatoia

Capita spesso di cercare online una risposta a qualche nostro sintomo, un’abitudine ormai estesa anche alle intelligenze artificiali, come Chatgpt. Ma cosa accade quando iniziamo ad usarle per ricevere consigli personali, supporto emotivo o, peggio ancora, come alternativa allo psicologo? Forse non vi è capitato in prima persona, ma si tratta di un fenomeno in continua crescita, con conseguenze emergenti. Abbiamo approfondito il tema con la dottoressa Sara Bianchessi, psicologa clinica e prossima alla specializzazione in psicoterapia. Laureata in Università Cattolica nel 2021, attualmente ricopre l’incarico di coordinatrice del Consultorio familiare Kappadue di Crema della Cooperativa Igea. Per la Cooperativa Igea collabora anche con una neuropsichiatria (Centro Famba) e con un poliambulatorio (Totem). “È sicuramente un fenomeno sociale che noi psicologi osserviamo con attenzione. Non è certo una novità, ma la rapidità con la quale queste soluzioni digitali -con una scarsa etica reale- si stanno diffondendo ci impone una vigilanza costante, proprio per tutelare la sicurezza emotiva dell’utente e proteggere l’integrità della nostra professione”

 

L’intelligenza artificiale nella nostra quotidianità

Quando ci si affida all’intelligenza artificiale è bene mantenere un atteggiamento vigile, essere consapevoli dei limiti dello strumento e della sua innata accondiscendenza verso l’utente, soprattutto quando l’Ai entra in relazione con gli aspetti emotivi, relazionali e comportamentali della nostra vita quotidiana. La dottoressa Bianchessi, pur riconoscendone le potenzialità in ambiti come il lavoro o lo studio -ad esempio per ricercare e processare velocemente grandi quantità di dati- come professionista della salute mette in guardia rispetto ad un uso apparentemente innocuo nel quotidiano di questo strumento- ad esempio per la richiesta di un parere su una situazione personale- sconsigliandone l’impiego e prediligendo il contatto u mano. “L’Ai è uno strumento potente e il suo utilizzo, anche nel contesto quotidiano, deve avere un limite netto: non deve diventare uno strumento fai da te da usare al bisogno. Non è infallibile, è un sistema statistico e non un soggetto pensante. Proprio per questo incaricare questa tecnologia di risolvere e rispondere ad un consiglio su un vissuto personale significa introdurre un elemento non idoneo in una situazione che invece richiederebbe presenza, consapevolezza e soprattutto responsabilità diretta. Mi spiego meglio: se voglio cucinare una torta e non so la ricetta, posso usare l'intelligenza artificiale perchè l'esito non ha alcun impatto sulla mia persona, ma se inizio a porle domande riguardanti dinamiche relazionali o emotive della mia vita, potrebbe instaurarsi un meccanismo rischioso”.

 

Hai ragione!”. Una rischiosa accondiscendenza

Cosa ci spinge davvero a rivolgerci a Chatgpt, invece di cercare un contatto umano? “Noi professionisti crediamo che ci sia un'illusione di efficienza, cioè l'idea che questo tipo di strumento ci possa dare una risposta rapida, asettica, oggettiva, quando in realtà la psicologia non è fatta di risposte pre-confezionate, ma di una relazione che si costruisce nel tempo”. Un’asetticità mascherata da risposte estremamente empatiche e accondiscendenti, che finiscono per validare ogni nostro sentimento. È il cosiddetto fenomeno dell’AI-alignment. Commenta così Sara Bianchessi la tendenza di questi strumenti a darci sempre ragione: “Questo è uno degli ostacoli maggiori dal punto di vista terapeutico. Per me l'intelligenza artificiale è come se fosse un rimuginatore ossessivo che scompone la richiesta a livelli veramente estremi pur di dirti esattamente quello che vuoi sentirti dire. La terapia non è dare ragione al paziente offrendogli un confronto passivo, è un processo di messa in discussione di tutte quelle inconsapevoli dinamiche disfunzionali che adottiamo”. Per far fronte alle esigenze di una vita frenetica che ci richiede di essere sempre funzionanti, non concediamo spazio a sentimenti contrastanti e dolorosi, evitando così di arrivare al cuore del problema.

 

Il costo della terapia: l’AI non è un’alternativa sicura

Il basso o nullo costo dell’AI rappresenta sicuramente una delle motivazioni più discusse per il suo uso sostituivo o integrativo rispetto a un percorso terapeutico. In particolare, abbiamo chiesto a Sara se l’AI possa ritenersi un’alternativa valida in situazioni di emergenza o di difficoltà economica: “La ritengo un’alternativa rischiosa e discriminatoria, perché non possiamo accettare l’idea di una terapia di serie B per chi è in difficoltà economica. La salute mentale non può e non deve essere delegata ad un software che non è capace di leggere tra le righe e che non è in grado di cogliere la gravità della situazione. Studi recenti stanno sollevando dubbi proprio sulla sicurezza emotiva degli utenti e sulla validità scientifica e clinica di un supporto che non tiene conto della storia profonda dell’individuo”. La dottoressa segue scrupolosamente l’evoluzione del dibattito, soprattutto per quanto riguarda le implicazioni bioetiche e la protezione dei dati sensibili. È un tema da tenere in considerazione anche quando si sceglie di rivolgersi a Chatgpt per la percezione di anonimato: “sebbene rassicurante, spesso serve solo ad evitare il nucleo del problema: la difficoltà a relazionarsi con l’altro”. È dunque importante prediligere sempre un contatto umano, come un amico, un familiare e soprattutto un professionista. Nel territorio cremasco sono attivi diversi servizi di salute mentale che garantiscono una presa in carico gratuita per l'utente, mentre per le situazioni più critiche ed emergenziali è possibile recarsi al pronto soccorso.

 

Immediatezza e l’impatto sul rapporto professionista-paziente

“L’introduzione di strumenti di AI nella relazione di cura può indebolire alcuni elementi fondamentali del processo terapeutico, in particolare la costruzione del legame, la fiducia e la profondità del lavoro condiviso, interferendo con la qualità terapeutica e con i tempi necessari al cambiamento psicologico”. L’immediatezza e la reperibilità h24 sono tra le principali caratteristiche che ci spingono a rivolgerci all’AI: “Il fatto che esistano strumenti sempre disponibili porta gli utenti a chiedere una disponibilità dei professionisti giorno e notte, in pausa pranzo, e nei giorni festivi, ma la logica della terapia e quella della ricerca online rispondono a principi fondamentalmente diversi e difficilmente sovrapponibili. La prima si fonda sulla lentezza, sull’elaborazione progressiva e sulla complessità del vissuto oggettivo. La seconda, sulla rapidità e sulla semplificazione”.

 

Abbattere muri

Con Sara discutiamo di come il confronto con l’Ai interferisca sulla professione dello psicologo: “quando un paziente arriva con una diagnosi già pronta questa funge da muro con il terapeuta, in quanto il paziente cerca di confermare quanto letto piuttosto che esplorare cosa prova o il significato che quella diagnosi ha per lui. Se il paziente è sicuro di quella diagnosi e il professionista la contraddice, diventa complesso instaurare un rapporto di fiducia, soprattutto se il paziente ha la percezione che la sua situazione venga sottovalutata solo perché non in linea con quanto Chatgpt ha formulato. Questo rallenta il percorso clinico, perché è necessario prima smontare le risposte artificiali per poter poi arrivare al vissuto autentico della persona”.

 

I giovani tra i soggetti più vulnerabili

Per la dottoressa sono tre i soggetti più vulnerabili. I nativi digitali, abituati a mediare ogni relazione attraverso uno schermo: interfacciarsi con uno strumento sempre compiacente rappresenta un rischio per la loro crescita emotiva. “Se non viene mai contraddetto, come imparerà a gestire conflitti e frustrazioni nel mondo reale? È come se si creasse una sorta di anestesia relazionale”. A seguire, i soggetti che vivono situazioni di isolamento sociale critico: “Si può sviluppare anche un attaccamento morboso verso l’Ai, che diventa una sorta di amico di penna. È un paradosso pericoloso considerare amica una macchina che allontana dal contatto umano e dalle amicizie reali”. Infine, i soggetti che vivono crisi acute, hanno pensieri anticonservativi o una psicopatologia grave. Lo strumento potrebbe non capire o peggiorare una situazione già complessa, lasciando la persona sola e confusa. “Il rischio maggiore è proprio una sorta di deumanizzazione della sofferenza, trattando il dolore psichico ed emotivo come un problema da risolvere con un software, anziché come un grido d’aiuto che richiede ascolto, empatia e soprattutto responsabilità clinica”.