02-01-2021 ore 20:30 | Rubriche - Medicina e salute
di Gloria Giavaldi

Asst. Viaggio al tempo del Covid dove si abbracciano fragili tasselli di vita e speranza

La pandemia ha cambiato il mondo. E ciascuno di noi. “Ha trasformato persone, esseri sociali capaci di comunicare, in individui privati della componente relazionale”, obbligati ad affrontare le proprie fragilità. “A stare da soli, a vivere una sfida dolorosa, penosa e, per alcuni impossibile. Ad aprire finestre dell'anima che erano segregate”. Come le parentesi, che contengono il dolore, lo spiegano e prima o poi si chiudono. Salvatore Galati, responsabile del servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell'Asst di Crema, parla piano. Vuole che i concetti siano chiari, non intimoriscano, siano fedeli alla realtà. Al reparto oggi si accede dalla neurologia. “La sistemazione è provvisoria, siamo in attesa di ristrutturazione”. L'ingresso spalanca le porte ad una parte di mondo troppo spesso descritta con superficialità. “Bisogna parlare di queste tematiche, affinché venga meno lo stigma nei riguardi del paziente psichiatrico” afferma la coordinatrice Daniela Carniti. Il suo sorriso serve a donare serenità in una struttura che accoglie e comprende il dolore silenzioso, al di là delle etichette che la società affibbia a chi vive una condizione di disagio. “Il Covid ha colto tutti di sorpresa” spiega Galati. “Nel corso della prima ondata siamo stati in grado di accogliere anche pazienti Covid positivi in sicurezza. Erano ricoverati in camera singola con relativi servizi. È stata buona la collaborazione dei ricoverati, rimasti per tutto il tempo della degenza in isolamento nella loro stanza. Un plauso per questo va al personale infermieristico che ha saputo rendere questi momenti meno faticosi, tenuto conto del disagio psichico manifestato dai pazienti che trattiamo”. 

 

Isolamento e psiche

Ora il reparto è Covid free. “Il paziente viene ricoverato presso di noi solo se negativo. In caso di positività viene inviato nella struttura di riferimento indicata da Regione Lombardia”. Le parole che descrivono l'attività del reparto sono poche. Accanto, si sta in silenzio. Secondo Galati il paziente resta al centro. “Le persone con disagio psichico non hanno visto aggravarsi la loro condizione a causa del lockdown”. Sia in reparto che al domicilio. La spiegazione è presto data:“quando vi sono dei problemi fisici o dei timori per la propria salute la componente psichica riduce l'angoscia per un male ignoto, perché il male diventa noto. Il soggetto rivolge l'attenzione su una preoccupazione reale ed anche l'angoscia prende un nome”. Diverso è l'impatto per persone che non presentano una diagnosi psichiatrica. “Nella generalità delle persone il primo lockdown ha causato una sorta di shock emotivo i cui effetti sono solo parzialmente ed indirettamente visibili oggi. Come in tutte le situazioni emergenziali, la risposta psicologica nella prima fase è stata di contrasto attivo ed efficace al problema”.

 

Situazione attuale

Nella seconda fase possono manifestarsi disturbi di vario genere. “Ora preoccupa la mancata consapevolezza dell'angoscia causata dall'isolamento. L'individuo, confinato, perde la capacità di autodeterminarsi. Questa perdita, se limitata come nella prima fase, può non avere grandi effetti perché il soggetto riscopre la libertà e torna alla vita di sempre. Nella situazione che stiamo vivendo, al contrario, lo stato d'angoscia è stato riattivato dalla seconda ondata ed è destinato a durare nel tempo Questo può determinare un innalzamento dei livelli di cortisolo, noto come l'ormone dello stress”. A questo si aggiunge “la necessità, ai fini del contenimento del contagio, di inibire le forme di comunicazione cui siamo portati per natura, pensiamo all'abbraccio, al bacio e alla stretta di mano, che consentono il rilascio di ossitocina, l'ormone che, al contrario del cortisolo, riduce la frequenza cardiaca e tranquillizza. Ci troviamo a vivere in uno stato di costante attivazione in attesa di un danno: questa condizione protratta nel tempo può provocare un disagio psichico”.

 

Paura di stare vicini

Non basta il ricorso al digitale per ripristinare il filo invisibile che lega le persone. “Non può sostituire l'incontro. Può svolgere una funzione consolatoria in una situazione d'emergenza, niente di più. L'uomo è bisognoso di relazioni umane. Di questo, in alcuni, manca la consapevolezza. Stare otto ore al giorno davanti ad un computer è una necessità, non certo una situazione che giova alla salute mentale”. Ciò che si avverte oggi è una certa ritrosia alla relazione, anche terapeutica. “Si percepisce una certa resistenza ad entrare in contatto con gli esseri umani e a comunicare in modo stretto perché la vicinanza è demonizzata”. Non da chi fa dello stare accanto una missione quotidiana. “Durante l'emergenza il lavoro d'equipe si è rivelato salvifico. I sanitari hanno ben fronteggiato l'emergenza, potendo contare sulla condivisione di dubbi, paure e soddisfazioni. Il gruppo ha permesso di buttare il cuore oltre l'ostacolo e proseguire”.

 

Una pesante eredità

Ora il vaccino “apre scenari di speranza ed ottimismo”. Tuttavia, l'eredità del Covid resta. E resterà. “In primo luogo sulla pelle di chi è sopravvissuto. Il Covid determina un quadro clinico post infezione che può durare mesi. Questa mancanza di restituzione totale della propria vitalità costituisce un problema grave per i pazienti. In alcuni resta il timore di contagiare o di essere nuovamente contagiati”. Poi Galati amplia lo sguardo. “Il virus ha dimostrato che le epidemie non sono un caso. Negli anni '80 si pensava di poter sconfiggere questi mali, grazie ad antibiotici chemioterapici potentissimi. Si era creata anche tra i sanitari una condizione di ottimismo assoluto nella scienza. Ma non è così. Non può essere così. La conoscenza scientifica è uno dei più grandi strumenti per comprendere la realtà, non l'assoluto. Questa non sarà l'ultima epidemia”. Si rende necessario “riaffermare il ruolo centrale della sanità, ricollocando nella cura le risorse che in questi anni non sono state destinate alla salute”. Le persone se lo meritano. “Non possiamo prevedere tutto. Abbiamo bisogno di strutture che possano accogliere le nostre fragilità ed aiutarci nella lotta per la vita”. E nella cura del dolore. Anche di quello che non parla. Al termine del corridoio, la porta è chiusa, come le parentesi di vita che raccontano fragilità. Resta pronta ad aprirsi alla speranza del domani. Perchè il domani deve essere un regalo. Per tutti.

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