05-06-2026 ore 20:37 | Rubriche - Costume e società
di Gloria Giavaldi

'Fare legami', la forza delle relazioni per il futuro del welfare: 'le persone siano protagoniste'

Un tè tra donne straniere, un caffè coi nonni della biblioteca, la creazione di un'aula studio, il supporto agli operatori sociali e ai volontari della rete. Piccoli momenti di condivisione che sono oggi la rappresentazione plastica di un progetto che non è più solo un progetto. Fare legami ha compiuto 10 anni e in questo tempo ha cambiato il modo di concepire il welfare: non più mera erogazione di servizi, ma una leva strategica per stimolare il protagonismo delle persone. I destinatari di un servizio non sono solo utenti, sono portatori di risorse e bisogni che possono mettere a disposizione della comunità. Ieri pomeriggio, dopo 10 anni, i lab marker, leggasi coordinatori, di vari patti di comunità adottati sul territorio cremasco hanno dato voce alle esperienze, facilitati dalla community maker Michela Oleotti e dal docente Ennio Ripamonti. In apertura i saluti istituzionali dell'assessora al welfare del comune di Crema, Anastasie Musumary: “Fare legami in questi primi 10 anni” ha detto “ci ha consentito di cambiare il paradigma in tema di welfare e di cambiare sguardo anche rispetto alle persone destinatarie dei servizi sociali. Ogni cittadino è una risorsa per l'intera comunità. Questo momento è pensato per raccontare quanto fatto e riflettere insieme, per adeguare gli strumenti ai cambiamenti di oggi”.

 

Ciò che resta

Paolo Ghezzi e Alessio Pacifico, entrambi educatori professionali e lab marker di differenti patti di comunità, hanno raccontato la loro esperienza diretta. In breve il pubblico è tornato al tempo del lockdown, quando la distanza veniva colmata dalla rete. A Castelleone la comunità ha scelto di creare nuove connessioni umane grazie alla tecnologia. E così i nonni hanno raccontato fiabe, le donne straniere, distanti per lingua e cultura, si sono formate e hanno stretto legami, alcuni genitori hanno imparato condividendo. “Oggi di tutto questo a Castelleone resta un'eredità tangibile: i corsi di alfabetizzazione sono attivi, il momento per i nonni in biblioteca continua e molte delle donne straniere coinvolte in questa progettualità sono divenute un faro per la comunità”.

 

 

Oltre l'assistenzialismo

Pacifico ha dato voce al patto Preziose cicatrici: riparare con l'oro, riparare con loro, “un'indagine dedicata ad oltre cinquemila studenti del territorio, attorno al tema del benessere. Ciò che ci lascia non sono tanto i numeri, gli esiti, ma un metodo, che ci ha permesso di creare altre esperienze e ci ha fatto capire che i giovani sono e devono essere protagonisti del presente e protagonisti del cambiamento”. Ennio Ripamonti, a partire dai racconti, ha ragionato sul concetto di welfare: “deve essere inteso come benessere di un'intera comunità. Dobbiamo superare la logica dell'assistenzialismo: l'erogazione di servizi è importante e va garantita, ma non basta più. La generazione di relazioni di comunità proficue è indispensabile. Ben inteso, il welfare di comunità non è l'alternativa, va integrato con l'assistenza. L'assistenza, appunto, non l'assistenzialismo. Un recente studio dell'Organizzazione mondiale della sanità ci dice che l'isolamento e la solitudine hanno un impatto di mortalità e morbilità pari al fumo. Se questo è vero, allora, ripartire dalle relazioni è necessario: progetti come questi producono salute”.

 

 

Luoghi di comunità

Agostino Barbieri e Federica Galasi hanno riempito di senso la narrazione dei luoghi di comunità. Barbieri ha raccontato l'esperienza di un piccolo paese, Cumignano sul Naviglio, in collaborazione con Genivolta, Romanengo, Trigolo, Ticengo e Salvirola: “abbiamo segnalato attraverso idonea cartellonistica i percorsi lungo il corso d'acqua e nel tempo abbiamo organizzato delle camminate comunitarie. Oggi esiste un cammino del patto di comunità Fare legami per vie d'acqua e di terra lungo 31 chilometri e che attraversa tutti i luoghi”. Galasi, invece, ha dato voce all'esperienza di Artigiani di futuro: “non è solo un'aula studio a Pandino, voluta e creata dai giovani. È molto di più. È un percorso di ascolto e valorizzazione, di protagonismo delle persone più giovani a servizio di altri giovani. É un ponte per dare forma concreta alla partecipazione attiva delle giovani generazioni che vivono e consegnano un luogo alla comunità”. Proprio sulla differenza tra luoghi e spazi si è concentrata la riflessione di Ennio Ripamonti: “queste storie ci dicono che il mondo non è fatto così, può essere trasformato. Non riempiamo spazi, abitiamo luoghi. I luoghi producono emozioni, hanno il potere di produrre comunità. Viviamo in un'epoca in cui facciamo fatica a farci degli amici, ma la relazione produce senso e bellezza. I luoghi possono aiutare: le aule studio, ad esempio, aiutano a superare l'individualizzazione della performance e a rendere lo studio un bene comune, un bene da condividere”.

 

 

Reti comunitarie

Carla Pozzi e Maide Lotti hanno ragionato sulla vita delle reti comunitarie. Pozzi ha dato voce allo sforzo di prendersi cura della rete, mettendo a nudo fatiche e perdite per farne esperienza di cura. “Dopo la pandemia anche la rete di operatori e volontari aveva bisogno di manutenzione: abbiamo quindi dato vita ad un percorso di mutuo aiuto per gli operatori”. Lotti ha, invece, focalizzato l'attenzione sulla forza e sulla ricchezza della rete multiculturale sorta sul territorio grazie ai patti. Ripamonti ha ragionato sull'evoluzione del concetto di rete, dentro e fuori l'ambito sociale, in “un momento storico in cui si procede per frammentazione, per isolamento. Assistiamo ad un individualismo anche delle organizzazioni, pur in una comunità che è animata da diversità. Il Covid ci ha consegnato un panorama dell'associazionismo molto diverso: oggi sopravvivono o associazioni locali legate al ciclo di vita delle persone che le animano o associazioni locali legate a grandi realtà nazionali. Le reti vanno animate, ripensate, mantenute vive. Perché ci tengono vivi”.