05-05-2022 ore 19:57 | Rubriche - Costume e società
di Gloria Giavaldi

Tra il Covid e la guerra: gli studenti dell'Itis Galileo Galilei di Crema si raccontano

L'articolo 11 della Costituzione scritto nero su bianco all'ingresso della scuola: l'Italia ripudia la guerra. E subito dopo la scritta no war e la bandiera ucraina lì accanto. Nell'atrio di ingresso dell'Itis Galileo Galieli di Crema il messaggio è chiaro da subito. Lo diventa ancora di più quando sentiamo le richieste di pace uscire dalla bocca degli studenti della 1 IE (indirizzo informatica) e della 5CA (indirizzo chimica). Li incontriamo insieme al docente di storia Gabriele Visentin, che con loro ama affrontare anche tematiche di attualità. “Il conflitto in Ucraina è l'argomento attuale più ostico che mi sia capitato di trattare, perché è complesso: le ragioni del conflitto sono complesse”. Per alcuni la guerra è lontana, per altri è ad un passo con il rischio che possa arrivare anche qui. Tutti temono che non finirà, anche se sono convinti che la soluzione passi dalla diplomazia. “Certo” prendiamo in prestito le parole di Stefano Botta “dopo la pandemia anche la guerra non ci voleva”.

 

La voce dei giovani

È ancora vivo nei ragazzi il ricordo del rientro a scuola, dopo la didattica a distanza e il lockdown. Per tutti (o quasi) il ritorno sui banchi ha imposto una rivisitazione del metodo di studio. Tutti hanno dovuto “riprendere i ritmi”, ma vedere i compagni dal vivo è un'altra storia. “Da questo punto di vista – ci dice Stefano Fada – sento di aver perso un anno di vita e credo che nessuno me lo potrà più restituire”. Perchè, per tutti, “la differenza si può fare solo insieme. Insieme possiamo far sentire la nostra voce e possiamo provare a dare il nostro contributo”. Provare “perché la nuova generazione viene screditata invece che essere incoraggiata, motivata”. Secondo Alessandra Aguilar la distanza generazionale tra chi decide e i giovani “è troppo elevata. Le nostre richieste appaiono illogiche. Si parla di giovani, ma non li si ascolta. Anche sul versante dell'accoglienza dei profughi ucraini vorremmo poter fare di più, ma non sappiamo come fare. Si fa fatica a creare la pace che si dice, non ci sono strumenti concreti che consentono a noi ragazzi di attivarci”. Un dato di fatto. Dal quale è necessario ripartire.

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