17-10-2025 ore 19:38 | Rubriche - Fatto di ambiente
di Alvaro Dellera

Un fatto d’ambiente. Il Cremasco si trasforma, ne fanno le spese gli scolopacidi e i beccaccini

Un tempo non molto lontano il cremasco ospitava numerosi scolopacidi, oggi di molto diminuiti. La ricchezze delle sue acque dava origine alle marcite, ettari di terreni allagati dall’estate all’inverno ma non solo. Le pratiche agricole rispettose del contesto agrario e dell’ambiente circostante, delle risorse naturali, del suolo e delle acque, permettevano a queste specie di sostare e alimentarsi un po’ ovunque, dall’autunno alla primavera successiva. Tra gli scolopacidi più conosciuti il beccaccino (Gallinago gallinago) è senza dubbio quello che più contraddistingue la specie anche perché risulta essere più facilmente osservabile e più numeroso rispetto ai suoi consimili come la beccaccia, il frullino ed il croccolone. Tutti caratterizzati da un piumaggio molto simile, dal lungo becco e dalla prossimità a luoghi acquitrinosi tranne la beccaccia, che invece ama rifugiarsi nel fitto dei boschi. Non solo la riduzione degli habitat e dei boschi naturali, ma anche l’attività venatoria, mai sospesa per queste specie, sta contribuendo al loro progressivo regresso numerico.

 

Il re dei selvatici

Il beccaccino considerato “il re dei selvatici” viene tuttora cacciato e la sua cattura è fatto vanto in ambito venatorio. La caccia, uno “sport” oggi sempre più anacronistico, trova nell’abbattere il beccaccino motivo di abilità nello sparo per chi lo effettua, essendo un soggetto che, venuto allo scoperto, s’invola rapidissimo, cambia repentinamente la direzione del volo accompagnato da un grido d’allarme aspro e gutturale, un gnep-gnep ripetuto più volte. Questo suo modo di sfuggire al piombo dei pallini gli ha reso il soprannome dialettale, tutto cremasco e lombardo di: sgneppa. Il beccaccino come gli altri scolopacidi sono uccelli migratori che raggiungono la nostra pianura verso la fine di luglio dopo aver nidificato nella tundra e taiga lappone e nelle vaste estensioni acquitrinose del Nord Europa e qui vi rimangono sino alla primavera seguente.

 

Zone ideali

Essendo il beccaccino un uccello palustre e di acquitrino, frequenta volentieri anche risaie, canali, fossi, fiumi, campi allagati, acque sorgive, impaludamenti di campi allagati dalle piogge, rive ricoperte di stoppie e tanti altri luoghi dove, a seconda della stagione e delle condizioni meteo, gli consente un buon rifugio e soprattutto una buona alimentazione che si procura conficcando ripetutamente, quasi ossessivamente, il sottile e lungo becco nelle zolle melmose alla ricerca di vermi, chioccioline e larve di insetti. Sino a qualche decennio fa, le aree del Moso e le vaste campagne di prato stabile e marcite a nord e a sud-est di Crema erano i luoghi ideali per ospitare queste specie. Oggi purtroppo non si ha più la certezza che siano ancora presenti come un tempo se non occasionalmente ma con poche unità.

 

 

Trasformazioni ambientali

Il caratteristico becco del beccaccino misura oltre sette centimetri, decisamente sproporzionato rispetto al resto del corpo, lungo circa venticinque centimetri in totale. Termina con una coda piuttosto breve: a riposo l’apre spesso, mostrando la sua magica forma a ventaglio che appare e scompare mostrando tutti i suoi colori. Un ospite che vorremmo sempre vedere numeroso dalle nostre parti per le sue caratteristiche morfologiche, la bellezza e signorile eleganza comportamentale, pur vivendo in luoghi umidi e fangosi. Purtroppo i prosciugamenti e le trasformazioni ambientali di molte zone palustri e la forte antropizzazione verificatesi nell’ultimo trentennio in Italia hanno pregiudicato per molte specie, soprattutto quelle acquatiche, la loro regolare stabilità e diffusione. In modo massiccio ne hanno fatto le spese tutti gli scolopacidi: croccoloni, frullini e beccacce, in misura leggermente inferiore i beccaccini.