11-04-2026 ore 10:20 | Rubriche - Crema
di Paola Manca

Omicidio di san Bernardino. La rabbia, la vita ai margini e le responsabilità degli adulti

“Quando un giovane viene ucciso per strada e un altro, ancora più giovane, confessa il delitto senza un perché, noi adulti siamo costretti a fare una profonda riflessione. Dobbiamo sentirci costretti a fare una profonda riflessione”. È questa la convinzione di Cecilia Gipponi, avvocata del foro di Cremona ed esponente locale di Sinistra Italiana. “Un ragazzo ha perso la vita e l’altro se l’è rovinata forse per sempre. Penso a entrambi e per entrambi provo profonda pena (naturalmente senza giustificare in alcun modo la violenza)”.

 

'Gravi responsabilità'

“Come è potuto accadere un fatto di tale gravità? La risposta non può essere la periferia degradata, la mancanza di controllo del territorio, la povertà economica, sociale, culturale, la marginalità. Se un ragazzo ha potuto morire per strada per mano di un altro ragazzo, è perché noi adulti questi ragazzi non li abbiamo visti, non li abbiamo guardati. Se una rabbia tanto profonda può esplodere così, in una sera di pasquetta, senza che niente e nessuno sia intervenuto prima per contenerla, gestirla, incanalarla, noi adulti abbiamo gravi responsabilità”.

 

Vivere ai margini

“Il presunto omicida non è un criminale incallito con le tacche sulla cintura delle persone ammazzate; è un ragazzo di 17 anni, l’età di uno dei miei figli. Un ragazzo che poteva avere un destino diverso, se solo chi l’ha incrociato sulla propria strada avesse tentato di intercettarlo, e a quest’ora non ci sarebbe un giovane morto. E non mi si venga a dire che lui - o chi per lui, il discorso è ovviamente generale - non si lasciava intercettare. Non esistono ragazzi cattivi. Esistono ragazzi che non hanno occasioni, o non le sanno cogliere perché non guidati, non accompagnati. Esistono ragazzi che non hanno un vero supporto educativo in famiglia, per le ragioni più varie: nascono ai margini e ai margini rimangono. Esistono ragazzi, penso a quelli di origine straniera, che si sentono respinti nel luogo in cui nascono e crescono, ma non si sentono parte del tutto nemmeno di quello di provenienza della famiglia”.

 

'La loro casa è qui'

“I ragazzi cosiddetti di seconda generazione vivono lacerazioni interiori dolorose, contrasti interni ed esterni che non sanno affrontare. E in più, leggono attorno a loro l’odio di chi vorrebbe rimandarli “a casa loro”: ma la loro casa è qui. I giovani in generale sono in difficoltà: problemi di ritiro sociale, disturbi alimentari, dipendenza da smartphone e così via. Noi adulti dobbiamo smettere di dire loro come devono vivere, come si devono comportare, e cominciare a metterci in ascolto di ciò che hanno dentro, aiutarli a stabilire relazioni sane, a rincorrere i loro sogni”.

 

Più umanità

“Dobbiamo anche contrastare chi già etichetta un quartiere come pericoloso, non sicuro, malfamato. La sicurezza non la fa la repressione, la sicurezza si origina da un tessuto sociale vivo, di persone che si conoscono, nel rispetto delle differenze, che si rendono conto che se sta bene il mio vicino sto meglio anche io. Non dobbiamo chiedere più sicurezza, dobbiamo costruire più umanità. Dobbiamo far sapere che San Bernardino è un pezzo bello della città di Crema, dove si può vivere bene: c’è una scuola primaria che funziona benissimo, un doposcuola di volontari che è esempio di inclusione e integrazione, piccoli esercizi commerciali che cercano di resistere ai grandi supermercati, un grande oratorio, un circolo Arci, e così via. Un ragazzo è stato ucciso e un altro si è rovinato forse per sempre la vita: come adulta io mi sento responsabile e vi chiedo scusa, ragazzi”.