Sportive o eleganti, professioniste affermate o giovani studentesse, spigliate o introverse, truccate o acqua e sapone. Non importa come, importa chi. Dietro ogni violenza di genere, consumata o tentata, ci sono storie strappate destinate ad essere riscritte grazie al coraggio delle donne e di chi accoglie le loro ferite, anche se silenti. Anche se invisibili. Di chi non fa caso agli abiti, ma si prende cura di corpi violati ed animi in frantumi. Con la mostra Come eri vestita? l'associazione Donne contro la violenza ha dato ufficialmente il via alle iniziative pensate per celebrare il mese di novembre, dedicato alla sensibilizzazione. L'inaugurazione si è tenuta nei giorni scorsi presso la Fondazione san Domenico, alla presenza di Anastasie Musumary, assessore al welfare del comune di Crema. Da martedì 11 fino al 20 novembre sarà visitabile presso le sale Agello del centro culturale sant'Agostino. Dopo la tappa al cinema Portanova (dal 22 al 25 novembre) terminerà il percorso in piazza Duomo, domenica 30 novembre, in occasione del Festival dei diritti.

La violenza abita la quotidianità
L'allestimento si compone di 16 sagome, vestite dagli alunni del Galilei e del CrForma. Parte da un interrogativo tristemente ricorrente alle donne vittime di violenza sessuale. Come eri vestita è la domanda che le donne si sentono porre nel corso delle indagini, nelle aule di tribunali, dai giornalisti. “È una forma di vittimizzazione secondaria: abbiamo voluto sgretolarla proponendo ai cremaschi questa iniziativa” spiegano Gianna Bianchetti e Antonella Bertolotti, presidente e vicepresidente dell'associazione Donne contro la violenza. Per dirla più semplicemente, quel quesito è un secondo strappo, dopo gli schiaffi, dopo lo stupro. Me lo ricordo come ero vestita – si legge tra le testimonianze – indossavo una maglietta bianca a girocollo infilata in un paio di jeans. L'intimo non era coordinato. Me lo ricordo nei dettagli, non perché sia importante ma perché mi hanno obbligato a ricordarlo più volte. Come se il look potesse fornire una valida motivazione al male. Ad un'integrità violata. Ad un confine chiaro, segnato da un no, calpestato senza remore. Le storie dimostrano che la violenza abita la nostra quotidianità. Vive nella scuola, nei luoghi di lavoro, nelle case. Uccide. E, se non uccide, comunque non fortifica. Fa a pezzi la vita di chi la subisce e disintegra la nostra umanità. Assume diverse forme.
Si alimenta negli sguardi di troppo, nei commenti sessisti, nelle urla immotivate: “sono campanelli d'allarme che dobbiamo ascoltare. Il nostro impegno come centro antiviolenza – continua Bianchetti – prosegue sul territorio da 35 anni. Aiutiamo le donne a ripartire, ma ci impegniamo soprattutto a parlare con i giovani nelle scuole per costruire e diffondere una cultura del rispetto”.
'Una sconfitta per tutti'
“Ogni forma di violenza è una sconfitta per la società intera. Suscita rabbia, ma è importante non rispondere con altra violenza. L'associazione ci ha raccontato di un impegno accanto alle donne, praticato con empatia e rispetto, vicinanza umana e sostegno concreto. Il progetto ci ha consentito di conoscere storie importanti. Insieme ad altri miei due compagni di classe ho vestito la sagoma di una ragazza cieca, laureata in giurisprudenza, violentata sul luogo di lavoro da un collega. L'abbiamo rappresentata con un classico tailleur ed una camicia. Accanto a lei è esposto il bastone bianco utile alle persone cieche per orientarsi”. Giulia Manzoni, studentessa del Galilei, descrive oggettivamente l'allestimento. Accanto al manichino, poche righe recitano: Una vita nel buio, una vita di impegno per essere considerata alla pari degli altri e finalmente una laurea in legge. Un tailleur grigio, camicia bianca e così ebbe inizio il lavoro da sempre sognato. Un collega mi ha violentata e nel buio del mio mondo mi ha sussurrato: “Sei una povera cieca”. L'esperienza pone l'accento sulla doppia discriminazione cui spesso le donne con disabilità sono sottoposte. “E' assurdo che tutto ciò possa avvenire in ambito lavorativo, è ancora più assurdo che si possa pensare che la disabilità sia sinonimo di debolezza, quasi a giustificare episodi di violenza”. Giulia lo dice in coro, insieme al compagno Leonardo Renna.

'Le parole sono importanti'
La sfida è culturale. “Prevenire la violenza – afferma Leonardo – vuol dire saperla riconoscere nei nostri contesti. Un ruolo importante nella costruzione di una consapevolezza collettiva è attribuito ai media: la comunicazione deve saper usare parole giuste, rispettose. Il rischio è di compiere altra violenza”. Esistono ferite che non si vedono, sono quelle generate “dagli insulti, dai toni di voce troppo alti. Possiamo scegliere come parlare, possiamo fare la differenza nelle relazioni di ogni giorno”. Yasmin Taouni crede che l'educazione ed il rispetto passino “dalla capacità di guardare gli altri senza pregiudizio”. Un impegno che “deve riguardare ciascuno di noi”. La violenza, al pari dell'amore, è sempre una scelta. Leonardo fa notare che “possiamo scegliere di essere uomini diversi, vogliamo scegliere di essere uomini rispettosi”. Forse semplicemente uomini. E donne. “Non siamo tutti colpevoli e non ci sentiamo tali, ma siamo tutti chiamati a fare la nostra parte in prima persona”. Anche Christal Scotti sa che “rimanere neutri non è possibile. Possiamo decidere di essere attenti, di prestare più attenzione a chi ci circonda, di essere gentili”. Camilla Isabella Zaninelli sottolinea l'importanza delle parole. “La violenza implica delle responsabilità e le responsabilità vanno attribuite. Una narrazione sbagliata può cagionare un danno doppio”.

Reati in aumento tra i giovanissimi
Proprio alle ferite invisibili, a quelle parole che si insinuano nella vita delle persone e svalutano continuamente era dedicato lo spettacolo di Libere sinergie Tanto a me non capita, in scena ieri, sabato 8 novembre, al teatro san Domenico di Crema. Con ironia ha fatto luce su forme di violenza nascoste: le urla prima, i doni subito dopo. Le manie di controllo e i complimenti, i “consigli” sul look, il desiderio di donare invisibilità e creare dipendenza affettiva, psicologica ed economica. Ideato e realizzato da Annamaria Versienti con la collaborazione di Silvia Cattafesta, ha visto la partecipazione di Mauro Massotti, Elisa Ricci, Gabriella Penno ed Enrico Rizzoli. Dopo i saluti istituzionali dell'associazione presieduta da Bianchetti e di Emanuela Nichetti, assessore alle pari opportunità del comune di Crema, l'ispettore della Polizia di Stato Donato Pingaro, intervistato da Loretta Beretta ha tracciato un quadro sul contrasto alla violenza nel nostro territorio. “Sono in aumento i reati tra i giovanissimi. L'età delle vittime e degli autori di reato si sta progressivamente abbassando. Questo è un segnale importante: significa che il problema è, prima di tutto, culturale ed educativo. Non a caso siamo impegnati nelle scuole con progetti formativi dedicati ad alunni di tutte le età. Ogni storia di violenza ci fa scoprire luoghi di emotività che dobbiamo vivere con cura, con empatia. Anche da parte nostra l'uso di un linguaggio empatico è fondamentale”. La parole generano, o uccidono: la differenza dipende solo da noi.