18-10-2025 ore 20:12 | Rubriche - Costume e società
di Gloria Giavaldi

Stefano De Vecchi contro i 'genitori spazzaneve': 'dobbiamo educare i giovani al fallimento'

“Non sono cambiati i ragazzi, è cambiato il mondo. Il vero problema siamo noi adulti. Stiamo diventando genitori spazzaneve, disposti a tutto pur di spianare la strada ai nostri figli”. L'insegnante e formatore Stefano De Vecchi non usa mezzi termini. Presso la Casa del pellegrino di Crema, ha presentato il suo libro Una stagione da esordiente, un'autobiografia nella quale ha raccontato il suo primo fallimento scolastico.  Incalzato dalle domande di Chiara Balestracci, si è fatto largo tra alcune delle tematiche educative del nostro tempo: adolescenza, formazione e genitorialità. “Il mondo adulto oggi non è in grado di proporre modelli credibili ed autorevoli. Non educhiamo i figli all'errore, al fallimento, alla frustrazione. Invece di alzarla, abbassiamo l'asticella, le aspettative e, spesso, siamo disinteressati. Anche gli insegnanti sono poco motivati, poco empatici, poco predisposti all'ascolto dei ragazzi. Non ci sono più luoghi di aggregazione capaci di stimolare la crescita relazionale e sociale: il patto educativo tra scuola e famiglia si è spezzato”.

 

Educare in tempi di crisi

Ci sono gli smartphone, contenitori di un mondo “da esplorare in solitudine”. Senza guardarsi negli occhi, “a qualsiasi età”. Oggi “tutto corre, tutto resta in superficie”. Siamo le prestazioni che garantiamo: “buoni voti, buona condotta, successi sportivi. Ai ragazzi vengono rivolte richieste continue. In questa logica non c'è più spazio per il tempo dell'attesa, per i riti di passaggio, per le scelte ponderate. Per entrare nelle relazioni in modo profondo, condividere, sbagliare. E riparare”. Attraverso la lettura di alcune pagine del libro, effettuata da Michela Fasoli (nella foto sotto), De Vecchi ha narrato alcuni episodi della sua vita, della sua stagione da esordiente: “ero un adolescente disinteressato, sono stato bocciato diverse volte. Oggi sono un insegnante, credo sia sempre il momento giusto per ripartire. Basta volerlo e avere esempi giusti da seguire: i miei genitori lo sono stati. Mi hanno messo di fronte alle mie responsabilità. Senza essere rigidi, mi hanno fatto comprendere che crescere significava imparare dagli errori, non lasciarsi fermare dalla paura di sbagliare. Sono stati ottimi educatori in tempo di crisi. Oggi manca proprio questo: il desiderio e la capacità di educare i giovani alla responsabilità, di metterli di fronte alle loro scelte”.

 

Ascoltare e (ri) conoscersi

I ragazzi di oggi sono “analfabeti emotivi. Tuttavia, avvertono forte il desiderio di esprimersi. Ascoltarli, con sguardo aperto, è il primo passo. Richiede tempo, fatica, è oneroso, non è per tutti, ma è necessario. Significa avere il coraggio di capire chi abbiamo davanti. I giovani non sono etichette: custodiscono storie da scoprire. Cercano esempi credibili: dobbiamo essere seduttivi, incuriosirli, ingaggiarli, valorizzarli. Non parcheggiarli”. I rispettivi ruoli devono essere chiari (o chiariti) agli adulti, prima di tutto: “oggi tendiamo ad essere i migliori amici dei nostri figli. Vogliamo piacere loro, a tutti i costi. Perché la società ci insegna che esiste solo ciò che è bello e perfetto”. Le rughe? Non esistono. La vecchiaia? Non merita i riflettori. La sofferenza non si vede e, quindi, non c'è. Questa è la rappresentazione prevalente: “è falsa e drogata. Dobbiamo far capire ai nostri figli che sbagliare è umano, che il fallimento fa parte della vita. Che non siamo perfetti, nemmeno noi”. La fatica è la chiave per avanzare: “non bisogna avere paura di faticare. Stare e sostare è faticoso. Essere madre, padre, figlio, insegnante richiede fatica, ma la credibilità e l'autorevolezza si costruiscono un passo alla volta. Con empatia”.