
Un percorso per aiutare le persone a rimettersi al centro, a percepirsi come la causa di ciò che accade nella vita. È questa la strada per assumere responsabilità, ma anche fare proprio il potere di cambiare le cose. Un capo dalle reazioni spropositate, una collega antipatica, altezzosa e perennemente svalutante, un contesto lavorativo complesso “sono situazioni comuni, ma la domanda da farsi è una sola: cosa possiamo fare noi per cambiare? Le vere rivoluzioni partono da noi , dal nostro modo di comunicare con noi stessi, prima che con gli altri. L'assertività è la strada migliore, ma non basta una strategia comunicativa, se a mancare è, prima di tutto, la consapevolezza del nostro potere di agire”. Prenderà il via domani pomeriggio, martedì 14 aprile, presso l'azienda Ubicos un nuovo percorso dedicato ai dipendenti, a cura della psicologa per il ben – essere e coach strategica Lara Zucchini.
Esistere bene
Ben- essere. Non è un errore di ortografia. “Significa esistere bene ed equivale alla forma più elevata di benessere psicologico. Oggi chi sa occuparsi davvero del proprio esistere bene? A scuola ci insegnano tutto: la matematica, la storia e la geometria, ma in questo mondo esteriore nessuno ci insegna ad occuparci di ciò che conta davvero per noi nella quotidianità. Quante persone durante la giornata si chiedono come sto davvero? E quante sanno orientarlo nel loro esistere bene? Siamo abituati ad occuparci di noi stessi solo quando viviamo una condizione di malessere. Diversamente, non ci occupiamo di evolvere, di diventare esseri umani evoluti. Le cose brutte nel mondo accadono per questo: se ci accorgessimo di noi stessi e degli altri, non compiremmo certe azioni. Alcuni eventi accadono perché siamo disconnessi, dissociati: a quel punto la distruzione diventa possibile, semplicemente perché non la avvertiamo”.
Normalizzare la fragilità
Veloci, operativi, performanti, distanti gli uni dagli altri. E da noi stessi. “Spesso neanche riusciamo a guardarla in faccia la fragilità, la evitiamo. Invece, il modo più giusto di osservarla è normalizzarla. Siamo umani, come potremmo non essere fragili? La fragilità è una risorsa, ma spesso non sappiamo leggerla come tale. Pensiamoci un attimo: quando guardiamo i cartoni animati, empatizziamo con il protagonista. Non ci piace perchè è perfetto, ma perchè ha fragilità, riesce ad affrontare e superare le sfide. Quindi, empatizziamo con le persone che si mostrano per ciò che sono con le fatiche che hanno. La fragilità dovrebbe essere considerata come la componente base di ognuno di noi. Se sentissimo questo, quando ci interfacciamo con gli altri, potremmo connetterci in modo differente”. Il gap si avverte soprattutto in ambito lavorativo: “in azienda nessuno si permette di essere fragile. Quando poi la fragilità inevitabilmente si palesa, nei contesti lavorativi regna il disorientamento. In realtà, la fragilità aiuta ciascuno a ritrovare la bussola, a cambiare, a riorientarsi nella vita. E questo vale anche in azienda: focalizzando l'attenzione solo sui punti di forza si corre il rischio di restare fermi. La fragilità permette, invece, slanci enormi”.
Il welfare aziendale non è un gioco
La logica performante è parziale. “Fa perdere di vista le persone, spesso totalmente. Questo è l'aspetto che i dipendenti avvertono di più: sentirsi invisibili, essere un numero a favore degli obiettivi aziendali o considerati solo per la parte operativa. È un pericolo grandissimo per le aziende, non è solo una questione psicologica. Turnover elevatissimo, assenteismo dilagante: sono i rischi maggiori. Ciò che fa la differenza per una persona è avvertire che quello che fa ha un senso, per il lavoro e per la vita. Perché la verità è che non c'è una distinzione netta: le persone devono solo trovare il loro significato ed un luogo dove agirlo. Ciascuno di noi cerca il benessere eudaimonico, dato dalla possibilità di seguire le proprie passioni. Il senso della passione equivale al senso di esistere, è ciò che ci permette di rispondere alla domanda più esistenziale: che senso ho io nel mondo? Se un'azienda riesce a mettere in campo azioni che riflettono il senso delle persone ha davvero fatto goal”. Bastano queste poche parole a comprendere che il welfare aziendale non è un gioco: “non è il parco giochi, non è il biliardino, non è nemmeno l'evento aziendale o la sessione spot di team building. Può essere una leva strategica solo se riflette il coraggio di partire davvero dalle persone, dal desiderio di scorgerle nella loro interezza e generare condizioni favorevoli a ciascuno”.