22-02-2021 ore 09:40 | Rubriche - Costume e società
di Gloria Giavaldi

'Come stiamo?', il questionario di Cecilia fa il punto: 'ascoltateci e aiutateci a cambiare'

La pandemia ha rivelato la forza della fragilità, unita all'importanza dell'ascolto e alla difficoltà di farsi capire dagli adulti. Queste alcune delle conclusioni tratte da Cecilia Bombari, studentessa del liceo scientifico Racchetti Da Vinci balzata agli onori delle cronache per aver redatto il questionario Come stiamo?. Il lavoro mirava ad indagare la situazione psicologica ed emotiva degli adolescenti. L'indagine ha riguardato 146 studenti delle classi quinte dell'istituto Racchetti Da Vinci ed è stata realizzata nell'ambito del giornalino d'istituto, coordinato dall'insegnante Barbara Pagliari. “In questo periodo – spiega la docente - ho ritenuto importante ascoltare i ragazzi: parlare con loro piuttosto che di loro”. Dalla didattica a distanza, ai social network, alla scuola e “al tempo rubato”. Cecilia ne ha parlato, durante la serata organizzata nei giorni scorsi dall'Orientagiovani di Crema, con gli studenti Andrea Pilenga (liceo scienze applicate Galilei), Francesco Fossati e Martina Gagliardo (liceo economico sociale Munari) e con Maura Manca, psicologa psicoterapeuta e presidente dell'Osservatorio nazionale adolescenza.

 

Didattica a distanza e social network

Le lezioni online per l'86,6 per cento degli intervistati sono poco motivanti. Tuttavia la didattica a distanza in questa situazione era inevitabile per il 67,4 per cento. “Bisogna distinguere – spiega Cecilia – il piano formativo da quello umano”. Dai commenti è emerso che la Dad priva “di ciò che prima si dava per scontato: del rapporto, della socialità, della routine”. Il parere degli intervenuti alla serata è unanime: “questo tipo di didattica ha salvato la situazione scolastica, permettendoci di proseguire l'anno. Ci è mancata la didattica in presenza, ma siamo qui e ce l'abbiamo fatta”. Anche grazie ai social che sono “un mezzo, ci hanno offerto uno spazio per esprimerci, ci hanno tenuto compagnia”. Ma la vita non è davanti ad uno schermo. “I social sono uno strumento, non un'alternativa alla socialità”. Sul punto Andrea precisa: “se vengono utilizzati correttamente possono creare socialità”. “Possono essere un modo per tenere un contatto - sembra fargli eco Francesco– ma la vita resta là fuori: il contatto, una pacca sulla spalla sono una cosa diversa”.

 

Conseguenze

Quanto alle conseguenze determinate dalla pandemia, “le femmine – prosegue Cecilia – hanno dichiarato di aver manifestato disturbi d'ansia, attacchi di panico, disturbi del sonno, disturbi alimentari. I maschi, invece, sembrano aver reagito prontamente”. Fatta salva la percezione comune di “aver perso tempo”, o meglio “non aver potuto vivere a pieno questi momenti”. “In questo periodo – spiega meglio Cecilia – siamo in un limbo. Immobilizzati tra il desiderio di sentirci parte di un mondo di adulti e l'incapacità di farlo. In genere, avvertiamo un disagio che spesso fatichiamo ad esprimere”. Anche per questo “il 60 per cento delle persone intervistate ha pensato di rivolgersi ad uno psicologo, anche se poi solo il 9 per cento lo ha fatto davvero”. Martina è di un avviso diverso: “non credo di aver perso tempo, né penso che questi momenti mi siano stati rubati. Li ho usati per fare il punto e dedicarmi ad altri aspetti comunque essenziali della vita, come la famiglia”. Francesco ribatte : “ho rinunciato a qualcosa, ma l'ho fatto per il bene comune. Certo, siamo la generazione cui è stato tolto di più, l'abbiamo sopportato: siamo degli eroi”. Pure il tema del supporto psicologico anima la serata: “dallo psicologo – prosegue Francesco – dovrebbero andarci tutti: non è sintomo di debolezza”. Sulla stessa linea d'onda anche Andrea: “la mia scuola ha proposto una sorta di campagna di sensibilizzazione per far conoscere la figura dello psicologo. Credo sia importante”.
 

Davanti ai limiti

“La pandemia non vi ha rubato nulla. Non ci ha rubato nulla” esordisce così la psicoterapeuta Maura Manca, autrice del libro Leggimi nel pensiero. “Ci ha posto davanti ai limiti. Ha palesato ciò che non funzionava sul piano scolastico e della cultura psicologica, anzitutto. Questi anni andranno sprecati solo se non avremo il coraggio di cambiare. Diversamente, questo tempo ci avrà dato l'opportunità di fermarci per aggiungere. Per evitare che la pandemia faccia danni dobbiamo superare la nostra zona di comfort. Andiamo oltre”. L'emergenza ha mostrato la vulnerabilità come forza. “Chi è sensibile non è debole, chi si mette in discussione per migliorare non è debole, chi chiede aiuto non è debole. Una condizione estrema come questa genera un'amplificazione di ciò che abbiamo dentro. Ad esprimerlo ci vuole coraggio”. Coraggio, non debolezza. “È una questione di cultura psicologica, che in Italia è mancata per troppo tempo”.

 

Giovani e adulti

La situazione di incertezza che ha abitato e abita il mondo degli adulti, secondo la Manca, ha alimentato l'ansia dei giovani. “Noi adulti non siamo stati capaci di sciogliere l'intreccio. Anche questo ha fatto venire l'ansia. La mancanza di un approdo genera ansia”. Nel rapporto con i ragazzi, soprattutto tra genitori e figli “ora diviene importante ascoltare, creare vicinanza, non avendo paura di perdere il ruolo. Spesso la chiave di un rapporto è il rapporto stesso. I giovani oggi devono cambiare, devono adattarsi, ma cambiano solo se si fidano”. La pandemia ha richiesto elasticità. “Anche sul piano dell'innovazione tecnologica bisogna smetterla di ragionare con rigidità. La tecnologia oggi è parte integrante delle relazione. È un veicolo, non vuole sostituirsi alla realtà, al contatto, alla socialità. È bene trovare un equilibrio tra le due parti”. L'equilibrio passa dal confronto. La speranza di Cecilia, Martina, Andrea, Francesco e di molti altri giovani è una sola: “speriamo che gli adulti vogliano ascoltarci sinceramente”. Chiedono, soprattutto agli insegnanti, “comprensione e interesse”. Per le persone, prima che per le nozioni.

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