15-02-2023 ore 20:04 | Rubriche - Costume e società
di Andrea Galvani

Vivere ancora. Sergio Alchieri: “A me sembra di andare con la velocità di prima. Sembra, però”.

“A me sembra di andare con la velocità di prima. Sembra, però.” Sergio Alchieri ci accoglie nella sua casa di Trigolo per la seconda tappa di Vivere ancora, il progetto di Cremaonline e Centro di ricerca Galmozzi dedicato a registrare le situazioni di fragilità personali e collettive nel territorio cremasco. Medico necroscopo, è in cura dal 2017. La malattia di Parkinson è stata diagnosticata non seguendo il tremore, ma la dinamica della sua scrittura, che “si rimpiccioliva”, fino a divenire una linea.

 

Il rapporto col tempo

La malattia lo ha costretto ad adottare degli accorgimenti, lo ha reso “più metodico, più attento”. Cambia il rapporto col tempo: “lui è sempre quello, cambia invece quanto ci metto a fare le cose”. Eccolo diventare “relativo”. Tuffati negli impegni quotidiani, spesso arrovellandoci su baruffe dialettiche di alcun senso, parlando con Sergio ritroviamo improvvisamente il bandolo della matassa: “il tempo mi sembra poco”. E così “sfrutto la notte per fare le cose che mi piacciono: sistemare cose vecchie, per renderle riutilizzabili”. Porta a casa “un quadro sporco, o con la cornice rotta”. Lo pulisce, lo sistema. E poi lo regala. Molti all’ospedale. Realizza delle confezioni molto preziose. Accurate. Pezzi unici, spesso si tratta di assemblare cose di poco conto, "da due euro". Ciò che conta sono la scelta e il gesto, la cura, l'attenzione che ci mette. L'amore che contengono e custodiranno, sprigionandolo ad ogni nuova apertura. 

 

La serenità

“Sono sereno. Ho accettato quello che deve venire in modo “leggero”, in modo che non ci si preoccupi troppo di quel che potrebbe succedere. Non mi dà solitudine questo stato, non mi sento solo”. Per Sergio non ha senso aver paura del futuro, pensare a eventuali malattie, “perché se ti fasci la testa prima di essertela rotta smetti di vivere”. Poi, come per tutti, “ci sono momenti in cui non ce la faccio più”. È la dolcezza dell’ironia, a strappare un sorriso: “capita ogni tanto, magari una volta al mese”. Poi si “torna su” e ci “si tiene impegnati”. Si continua a vivere, con la propria dignità, la propria ricerca dell’armonia e della bellezza, riscoprendo la propria libertà e la propria felicità. Per dirla con Proust, è uno stato d'animo interiore che “subito m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita. Non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale”. Grazie Sergio. 

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