21-03-2026 ore 20:13 | Rubriche - Cucina
di Annamaria Carioni

La cucina italiana patrimonio dell’umanità: a tavola fra tradizione, identità e futuro

C’è un valore profondamente simbolico nel celebrare un riconoscimento globale intorno ad una tavola imbandita. È quanto accaduto il 19 marzo, quando oltre 7.800 membri dell’Accademia Italiana della Cucina, in 54 Paesi del mondo, si sono riuniti per festeggiare il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura, che dal 1945 promuove la pace, la cooperazione internazionale e protegge il patrimonio materiale ed immateriale dell'umanità con lo scopo di salvaguardarlo per le generazioni future. Un traguardo che va ben oltre la gastronomia e che celebra un sistema culturale fatto di tradizioni, relazioni e identità condivisa.

 

La delegazione di Crema
Anche la delegazione di Crema ha preso parte a questo momento storico con una serata conviviale a Izano, ospite dell'Osteria Giosano: una prestigiosa tavolata a ferro di cavallo ha accolto il sindaco di Crema Fabio Bergamaschi, il presidente della Pro Loco cittadina, Vincenzo Cappelli, e una ventina di esperti accademici, tutti appassionati di temi legati alla cucina, alla tradizione, alla ricerca gastronomica. Gli onori di casa sono stati affidati al capo delegazione Federico De Grazia e a Filiberto Fayer, accademico e membro della commissione comunale per il riconoscimento della De.Co. (Denominazione Comunale) di Crema.

 

Sapienza, territorio e racconto sociale
Il sindaco di Crema ha evidenziato come il cibo rappresenti per l’Italia non solo un asset economico, ma un vero elemento culturale distintivo, che “è parte integrante del dialogo quotidiano: parlarne, confrontarsi e condividerlo è un tratto identitario, che rafforza il senso di comunità”. Il presidente della Pro Loco ha sottolineato come il valore del cibo risieda nell’incontro tra sapienza e contesto. Ogni piatto nasce da una storia fatta di condizioni sociali, economiche e ambientali specifiche, diventando così uno strumento per leggere la società. “Non è un caso che prodotti locali come il Salva Cremasco o i tortelli abbiano saputo varcare i confini nazionali – ha ricordato con gioiosa soddisfazione – Le nostre eccellenze gastronomiche portano con sé un’identità forte e riconoscibile anche all’estero”.

 

Una tradizione viva e condivisa
Il capo delegazione dell’Accademia ha richiamato il significato più ampio del riconoscimento Unesco, ricordando che “la cucina italiana è un insieme di saperi non solo culinari, ma anche conviviali e sociali, che sono trasmessi di generazione in generazione su tutto il territorio nazionale. E' una tradizione che nasce nelle famiglie, ma che si evolve grazie al contributo di cuochi e gastronomi, mantenendo vivi valori contemporanei come inclusività e sostenibilità”. Ha poi invitato i presenti ad alzare i calici per il primo brindisi della serata.

 

Oltre i piatti: la cultura della convivialità
Il contributo del dottor Fayer ha chiarito ulteriormente il senso del riconoscimento: non è stato premiato un singolo prodotto, ma un’intera visione culturale. La cucina italiana è fatta di tante cucine locali, diverse nei piatti, ma unite da un filo comune: la convivialità. Dalla Lombardia alla Sicilia, ciò che resta invariato è il valore dello stare insieme a tavola, luogo di condivisione, dialogo e relazioni. È questa dimensione culturale diffusa, più che la singola preparazione, a rendere unica l’esperienza italiana rispetto ad altri Paesi ed è questa peculiarità che l'Unesco ha voluto premiare.

 

Il territorio nel piatto
Durante la serata, il menu ha rappresentato un vero racconto del territorio: salame cremasco, cotechino con purè e “pipetto” con uovo di quaglia e fonduta di Salva, accanto ad un'insalata di germogli sono stati i gustosi antipasti, che hanno annunciato uno dei piatti più amati, i tortelli cremaschi, serviti come da tradizione con burro e salvia. A seguire oca con verze e polenta e per chiudere in dolcezza spongarda con crema al mascarpone. Ogni portata ha dato voce ad una storia che ha parlato di stagionalità, memoria e legame con la terra, confermando come la cucina sia uno dei mezzi più immediati per esprimere l’identità di una comunità. Tra una portata e l'altra, i convenuti hanno avuto modo di chiacchierare serenamente e anche di infervorarsi in interessanti quanto vivaci dibattiti intorno alla qualità del cibo e a quali siano i criteri più corretti per poterne dare valutazioni di gusto e di apprezzamento.

 

Una responsabilità per il futuro
Il riconoscimento dell’Unesco, frutto di un percorso avviato nel 2023 e fortemente sostenuto dall'Accademia, insieme alla Fondazione Casa Artusi e alla rivista "La Cucinca Italiana", non è solo un punto di arrivo, ma una responsabilità da esercitare con sempre rinnovato impegno, in quanto preservare la cucina italiana significa continuare a raccontarla, trasmetterla e reinterpretarla. In equilibrio tra tradizione e innovazione, essa resta un linguaggio universale, capace di unire culture diverse senza bisogno di traduzione. È proprio in questa capacità di evolversi, senza perdere le proprie radici, che risiede il suo valore più autentico. E' un patrimonio vivo, che nasce nelle case, si trasmette nelle famiglie e si evolve nel tempo, mantenendo però un forte legame con le radici. È una cucina fatta di gesti quotidiani, di convivialità e di relazioni, prima ancora che di tecnica. E' una cucina unica ed inimitabile.