“Sono andato all'inferno diverse volte. Ora l'ho arredato: ci sono un divano, uno schermo, qualche libro. Lo abito per qualche tempo, poi ritorno alla mia vita. A quella vita che la corsa ha salvato”. Roberto Di Sante è un collega. Per diversi anni è stato un giornalista de Il Messaggero. Ha raccontato la sua storia nel libro Corri. Dall'inferno a Central park, edito da Ultra. Ha prestato la voce al protagonista Aldo Amedei. Il volume, premiato al concorso letterario Argentario nel 2020, ha ottenuto anche il premio intitolato ad Alda Merini nel 2024 ed ha ispirato l'omonimo spettacolo teatrale, prodotto da Loft theatre che andrà in scena al teatro san Domenico di Crema, il prossimo 20 novembre alle ore 21.
Sul palco, con la regia di Ferdinando Ceriani, l'attore Sebastiano Gavasso e la violoncellista Giovanna Fumalari. L'evento è promosso da Asst Crema in collaborazione con comune di Crema, Panathlon Crema, Fondazione san Domenico, Consorzio.it e Banca di credito cooperativo Caravaggio e Cremasco.
La forza di un sogno impossibile
L'inferno di Roberto si chiama depressione. “Un pozzo buio che fa percepire la morte come una caramella che addolcisce la bocca”. Un senso di vuoto, una sensazione di stallo dalla quale uscire. Quando l'ha provata per la prima volta era già un professionista affermato. “Anche le parole non mi toccavano più: né le mie, né quelle dei miei cari”. Abitava il silenzio ed era spettatore di una realtà nella quale sopravvivere. “Ero seguito da uno psichiatra che si prendeva cura della malattia e dello spirito. Mi aveva consigliato di passeggiare all'aria aperta: fa bene – diceva. L'ho preso in parola, sono andato nel parco sotto casa e mi sono seduto su una panchina. Ho visto runner convinti: pantaloncini indosso, scarpette adeguate e poco altro. Era mattina presto. Li ho fissati e mi sono chiesto ma che malattia avranno questi? Ci ho pensato un po', poi mi sono detto che per uscire dal torpore che stavo vivendo, avrei dovuto aggrapparmi ad un sogno impossibile, un filo luminoso, una passione inesplorata. Sono tornato a casa e ho detto alla mia compagna: parteciperò alla maratona di New York. Mi ha guardato e mi ha detto: ok, però prima prova a fare un giro del palazzo.
Uno e poi un altro ancora. Pochi mesi dopo era a New York. “Non ci credevo manco io: ero totalmente impreparato fisicamente, con un kit del corridore essenziale. All'arrivo, però, ho visto sul mega schermo la mia faccia felice. Era diversa da quella dell'uomo perso che avevo visto riflessa nello specchio l'anno prima. La corsa mi ha cambiato: prima prendevo la macchina anche per fare 100 metri”. La corsa l'ha salvato. All'arrivo era sfinito. Le gambe tremavano, il sudore colava, ma il sorriso era destinato a vivere. “Ho giurato che non avrei più corso in vita mia, ma un consiglio: dei runner non fidatevi mai, sono le persone più bugiarde in assoluto”.
Correre per cambiare
“Ah e perché?” lo incalzo. Ride, spiazzato. Mescola un po' di romanesco, mentre riordina i pensieri. “Scherzosamente lo dico sempre: se un runner è pronto a vincere, dirà che non è preparato. E poi taglierà il traguardo prima degli altri”. Non a caso, la corsa si batte sul tempo, ma non è solo questione di velocità. È soprattutto questione di attimi da vivere. “Io continuo a correre senza speranza e senza paura”, tenendo stretta una passione, che coltiva un sogno dopo l'altro. Un obiettivo raggiunto in fila all'altro. É un filo luminoso, che corre (o rallenta) al passo della vita. “Dopo New York ho continuato a correre: Londra, Boston, Chicago, Tokyo, Atene, Berlino e Sidney, dove ho rischiato di farmi male seriamente ma sono ancora vivo”. A Chicago, invece, al termine della gara, “ho abbracciato George Hirsch, fondatore della Maratona di New York, glielo dovevo: quella corsa mi ha salvato la vita”. L'ha illuminata di luce nuova: “non è importante come corri. È importante perché corri”. Una motivazione, anche la più banale, c'è sempre. È ciò che rende vivi, “è ciò che mi fa dire che anche la giornata più difficile di tutte non può finire storta se di mezzo c'è la corsa”.
Tornare alla vita
Correre è tornare alla vita: “è imparare a guardare la vita da un'altra prospettiva”. A dare un senso diverso, anche alle immagini che abbiamo visto scorrere diverse volte: “aiuta a vivere la realtà da protagonisti, non da spettatori. Così, anche un pezzo di cielo, due anziani che si prendono per mano, il calore del sole sulla pelle, sono diversi. E io mi trovo ad abitare una città sempre nuova”. La stessa che vede da 67 anni. Da quando viveva in redazione attento a rincorrere notizie, a non perdere i dettagli, a stare sempre sul pezzo. “Ad un certo punto ho capito che la vita non è solo il lavoro. Sono istanti da assaporare, viaggi da vivere, ricompense da riscattare”. No, non parla dei trofei o delle medaglie da alzare al cielo al termine di una competizione, parla dell'acqua bevuta alla fontanella, degli amici incontrati grazie alla corsa, della vita riscoperta dal fondo di un pozzo che pensava senza fine.
“In quel pozzo ci sono ricaduto, ma mi sono rialzato. Più volte”. Alla morte ha risposto con la vita: “mi sono svegliato morto, ma tornerò a casa vivo”. Le parole che si leggono tra le pagine del libro risuonano come una promessa. “La corsa mi ha insegnato che un corpo può sforzarsi, essere messo alla prova, ma poi resiste. Perchè la meraviglia dei viaggi e dei nostri posti vale la pena”. Vale la vita.
'La storia di ciascuno di noi'
Di Sante lo racconta a tutti. “La storia racchiusa nel libro non è solo la mia storia. É la storia di ciascuno di noi”. Runner, pantofolai, anziani, adulti, giovani, bambini. È la storia di chi ha un sogno impossibile da raggiungere, ha paura e, a volte, molla. Ma poi si rialza e ricomincia. Non siamo perfetti, non siamo di ferro, siamo fatti di carne, ossa e fragilità, di pensieri, parole ed emozioni che meritano di esistere, anche se distorti, anche se sbagliati, accanto a quel filo luminoso capace di farsi spazio tra tutte le ombre della vita. “Il mio si chiama corsa, ma invito ciascuno a scovare il proprio”. È lì, nel buio, pronto a fare strada. Serve solo il coraggio di esplorare l'oscurità, di abitare il proprio inferno, di arredarlo, renderlo confortevole. Perché così fa meno paura. “Quello contro la depressione è un percorso difficile, che non può essere vissuto in solitaria. Ai giovani e a tutte le persone che stanno vivendo un momento complicato consiglio sempre di affidarsi ad un bravo specialista. I farmaci servono, ma non bastano. Serve prendersi cura dello spirito e trovare un perché, una passione”. Il buio, però, non è e non deve essere solo cosa d'altri: “dobbiamo imparare a parlarci di più, ad ascoltarci, a guardarci negli occhi e ad ascoltare i giovani, senza giudicarli. Non sono etichette, sono storie silenti: le più belle si celano dentro a due occhi persi. Agli specialisti, invece, chiedo di riscoprirsi ogni giorno più umani e in grado di ascoltare anche e soprattutto le voci soffocate”.