Siamo al primo piano dell'edificio che ospita il Civico Istituto Musicale “Luigi Folcioni”, all'interno del suggestivo e sontuoso complesso del San Domenico a Crema. Davanti alla batteria, che occupa il centro della stanza, in cui insegna questo strumento, incontriamo Giancarlo Dossena, una vera istituzione per la scuola: “Sono insegnante di batteria dall'anno scolastico 2005-2006, quindi l'anno prossimo dovrebbe essere il ventesimo anno consecutivo che sono qua, se non contiamo l'anno scolastico 1991-92, dove un collega mi ha chiesto di sostituirlo nel suo anno sabbatico”. Inizia con queste parole una conversazione intensa, distesa, a tratti ironica, a tratti un po' nostalgica.
Puoi raccontare qualcosa di te?
“Ti posso dire che sono musicalmente attivo dal 1980, anche se questo bisogno di suonare era nato prima. Ho dei ricordi da ragazzino di fronte a un Bontempi a due ottave e mezza, mentre ascolto Lelio Luttazzi in radio, che faceva Hit Parade e io cercavo, in maniera un po' improvvisata, di andare dietro alle melodie. Ho anche ricordi con il flauto dolce alle elementari. Coglievo che c'era una certa attitudine. Poi è scattata questa passione, soprattutto per dei gruppi musicali e, scimmiottando un po' quello che fece in una vacanza mio cugino, cioè suonare con delle bacchette improbabili sopra cuscini, poltrone e cose del genere, io a un certo punto ho ricercato quella musica bella che ascoltavo con lui e mi sono messo a fare la stessa cosa”. Dossena snocciola i suoi eroi di allora: Emerson, Lake & Palmer, Genesis, King Crimson, Weather Report, gli Area, piuttosto che i Return to Forever e conclude affermando di essersi innamorato dei batteristi di queste band.
Perché proprio la batteria?
“Ah, non lo so. Non te lo so dire – quasi si schermisce, sorridendo - non c'è stata una scelta consapevole, mi ci sono proprio ritrovato”. Il dialogo si sposta sui ricordi personali, quasi intimi del musicista: il padre, a cui dovrebbe “stendere un tappeto rosso da qua a là in fondo”, che sembrava non approvare la sua attività musicale, le prove con la prima band nel 1980 il martedì sera a casa dell'amico bassista e la passione per le percussioni, che diventa sempre più forte. “Penso che per tutti i musicisti e per ogni strumento ci sia un approccio diverso: io mi ritengo un batterista molto cerebrale c'è chi è più fisico c'è chi è più istintivo a me piace molto la progettazione, forse anche per gli ascolti che ho avuto. Io posso dire di essere un po' un batterista anomalo”.
Dal Galilei di Crema allo IED a Milano e insieme sempre la musica. Come potresti definire il tuo percorso di studi?
“Il conservatorio all'epoca non prevedeva la presenza di corsi, come ci sono ora, di pop rock jazz e per uno come me, che vedeva la musica come una specie di ponte verso il mondo dei sogni, andare a fare un percorso classico, in cui non mi identificavo, era assolutamente impensabile. Mi sono formato, diciamo così, da solo. Fondamentali gli ascolti”. Il docente ricorda quanto sia stato importante per la sua formazione da autodidatta un luogo: il Bistek di Trescore Cremasco. “E' stata una scuola pazzesca: c'erano il Folcioni, il Bistek e Lorenzo Gallini, un commerciante illuminato, che conosceva i gusti di tutti i suoi clienti e, se usciva una novità, ti chiamava in negozio. Il locale ospitava delle band sensazionali e poi per un aspirante musicista vedere dei musicisti veri, che suonano a due metri di distanza è formativo in maniera pazzesca e per un batterista ancora di più, perché c'è una gestualità che diventa più evidente”.
Chi sono i tuoi allievi?
“Arriva un po' di tutto, dai ragazzi super motivati e io li chiamo i cavalli di razza che vanno, corrono, che devi stargli dietro e ti chiedono di impegnarti molto, al pensionato, che dopo una vita di lavoro vuole togliersi la soddisfazione o ancora, in percentuale molto alta, i bambinetti, che vogliono farsi un'idea, e questo strumento si presta più di altri alla percezione del giocattolone, no? Quindi, arrivano con l'idea di giocare ancora, ma io non posso farli giocare”. Dossena parla chiaro, in tono schietto, senza mezze misure: “Mi piace inventare qualcosa a seconda della persona che ho di fronte. Prima di cominciare la lezione, mi piace instaurare sempre una forma di rapporto, dove chiedo come stanno, com'è andata la settimana, se ci sono dei problemi: mettere in gioco le relazioni personali per me è importantissimo dal punto di vista didattico”.
Da quali apprendimenti parti?
“Devo dare almeno quei fondamentali, che li mettono in condizione di potersi muovere. Vinte le prime fasi legate alla lettura e anche alla coordinazione, si cerca di lavorare sui brani perché diventano più interessanti, una specie di ipertesto”. Il docente ha una serie infinita di conoscenze, di attitudini, di possibili percorsi da condividere ed è davvero impossibile riuscire a sintetizzarli in poche righe. “Io non ho fatto un percorso accademico fatto e finito, quindi non me la sento molto di dire cosa è giusto o no, c'è una sensibilità personale, direi; io non rinuncerei mai alla componente umana”. Dossena spiega di aver visto passare diverse generazioni di ragazzi del territorio, dice di averne conosciuti una valanga: “Alcuni hanno fatto la carriera musicale, alcuni sono andati al conservatorio, com'è fisiologico che sia, altri fanno tutt'altro nella vita; però aver visto passare generazioni di batteristi, ci ho pensato recentemente, mi dice che sono anziano”. Stavolta sorridiamo insieme, con uno sguardo complice, divertito.
E il futuro di un batterista?
“Per un batterista, che ha delle visioni aperte, le possibilità sono enormi”. Il maestro musicista spiega che ci vogliono fuoco interiore, applicazione e fortuna. Lui dice di averne avuta, di ringraziare la vita per l'incontro con l'indimenticato Paolo Panigada e di essersi fatto trovare pronto quando Feiez gli disse: “Senti, ti faccio suonare con dei miei amici, se gli piacerai ti richiameranno”. Il tono del racconto è carico di affetto: “Quando ci siamo conosciuti, lui aveva questa capacità di intrufolarsi nelle sale prove, dove sapeva che la gente a Crema suonava e questa cosa in certi casi lo ha reso un po' antipatico a chi soffriva la sua schiettezza”. Da qui parte un lungo ricordo dei momenti più intensi, vissuti con la cerchia di Elio e le Storie Tese, con esordienti, allora quasi sconosciuti, del calibro di Claudio Bisio o Paolo Rossi con la sua band.
La passione e l'esperienza
Nella sua aula si respira l'amore per la musica e il desiderio di continuare in un cammino di scoperta sia come insegnante che come musicista: continuiamo a parlare di molti altri argomenti, dal laboratorio Imparerock, all'importanza di confrontarsi con altri musicisti, di gavetta, di talent televisivi e di Puccini, Sting e Peter Gabriel. Dossena ricorda anche i suoi insegnanti ed amici Gianmaria Romanenghi e Stefano Bagnoli, a cui deve molto, perché lo hanno formato, dopo gli anni da autodidatta, rispettivamente nell'ambito del percussionismo classico e di quello jazz. Giancarlo, con il suo stile impeccabile e a volte velatamente provocatorio, mi saluta con una frase degna di un aforisma: “Credo sia di Oscar Wilde, la attribuiscono a lui, spero sia vero e spero di ricordarmela giusta: l'esperienza è un'insegnante severissima, perché prima ti fa fare l'esame e poi ti spiega la lezione”. Poi si siede dietro la batteria e il dialogo prosegue in musica.