
Il fallimento, l'imperfezione e l'amore. Tre ingredienti importanti per realizzare grandi sogni. O semplicemente per vivere coltivando l'umanità e apprezzando la moltitudine della diversità. “Perchè la verità è che nessuno è perfetto e ciascuno di noi può essere tante cose diverse”. A Crema Luca Trapanese ha parlato a ruota libera. Invitato dall'Associazione Canguro, ente che sul territorio si occupa di affido ed adozione, ha spaziato dall'idea di famiglia, allo sguardo che la società dovrebbe maturare sulla disabilità, fino all'importanza del welfare in un sistema istituzionale “che non sa ancora guardare ed ascoltare le persone per ciò che sono”. “Il nostro – ha detto di fronte ad una sala Alessandrini stracolma di persone – è uno Stato che non ha ancora compreso la differenza tra malattia e disabilità. Continua a fornire risposte lacunose a bisogni socioassitenziali, senza sostenere con forza la vita delle persone. Di tutte le persone, con e senza disabilità”.
Dalla parte dei diritti
Trapanese è intervenuto nell'ambito del Festival dei diritti promosso da Csv Lombardia. Ad accoglierlo, tra gli altri, la presidente dell'associazione Evi Grimaldelli, il sindaco di Crema Fabio Bergamaschi e l'assessore al welfare Anastasie Musumary. Attivista, autore del libro Storia di una famiglia imperfetta, vicepresidente del consiglio regionale della Campania, ma soprattutto papà di Alba, una bambina con sindrome di Down, è stato il primo single e gay in Italia ad adottare una bimba con disabilità. Ha sempre deciso nella sua vita di schierarsi dalla parte dei diritti. Ha conosciuto la sofferenza a 14 anni, quando il suo miglior amico Diego è morto di melanoma. Ha scelto di vivere, accanto alle persone con disabilità, sul Treno bianco, l'esperienza di Lourdes. E poi ha fatto volontariato in India e in Africa. Il momento “più buio” lo ha vissuto in seminario. Poi ha incontrato un grande amore. “Da quella relazione è nata l'esperienza condivisa dell'associazione A ruota libera che oggi in Italia assicura progetti di inserimento lavorativo, housing sociale e di vita indipendente per persone con disabilità. Insieme al mio compagno, abbiamo creato anche la Casa di Matteo, una residenza per persone con disabilità gravissima e bambini terminali”.

Florinda e Francesco
“Diventando adulto, ho conosciuto Florinda e Francesco, una mamma adottiva ed un figlio adulto con disabilità. Attraverso le parole di Florinda ho sperimentato la paura che un genitore di una persona con disabilità vive pensando al domani. Attraverso l'adozione, Florinda ha trovato una soluzione al suo pensiero più grande: mi ha adottato, nel rispetto delle normative, facendo in modo che io diventassi uno di famiglia, meglio suo figlio ed il fratello di Francesco.
Ancora prima che arrivasse Alba, ho compreso che la famiglia non è un'etichetta, non è una convenzione. É dove c'è amore, desiderio di stare insieme, di sostenersi, abbracciando le peculiarità di ciascuno”.
Una fatica necessaria
“Finita la mia relazione, ho avvertito il desiderio di aiutare una famiglia. Mi sono iscritto al registro del Tribunale di Napoli per l'affido, consapevole che avrei potuto aiutare una famiglia per un periodo limitato. Quando mi hanno proposto Alba, una neonata di 27 giorni, non ero preparato. Era stata lasciata dalla madre in ospedale e rifiutata da coppie tradizionali. Siamo abituati a dividere il mondo in colpevoli ed eroi. Ma io non mi sono mai sentito un eroe per aver accolto Alba nella mia vita, né ho mai puntato il dito contro la scelta di quella madre (e di quel padre) che l'aveva lasciata in ospedale. Al contrario, ho sempre pensato che quello sia stato il gesto di coraggio e di amore più difficile di tutti. A distanza di tempo, ho potuto adottare Alba grazie all'istituto dell'adozione speciale, perché oggi la legge non permette ad un single di adottare. Questa è la mia storia. Raccontarla è sempre stata una fatica. Una fatica necessaria, per far cambiare le cose. Per garantire lenti passi avanti nei diritti, negli sguardi, nelle consapevolezze”.
Famiglie
“La verità è che oggi non siamo capaci ancora di guardare alle persone con disabilità per quello che sono: persone. Non ci sono risposte istituzionali adeguate ad accogliere le persone con disabilità nella loro globalità e capaci di garantire uno sguardo certo sul futuro di tutti: i progetti non bastano. Non si può far conto su iniziative progettuali, quando finiscono la vita non finisce”. Non ci sono occhi pronti ad osservare la realtà liberi dal pregiudizio. “Allo stesso modo, le etichette oggi definiscono ancora la famiglia. Ma la mia esperienza insegna che le definizioni non servono e non bastano. Io, Alba, Florinda e Francesco eravamo e siamo riconosciuti nella realtà, nello stare insieme, nell'amore. Quindi siamo famiglia. Una famiglia imperfetta, a modo nostro”. E di famiglie ve ne sono molte altre, diverse. Lontane dalla perfezione, ma unite nell'amore.
Alla ricerca
“Nella vita mi ha sempre mosso un costante senso di ricerca. Io non credo sia grave sbagliare strada: anzi, quello credo sia il momento di crescita più alto: ascoltarsi, accorgersi per riconoscersi. E continuare a camminare”. In un'esperienza, quella della vita, in cui i legami contano più delle definizioni. Delle parole. “Oggi posso fare affidamento su una fitta rete di persone che mi sostengono, che sostengono Alba: si sono avvicinate alla disabilità e hanno scoperto una persona. Questo è importante: occorre cambiare sguardo e imparare a mettere il sistema sociale al centro delle politiche pubbliche. Non per modo di dire, davvero: perchè un sistema sociale efficace migliora la vita delle persone”. Migliora le persone.
Essere genitori
Infine, una riflessione sull'affido e l'adozione. “Forse varrebbe la pena riflettere più in generale sui temi della genitorialità. Perchè quelli affidatari ed adottivi non sono genitori di serie b. Sono genitori. I dati Istat ci dicono che dal 2000 al 2021 siamo passati da 12 mila adozioni a seimila e che i minori adottabili sono passati da 1200 l'anno a 300 l'anno. Di più, l'Istat ci dice che sono sempre di più le famiglie che non vogliono figli. Forse bisogna fare una seria riflessione sulla genitorialità, su ciò che vogliamo essere”. E anche su ciò che vogliamo diventare. “Essere genitori affidatari spesso vuol dire essere genitori a tempo determinato, ma è una scelta consapevole: è la decisione di entrare in punta di piedi nella vita di un giovane per accompagnarlo anche solo per un tratto. Per esserci, per lasciare un segno di speranza e di amore nella quotidianità”.
