03-03-2021 ore 20:24 | Rubriche - Costume e società
di Andrea Galvani

Caritas di Crema: dall’ascolto alla presa in cura, il riscatto ‘degli scartati’ dalla società

Tradizionalmente si pensa che la Caritas aiuti unicamente le persone straniere, ma non è così ed essenzialmente non lo è mai stato. Le attività sono molteplici e i servizi offerti articolati. Al rifugio san Martino o presso la casa d’accoglienza si incontrano persone che hanno vissuto per strada la maggior parte della propria vita. Se per qualche accidente, per colpa di un vizio che ha preso il sopravvento, per non essere riusciti a far fronte a delle difficoltà improvvise, il loro portafogli è vuoto, al contrario il loro vissuto è ricchissimo. In un istante sanno metterti a tuo agio. Il metro di valutazione è spiazzante. Quasi innocente.

 

La matrice comune

Le storie sono diverse, ma hanno un matrice comune: la diminuzione del reddito, l’impossibilità a far fronte alle scadenze. Le cause? “La perdita del familiare che era l’unica fonte di sostentamento; spese impreviste (sanitarie, funerarie…); disoccupazione, precariato. Ci sono lavoratori autonomi che hanno dovuto fare i conti con reiterate chiusure, dipendenti in attesa della cassa integrazione o ai quali gli istituti di credito non hanno concesso l’anticipo”. Nella fase più buia del 2020 la Diocesi di Crema ha istituito il fondo san Giuseppe lavoratore: “ad oggi – spiega il direttore della Caritas, Claudio Dagheti – sono stati raccolti 300 mila euro. C’è una commissione che vaglia le richieste e segue passo dopo passo le famiglie”. Centinaia di richieste. Numeri da far impallidire, che impongono una presa in cura e suggeriscono il silenzio ai facili commentatori. A chi è convinto di essere immune agli accidenti dell’esistenza.

 

Pronti ad ascoltare

Molte persone abituate ad offrire il proprio contributo, con vestiti usati o cibo, di punto in bianco si sono viste costrette a chiedere un aiuto. Per pagare il mutuo, le bollette di luce e gas, per poter avere un pizzico di sollievo e rimettersi in piedi. Sì, anche cremaschi. Come racconta Giorgio, passato dall’essere “un benestante” al ruolo di operatore del rifugio san Martino, “l’importante è non essere più soli”. Quando si apre la porta e “si entra in posti come questo, per una persona, diciamo normale, non è facile: si sente l’odore degli ultimi, l’odore della povertà”. Del resto “un bagno e un letto non sono una cosa banale. Per tanti è un sogno”. Ciò che conta è comprendere che quando si è in difficoltà, chiedere aiuto non è una vergogna. E in “posti come questo”, si trova sempre qualcuno pronto ad ascoltare. Senza giudizio.

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