Beth Gibbons, il volto coperto dalle mani sul microfono e da una cascata di capelli biondo miele, tutta raccolta nella sua posa inconfondibile, la voce dal timbro fragile e sicuro in un tempo, capace di graffianti acuti e di morbide sonorità che sembrano provenire ora dalla profondità dell’ade, ora dai cori cristallini degli angeli cantori, ma sempre da una distanza glaciale, timida nell’aria ferma sul palco dei Giardini della Triennale di Milano, sembra volersi nascondere dietro le sue canzoni.
Si volta ogni volta che sospende il canto e ascolta la sua musica, dando le spalle al pubblico, per cadere dentro le canzoni del suo ultimo album, Lives Outgrown. I Bagni Misteriosi di Giorgio De Chirico amplificano il senso di metafisica sospensione della musica e sentire vibrare nella serena atmosfera di una serata estiva la voce di Beth Gibbons, così da vicino, è emozionante come una epifania.
Sul palco con lei una band perfetta, formata da sette elementi che paiono suonare all’unisono, con una compiuta gestione del suono che regge l’urto di una musica complessa e non priva di sfumature e fa risaltare ogni strumento, con un suono pulito eppure caldo e accogliente. Beth Gibbons arriva da lontano, sia per il tempo che è passato dai suoi esordi come frontwoman di uno dei gruppi trip hop più influenti e originali degli anni Novanta, i Portishead – peraltro ancora attivi − nati a Bristol con la complicità di Adrian Utley, chitarrista affermato e Geoff Barrow, giovane, come Gibbons, ingegnere del suono che già aveva collaborato con i Massive Attack, sia per la cultura musicale inevitabilmente identificabile nella perfetta fusione di sound contemporaneo, blues, hip hop, musica folk e atmosfere noir.
La band di Bristol tra il 1994 e il 1997 registrò due dischi mitici come Dummy e Portishead. Se il contesto sonoro si concentrava su una dialettica evidente tra la voce struggente di Beth, i campionamenti e lo scratch hip hop, i testi, invece sembravano più vicini a una estetica grunge, con liriche disperate e talvolta involute, che produssero pezzi come Half Day Closing, dove la voce distorta della Gibbons duettava con una sonorità cupa e una batteria dub, il ritmico e inquietante falsetto di All Mine − tradotto in uno straordinario video in bianco e nero con immagini a metà strada tra Twin Peaks e Shining – oppure la angosciata paranoia di Roads: “Storm in the morning lightv/ I feel / no more can I say / frozen to myself”, riproposta anche nel concerto di Milano, unica concessione, insieme con la sperimentale e romantica Magic Box, alla nostalgia, in una scaletta per il resto estremamente coerente.

Lives Outgrown, sembra incredibile ma è il primo album da solista di Gibbons, si impone nel concerto milanese. Composto da dieci canzoni ideate dalla cantautrice in dieci anni, si allontana dal contesto trip hop della sua precedente produzione per vestire abiti più folk, sono talvolta evidenti richiami alla canzone popolare anglosassone, tradotta qui sempre in una rilettura ipnotica. I campionamenti e l’acidità della distorsione sono sostituiti da una combinazione di strumenti tradizionali e tutti i membri della band contribuiscono con seconde voci e rumori a rendere il tessuto musicale straniante.
I testi di Gibbons, intimisti e più espliciti, raccontano il dubbio e il senso di continua ricerca dalla quale siamo attratti e con angosciante malinconia ci riportano al senso di perdita e al dubbio sul reale senso dell’esistenza: “I'm floating on a moment, don't know how long / no one knows, no one can stay / all going to nowhere / all going, make no mistake” (I’m floating on a moment). Una musica decadente e lisergica, una voce che mescola una trattenuta rabbia e la dolcezza di un canto sussurrato.