20-02-2021 ore 20:27 | Rubriche - Medicina e salute
di Gloria Giavaldi

Covid19, un anno dopo. Giornata dei camici bianchi: 'possiamo uscirne solo insieme'

“Uno tsunami”. É passato un anno, la definizione resta sempre la stessa. “Il nostro ospedale si è rimesso in gioco completamente”. Le parole, nella prima Giornata dedicata ai camici bianchi, escono a fatica. Micaela Susca, medico di pronto soccorso dell'ospedale Maggiore di Crema ripercorre gli attimi immediatamente successivi allo scoppio della pandemia: “ho avvisato i colleghi della scoperta del paziente uno di Codogno. Dopo quattro ore eravamo sommersi”. Paura, dolore, ambulanze. Persone di cui prendersi cura. “Mancavano gli spazi, eravamo in pochi, molti di noi si sono ammalati. Ricordo lo smarrimento dei primi giorni e la paura di non riuscire a gestire una situazione apocalittica”. Silenzio. “Le ambulanze in arrivo presso il nostro ospedale non si contavano”. L'unica cosa che non è mai tramontata è stato il desiderio di “prendersi cura di tutti e di ciascuno”. Nonostante la distanza, i protocolli da rispettare, i dispositivi di protezione. “Ci siamo rimboccati le maniche: insieme abbiamo continuato a camminare”. L'ospedale è fatto di persone. Diverse, per professionalità e carattere. Unite dal desiderio di fare bene agli altri.

 

'Il mio corpo non era più mio'

“Persone, non eroi, che si prendono cura e lo fanno con il cuore”. La voce di Monica Priori è rotta dalla commozione. Infermiera presso il pronto soccorso del Maggiore di Crema, Monica si è ammalata il 25 febbraio. “Il 29 sono stata intubata. É come quando si spegne un interruttore. Non ci sei più. Mi sono risvegliata l'8 marzo. Mi hanno fatto gli auguri per la Festa della donna. Lì ho realizzato che era passato del tempo”. E che era cambiata. “Non riuscivo a muovermi, non avevo forza. Il mio corpo non era più mio e la mente viaggiava. Ho vissuto giorni nell'inconsapevolezza, mi sono lasciata travolgere da qualcosa più grande di me. Non avevo potere, ero nelle mani degli altri, non potevo far altro che accettare ciò che mi stava capitando”. Poi la rinascita: “mi hanno estubato il 9 marzo. Ho cominciato ad agitare le braccia: stavo ballando. Respiravo: è stato come rinascere. Ho subito telefonato alla mia famiglia ed ho pianto”. Si è ritrovata ad abbracciare la fragilità. “Il Covid isola. Lascia le persone da sole. Quando sono tornata a casa sono rimasta in isolamento ancora per una settimana. Vedere da lontano le mie figlie e non poterle abbracciare è stato devastante”. A settembre il ritorno in reparto. “Ho sempre amato il mio lavoro, sono sempre stata piena di passione. Ora però le priorità sono cambiate: ho fatto fatica a rientrare, sento di aver rischiato di perdere tutto”. Ciò che non è cambiato è l'amore per i pazienti: “la malattia mi ha reso ancora più empatica: mi basta un profumo per rivivere tutto. Come un boomerang”. Fa una pausa: “non sono un eroe – ripete – ma una professionista che si prende cura con passione. E, come tutti i miei colleghi, merito rispetto”.

 

Il ricordo e la speranza

Tutti meritano rispetto. Anche coloro che in questa pandemia hanno perso la vita. Tra loro Giovanni Baldi, operatore sociosanitario presso l'ospedale Maggiore di Crema e Luciano Abruzzi, neurologo dell'ospedale Maggiore di Cremona. “Giovanni – ricorda Micaela Susca – sapeva sempre come far tornare il buonumore. Era una certezza”. Passano sullo schermo le immagini di un video da lui realizzato per donare speranza. “Era convinto di vincere questa battaglia” spiega Michele Gennuso. Era un ottimista per natura. Al pari del dottor Abruzzi. “Papà – interviene Dario Abruzzi – mi ha insegnato che la cosa più importante non è guarire, ma prendersi cura ogni giorno delle persone”. Dario, medico specializzando in ortopedia, fa suo lo spirito del papà: “la relazione è uno degli aspetti principali della vita e della nostra professione. So che il medico riveste anche un ruolo di responsabilità sociale. La mia strada è ancora lunga, ma farò sempre del mio meglio”. “È stata ed è un'esperienza professionalmente ed emotivamente impegnativa”. Gianluca Spinelli, medico rianimatore presso l'ospedale in Fiera, durante l'emergenza ha lavorato presso l'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. “Non potevamo difenderci, era un qualcosa che dovevamo rincorrere. Il carico emotivo è stato fortissimo”. Non c'erano certezze. “Navigavamo a vista”. Ora una speranza c'è: il vaccino. “ Mi sono offerta volontaria per la campagna vaccinale per aiutare la popolazione” chiude Susca. Con lei molti altri colleghi “insieme possiamo uscirne”.

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