“Cattivi? No, captivi, ostaggi di una cultura consumistica, individualista, di una società prestazionale, che non ascolta, non fornisce modelli credibili e non li educa al fallimento. Fragili, ma custodi della loro storia, che meritano di vivere con gli strumenti giusti, con adulti che siano davvero capaci di osservare e comprendere il mondo attuale”. Questi per don Claudio Burgio, cappellano dell'istituto penale per minorenni Beccaria, sono i giovani di oggi. “Mi trovo ad ascoltarli ogni giorno e a costruire con loro seconde occasioni. Ho imparato che ci vuole pazienza, spesso sono impulsivi e non comprendono fino in fondo le conseguenze dei loro agiti: sta a noi adulti smettere di rispondere alla violenza con altra violenza”. Con rigidità o paura di affacciarsi ad uno spaccato di mondo che non controlliamo, che non ci appartiene davvero. Alla comunità Kayros i cancelli sono aperti: “è un messaggio di fiducia e di responsabilizzazione. Il più delle volte sortisce gli effetti sperati, a volte fallisce. Non è sempre facile, ma vale sempre la pena provarci”. La realtà fondata da don Burgio offre supporto e alloggio a minori in condizioni di disagio segnalati dal tribunale per i minorenni, dai servizi sociali o dalle forze dell'ordine.
L'urlo silenzioso di una generazione
Ad una sala da Cemmo stracolma, don Burgio, intervistato dalla giornalista Roberta Schira, consegna uno sguardo obiettivo sulla società di oggi. Lontano dal buonismo, realista, prossimo ai sentimenti dei ragazzi: “non ho soluzioni al momento, solo il tentativo di comprendere una generazione che urla silenziosamente e chiede al mondo adulto di mettersi in ascolto”. Del disagio, della musica trap, dei silenzi. E degli errori. “Lo fa perché spaesata. Perché si trova ad affrontare sfide in solitudine, senza valori di riferimento. Senza adulti capaci di vivere la realtà restando accanto. Diciamo sempre “fai il bravo?” Ma cosa vuol dire “fare il bravo”, educare al bene, se il bene resta in superficie, non guarda le persone negli occhi, è la sola ripetizione dell'identico?” Cosa fare se anche il bene, richiesto dai canoni sociali, è banale?
La forza dell'ascolto e della parola
“Non ho la verità in tasca, ma credo che l'aggressività, l'isolamento, la violenza trovino terreno fertile dove non vi è la parola. E cerco di fare la mia parte in un sistema di giustizia che non si sottrae alla certezza della pena, ma, al tempo stesso, punta alla rieducazione. Dobbiamo credere ed investire su una giustizia che cura, che educa, che permette di guardare oltre. Di voltare pagina, nel rispetto della storia di ciascuno. Al Beccaria l'87 per cento dei detenuti è rappresentato da minori stranieri non accompagnati, ma ci sono anche ragazzi di buona famiglia. In un contesto di reclusione, la domanda di fede, di qualunque confessione religiosa, è molto forte. In questi giorni abbiamo ospitato un imam, un ministro di culto che finalmente collabora con il cappellano cattolico per far fronte ai diversi bisogni dei giovani. Perchè, vedete, la diversità, confessionale o di altra natura, va difesa, tutelata, accolta. La differenza non deve essere annientata: deve essere compresa e valorizzata. Imparare ad avere uno sguardo diverso, più empatico, profondo, può aiutarci a scorgere del buono, anche nell'errore, anche nel fallimento , perché chi è finito in cella non è finito davvero”.