23-02-2026 ore 20:45 | Rubriche - Musica
di Nino Antonaccio

David Byrne all'Arcimboldi. Lucido, oggettivo e diretto: un grande regalo d’amore e gentilezza

Andiamo subito al sodo, e saltiamo tutta la retorica sui concerti (meglio prima, meglio adesso, i costi assurdi dei biglietti, eccetera). Perché siamo qui, un sabato sera neanche tanto freddo, davanti a un grande teatro milanese? Cosa stiamo aspettando? Chi troveremo dietro le porte vetrate? Probabilmente una nostra idea di bellezza, l’abbiamo scelta mesi fa davanti al pc su Ticket One, trovando due ultimissimi posti disponibili. Come non approfittarne? Personalmente, poi, cercavo il modo migliore per concludere la mia gloriosa serie di concerti iniziata nel ‘73 (Emerson, Lake & Palmer, stadio Flaminio, Roma). Ed ecco l’affinità: 73, questo numero… sono gli anni di David Byrne: allora è la persona giusta. Poi sarebbe stata la terza volta che lo avrei visto dal vivo: la prima nel 1980, coi Talking Heads, ai tempi di Remain In Light, la seconda qualche anno dopo, col suo progetto Rei Momo. Che dire? Si va a fare la cosa giusta, senza indugi.

 

Oggettivo, lucido, diretto

Lo spettacolo che David sta portando da tempo sui palcoscenici prende spunto dal suo ultimo Who is the Sky? album onesto, solare quanto basta, con alcune piccole perle di splendore che per fortuna ha deciso di proporre in scaletta, nella quale ha aggiunto un nuovo brano scritto con Eno, T-Shirt, molto accattivante. Ma dal nuovo, inevitabilmente, si passa facilmente allo “storico”, alla nobiltà del repertorio di David con i suoi TH, la gente è qui per questo, soprattutto. Per sentirsi ancora forte e nervosa, come se questa musica potesse risvegliare le coscienze e i sensi (se non le prime, almeno i secondi) per vedere meglio le strade del mondo e ciò che vi accade, e cercarne un riscatto. Quindi se Byrne decide di proiettare sulle pareti a led le violenze dell’Ice e le bandiere del “nostro” 25 Aprile è perché ci sta chiedendo da quale parte stiamo, dicendoci quale sia la sua. Non credo che voglia apparire coraggioso, il Nostro, bensì oggettivo, lucido, diretto. Lunga vita a te, David, che non taci come ormai è usuale.

 

Annullare le differenze

Si parte un’ora prima del previsto (alle 20, strano, ma alla fine non male) e per quasi due ore i musicisti suoneranno e danzeranno sui led a pavimento e a parete coinvolgendo chi assiste in modo davvero originale, che ti vien voglia di alzarti dalla poltrona e ad andare sotto il palco: a metà concerto succede davvero, annullando le differenze valoriali dei posti (forse le prime file se ne saranno risentite, ma il rock è anche questo…). Dicevamo dei “classici” dei Talking Heads che abbiamo ascoltato e visto. Life During Wartime / This Must Be the Place / Psycho Killer / Once in a Lifetime / Burning Down The House… Da restare senza fiato. Ma anche And She Was, Independence Day, Heaven. E tutti i paesaggi coreografici che porteremo in memoria, uno per ogni brano, per ogni incanto che la voce ancora solida di David sa disegnare.

 

 

Accoglienza sonora e visiva

Essendo uno spettacolo costruito con una cura tecnica millimetrica per la sincronia musiche/immagini, potresti dire che vien meno una componente spesso determinante nei concerti: non lo trovo un limite, se è stato pensato come un racconto per stanze, dove ogni volta entri in una di queste e scopri il suo mondo fino all’ultimo particolare. Come quando ci fa vedere la sua casa in My Apartment Is My Friend, ecco, è un’accoglienza sonora e visiva. Comoda, perché no? Non ce la meritiamo? La band mobile funziona alla grande, ogni strumentista si fa carico (nel vero senso della parola) dell’esecuzione, mostrando talenti ulteriori. Concerto totale. Un tour che saprà farsi ricordare, ne sono certo, dimostrando che Byrne ha sempre cercato nuove strade, che la curiosità è la sua traiettoria, come dimostrano le sue collaborazioni: una tra tutte, con la talentuosa St. Vincent, che ci auguriamo continui. Un bel regalo, questo concerto di David fatto di amore e gentilezza per il suo pubblico.