Classe 1993, Emanuele Fiammetti insegna violoncello presso il Civico Istituto Musicale Luigi Folcioni di Crema. Si è laureato in composizione musicale e strumento al conservatorio di Milano con altissimi voti, ottenendo anche una borsa di studio come uno dei migliori studenti della scuola. Da qui in poi ha conseguito un premio dietro l'altro, sia a livello nazionale che internazionale.“La mia passione è subentrata come una cosa naturale – inizia a raccontare il docente - e poi nel corso degli anni ha cambiato forma tante volte, dalla classica al rock, poi al cantautorato e al jazz anche, tanti giri, per poi ritornare, attraverso la composizione, diciamo, anche alla musica colta”. La mamma di Emanuele è organista e lui ha respirato la musica “in casa” sin da piccolo: “La mia idea iniziale era imparare a suonare il contrabbasso, ma non esisteva il corso per questo strumento a Crema: al Folcioni c'era il corso di violoncello, era la cosa più vicina, così mi sembrava, e allora mi sono iscritto”.
La fisicità del violoncello
Al primo impatto il giovane insegnante sembra timido, riservato, ma più il dialogo prosegue e più si colgono le sfumature di un carattere che si apre lentamente, rivelando un assoluto rispetto nei confronti di altri punti di vista ed un modo di pensare aperto, acuto e pronto ad interrogarsi. Le domande scendono in profondità, seguendo una conversazione che a tratti si fa quasi intima, come quando si arriva a parlare del rapporto fisico, emotivo e mentale con il violoncello. Fiammetti non risponde subito, si prende qualche secondo, respira e poi inizia il suo intenso racconto: “Per chi lo suona è uno strumento che sta a contatto col proprio corpo, per cui ogni nota è una vibrazione. Il violoncello ti preme contro, c'è una guerra in atto, vuole buttarti contro la schiena della sedia e tu lo puoi spingere fuori, nella giusta dose di forza per tenerlo in equilibrio. Molto spesso quello che si fa è cercare di sezionare ogni parametro dall'arco, concentrarsi sull'intonazione, sulla pressione del dito e via via, ma ci si dimentica di essere tutto un pezzo con lo strumento, se si può dire così.”
Un'esperienza olistica
“Quello che mi piace anche insegnare è appunto questo – prosegue il docente - come se volessimo cercare di focalizzarci su un singolo parametro, quello che è in gioco al momento. Però, allo stesso tempo, ci dobbiamo ricordare che siamo lì, siamo tutt'uno e dobbiamo contestualizzare questa difficoltà nella sensazione di benessere, dell'unità che è importante. Sennò ci si scoraggia e si perde la voglia”. Tra le righe delle sue parole, l'insegnante cita filosofi e pedagogisti e si comprende come la sua formazione, non solo musicale, poggi su solide basi, tanto da poterla definire una sorta di esperienza olistica, che mette in comunicazione la musica, la mente, il corpo e l'anima. Egli stesso si definisce “un compositore, le cui opere esplorano temi di desiderio, fragilità e contraddizioni interiori con una forte attrazione per la percezione della memoria e del mondo onirico”.
Dal maestro agli allievi
Fiammetti cerca di trasmettere ai suoi allievi questa complessità, partendo da ciò che ha funzionato per lui e che può essere utile anche a loro: “Ciò che può funzionare è non focalizzarsi troppo su un singolo dettaglio, ma rimanere sempre ancorati a quello che già si è in grado di fare. In questo senso non dimenticarsi dove si è.” Per spiegare meglio i concetti profondi, quasi teoretici che sta esponendo, Emanuele propone un paragone: “Diciamo che questo lo fanno molto bene i cantanti, per esempio, che, non avendo lo strumento davanti a sé, devono affidarsi al proprio corpo per imparare dov'è la posizione giusta. Il violoncello è simile, perché i tasti non ci sono e quindi la sensazione corporea, per l'udito, è importante. E se hai una sensazione di benessere, sei molto più predisposto a intonare bene”.
A che età iniziare?
“Di sicuro più giovani si è, più si sopporta la difficoltà iniziale – spiega il compositore - Si tende a contestualizzarla come gioco. Lo strumento può essere visto come un muro, perché magari il gusto musicale è molto più sviluppato rispetto alla capacità fisica e c'è bisogno di un bel bacino di ore di studio prima di avere qualche risultato soddisfacente. Poi questo è variabile, dipende dall'individuo, però comunque tendenzialmente più tardi si incomincia più è difficile. E lo studio dura tutta la vita”.
Il musicista chiarisce che in base all'input dell'allievo si vede dove si può andare: “Il violoncello ha la particolarità di suonare con poche note fatte bene e di essere un strumento che si presta molto bene a generi diversi”.
Repertorio o repertori?
“Ho un periodo, in cui tendo molto a volermi scrollare di dosso questa rigidità di distinzioni in etichette varie. E' una cosa un po' post-moderna. Anche noi della mia generazione siamo cresciuti tutti con tutta la musica, senza curarci troppo da che parte venisse. Poi gli anni di conservatorio ovviamente ti formano in un certo modo, ma mi piace questa oggettività un po' fluida”. Si inserisce esattamente in quest'ottica il nuovo corso di composizione creativa, che partirà dal prossimo anno scolastico, affidato a Fiammetti: “Il senso è proprio quello: smuoversi un po' da quest'ottica per cui per scrivere qualcosa ci vogliono dieci anni di conservatorio, di cui sette di contrappunto. E' una visione un po' rigida, secondo me, che non è molto contemporanea. Mi piacerebbe molto vedere la cosa come la possibilità di capire la musica in modo più profondo e da lì poi capire chi sono io, cosa mi piace scrivere”.
Le competenze trasversali
Vista la profondità del discorrere, è lapalissiano chiedere al docente se oltre alle competenze strettamente musicali, nel suo corso gli allievi acquisiscano anche competenze trasversali: “Sono la parte più importante, per cui uno sceglie di iscriversi in un corso di musica o fare musica. Non è la pratica in sé, ma è tutto quello a cui porta: dalla disciplina, dallo studio quotidiano alla curiosità di affacciarsi con un repertorio che non si conosce o di ascoltare un brano di musica senza schippare dopo due secondi, perché non ti piace quella batteria o quel suono lì. Certo, poi si può arrivare fino a questi livelli, fino a significati più profondi per cui si esprimono parti di sé che sono inesprimibili in altro modo. Sia con l'esecuzione, con l'interpretazione di un brano che con la scrittura”.
Il corso di composizione creativa
Quando torniamo a parlare del nuovo corso di scrittura musicale, i toni lenti e pacati si vivacizzano: “Mi sembra che una persona possa partire da dove vuole e stare in contatto con quello che le piace nella musica, perché la parte della composizione non è solo avere i mezzi, quelli poi arrivano, li costruiamo, ma è proprio come nasce un'idea, come si pensa a un progetto di composizione – Emanuele è coinvolgente, si esprime con trasporto - Non serve avere una competenza specifica, nel senso che si ragiona su un'idea. Se ci pensi, per tanta musica di livello, che poi non è classica, cioè non ha quell'etichetta lì, la partitura non è necessaria”.
La musica come processo di crescita
Il dialogo è sempre più fitto, quasi un botta e risposta, animato da sincera condivisione: “Ma l'idea, da dove arriva?” chiedo con interesse. “Quella è la parte più preziosa, è il germoglio della vita” risponde lui. “Per te l'idea da dove arriva?” Domando ancora, curiosa di saperne di più. “Arriva dalla riflessione – prosegue lui - ci sono certi particolari, poi non è detto che arrivi subito in forma molto articolata, arriva perché c'è un bisogno di fare, c'è un bisogno di scrivere, c'è un bisogno di poter dire qualcosa e poi si capisce attraverso il suono di che cosa è fatta questa idea. E allora si comincia la narrativa, si cerca di darle voci in maniera molto più articolata e così facendo si arriva a un pezzo di realtà”. E nella vibrazione tra corpo e suono, tra idea e forma, si compie ogni giorno, al Folcioni, un piccolo atto di creazione.