13-03-2021 ore 20:28 | Rubriche - Medicina e salute
di Ramona Tagliani

Crema. Paolo Canavese: 'Dedico questa foto a chi dice che il Covid è come un raffreddore'

“Il 13 marzo 1977 facevo la mia prima gara in moto. Il 13 marzo 2020, esattamente, dopo 10 giorni a casa a letto con la febbre, mio figlio Edoardo mi ha obbligato a salire in macchina e mi ha portato al pronto soccorso dell’ospedale di Crema, di fatto salvandomi la vita. Diagnosi scontata, Covid19, il problema era che era tardi ed i polmoni erano messi male. Molto male”. Come spiega Paolo Canavese, “dopo una notte che non dimenticherò per tutta la vita, con brande in ogni angolo del pronto soccorso, infermieri che si facevano letteralmente in otto, la mattina del 14 marzo, vista la mia situazione critica, Federica Depetri, di turno in pronto soccorso, mi "obbligava" (anche lei...) a farmi trasferire a Milano all’Istituto clinico sant’Ambrogio, dove avevano appena aperto un reparto Covid. Anche a lei devo la vita. Io non capivo la situazione, nonostante facessi fatica a respirare anche con l’ossigeno”.

 

Il ricovero a Milano

“Viaggio a sirene spiegate e arrivo al Sant’Ambrogio, dove ad accogliermi ho trovato due altri Angeli, Ezio Alesi e Ilaria Notarnicola. Mi ricordo come fosse adesso, nonostante respirassi a malapena, che Ilaria non sapeva più come fare a farmi sentire a mio agio, spiegandomi intanto che mi mettevano nel letto ed infilato il casco (che ho tenuto per più di una settimana...) tutte le funzioni del telecomando della tv. Ho poi scoperto che fondamentalmente per loro sono stato praticamente il primo paziente Covid. Fra i vari infermieri e medici che si alternavano nella mia stanza, con un medico ho stretto un legame particolare, Roberto Papotti. Una persona eccezionale. Al sant’Ambrogio sono poi rimasto un mese e mezzo, ed ero diventato un po’ la loro mascotte. Purtroppo non ricordo i nomi di tutti gli infermieri e medici che mi hanno curato, al quale va il mio infinito grazie”.

 

Ad un passo dall’intubarmi”

“Non ho dimenticato però l'espressione triste della fisioterapista Monica, quando ormai stavo bene, e le ho chiesto se aveva notizie dell'esito del mio secondo tampone, dopo che il primo era negativo. Ho dovuto insistere per farmelo dire: debolmente positivo! Voleva dire altri 15 giorni in ospedale, altri 15 giorni senza vedere i miei cari. Un altro medico che ho visto poco ma che ricordo in modo particolare è stato Denis De Bianchi. Ricordo che quando ormai il peggio era passato, una notte (!) è venuto in camera ed abbiamo iniziato a chiacchierare, insieme al mio eccezionale compagno di stanza Stefano Gabrieli. Si è ‘accucciato’ appoggiando la schiena al muro e mi ha confidato che il terzo giorno dopo il ricovero erano stati ad un passo dall’intubarmi”.

 

Solo un raffreddore?”

“Parlando con lui mi sono lasciato poi andare in un pianto liberatorio intanto che gli spiegavo che non avevo avuto paura di morire, ma che la mia più grande angoscia nei giorni critici era il fatto che, se me ne fossi andato, non avrei più rivisto i miei cari. Dal sant’Ambrogio sono poi stato trasferito, dopo un mese e mezzo, a Crema, in un reparto del Kennedy, in attesa che dopo una serie di tamponi debolmente positivi finalmente diventassi negativo. Anche al Kennedy personale eccezionale! A chi dice che il Covid è come un raffreddore, dedico la foto. Per ricollegarmi alla mia prima gara in moto, forse è grazie all’attività agonistica che ho fatto per trent’anni che i miei polmoni non si sono arresi! Grazie ancora a tutti quelli che in quei due mesi mi sono stati in qualche modo vicini! È in certi momenti che ti rendi veramente conto di quali sono i veri amici e le persone su cui puoi contare”.

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