“Buongiorno, sono le tre del mattino in questa grande città frenetica, piena di divoratori di rifiuti che saccheggiano i parcheggi”. Si apre così, con una platea in visibilio, il debutto dei Beat al Festival Tener-a-mente presso il Vittoriale degli italiani. A Gardone riviera fa caldo. Una leggera, ancora tiepida brezza e il calar della sera amplificano l'entusiasmo per il ritorno in Italia di un Adrian Belew elegantissimo in bianconero, ironico e sberluccicante come i suoi mocassini, accompagnato in questa avvincente avventura da uno strepitoso Tony Levin e da una coppia di straordinaria efficacia, umiltà e sfacciata maestria: Steve Vai in versione predicatore alla chitarra e da un portentoso Danny Carey alla batteria.
L'alienazione e il viaggio
L'anfiteatro caro a D'Annunzio non è nuovo ai Frippertronics. Eppure, come fosse la prima volta, anche se in sua assenza, ne viene travolto. I loop ipnotici di chitarra trasportano gli spettatori in un'altra dimensione: arrive in Neurotica through neon heat disease, la città in cui impazzano iene, scimmie e ghepardi. Alienati animali selvatici che in un frastuono continuo di clacson e sirene si scontrano e si schiantano senza soluzione di continuità. Il pubblico ha appena il tempo di ricomporsi e in un battito di ciglia si trova sulla strada, in un lontano 1982: trasformato in una macchina che corre verso una una terra di libertà.
Lontano dall'oppressione del sistema, ci si trova seduti accanto a Jack Kerouac e Neal Cassady. Il ritmo del recitato è incalzante, il motore romba e fugge all'impazzata, spinto dall'intreccio delle chitarre, dalla potenza del basso e della batteria in un flusso di coscienza che incarna tutta la potenza del Beat.
La ricerca e l'illuminazione
La tensione si scioglie, la band entra in sintonia col pubblico, ormai in un salutare bagno di sudore. Sollecitata dalla melodia new wave, da un soave, suadente dialogo tra le chitarre, accarezzato dal contrappunto della batteria e del basso, il respiro si fa più lento, è venuto il momento di lasciarsi andare veramente. Con fiducia e serenità. Inizia l'introspezione e seguendo il suono del battito cardiaco della persona amata, tra arpeggi sognanti e fluidi rintocchi, ci si fonde in una nuova esistenza. Belew e Vai si trovano a meraviglia: l'epoca contemporanea viene annichilita dal minimalismo delle loro sei corde, dall'esoterismo di scale armoniche che sembrano crearsi dal nulla. Il vento bollente di Tangeri arriva dopo una gelida introduzione alle tastiere e sussurra lievi accenni jazz. Tra dune polverose e profumi ambrati, la band sembra raccontare le gesta dei protagonisti dei romanzi di Burroughs e Bowles, la loro ricerca spirituale, il loro Satori, il momento dell'illuminazione, la sperimentazione di uno stile di vita molto poco convenzionale. Ormai giunti alla seconda metà degli anni Venti, in molti si ritrovano a rivivere gli anni Ottanta del secolo scorso. Il pubblico ha lasciato ogni formalità. È entrato nello spettacolo. Ne è ormai divenuto parte integrante. S'immedesima nella pretesa d'autenticità di Model man. Siamo nel 1984 e l'album Three of a Perfect Pair mette a nudo l'ansia di Belew, il rifiuto della finzione (quel suo 'not a model man') e la sua richiesta di essere accettato, con tutta la propria fragilità: 'prendimi per quel che sono'.
Patrimonio da custodire e tramandare
Ammesse le proprie debolezze, ma offrendo completamente se stessi alla musica e al progetto comune, i Beat tornano a lasciare l'umano per trasformarsi nell'archetipo tanto caro a Cronemberg, quasi perfetto nel dare vita ad uno dei capolavori di J.G. Ballard. Dig me, but don't bury me grida il cantante nato a Covington, nel Kentucky, la bellezza di 76 anni fa: la vastità della platea e soprattutto la sua eterogeneità lascia presagire un futuro positivo. Il testo parla di un'auto sportiva abbandonata dallo sfasciacarrozze. Il suo è un disperato monologo. Ha il terrore di essere dimenticata. Negli occhi affascinati, nelle teste reclinate, nei gesti con le mani aperte del pubblico leggiamo che il patrimonio artistico sul palco non verrà dimenticato e disperso, ma custodito e tramandato. Le oscure atmosfere sonore si alternano ritornelli pop, a melodie delicate. Il paesaggio sul lago completa alla perfezione il quadro, che nel testo descrive il bolide, divenuto ormai un rottame, incrostato dalle piogge acide, abbandonato ai piedi di una baia inquinata. Negli occhi dei molti fan brizzolati e del nugolo di canuti incontriamo l'amore incondizionato e la totale accettazione per la saggezza, la veridicità dei versi di Man with an Open Heart. La trama sonora segue strade armoniche e accordature inconsuete, innovative. Siamo ormai nella terra in cui il pop incontra il rock progressivo. La voce, il parlato, lasciano spazio allo strumentale Industry. Le trame tessute dalle percussioni elettroniche e dalle chitarre, seguendo la via tracciata dalla stick di Tony Levin, accompagnano il pubblico del Vittoriale in una furibonda esplorazione del lato oscuro della nostra civiltà tecnologica. Percussioni costanti, regolari, quasi identiche, sovrapposizioni poliritmiche e dissonanti fraseggi proiettano l'anfiteatro nella terza parte di un contrasto surreale: la pura bellezza dell'arte musicale, simboleggiata dalla raffinata nobiltà delle lingue d'allodola, viene immersa, tuffata nella gelida gelatina del rigido, orgoglioso provincialismo dell'industria musicale.
Quella in cui non esiste l'altro. Quella che suggerisce un altro memorabile cavallo di battaglia di Belew: Dinosaur. È con questo pensiero che si chiude in trionfo il primo set.
Il peso del tempo sospeso
La seconda parte del concerto, dopo una pausa rigenerante di una ventina di minuti, ha un volume maestoso e un tiro travolgente, straripante. In rapida successione il pubblico affronta emozioni profonde. Si confronta col mito d'Odisseo, fatto d'attesa, dall'incertezza per il ritorno. Comandano lo stick bass e le percussioni elettroniche: disegnano una ritmica martellante, il peso del tempo sospeso e l'incessante scorrere del tempo, scandito dal battito del cuore di chi attende. Il testo minimalista riabbraccia Kerouac e la sua irrequietezza, la ricerca di un approdo sicuro. Nel suono abbondano le chitarre, come lacrime ardenti, la conta dei momenti in attesa di una rinascita, del caloroso saluto di un amico. La notte è ormai scesa su Gardone. Le lucine tremule che si riflettono sul lago di Garda sono il perfetto scenario in cui intonare The sheltering sky: il viaggio dell'essere umano deve necessariamente fare i conti con la vastità e il senso di vuoto dell'esistenza. La solitudine e la ricerca interiore spaziano e si confrontano con l'epica natura selvaggia che abbraccia l'anfiteatro. I ritmi, i profumi e i sapori della giungla metropolitana tornano nell'insonnia, nell'angoscia notturna della new wave sconvolgente di Sleepless, tra arditi slanci e terrificanti cadute notturne. Chi non ha sperimentato l'incubo della caduta nel sonno, delle presenze malvagie e ha imparato la strada per riprendere il controllo e la padronanza di sé?!
Frame by frame
Il vizio di frazionare e voler razionalizzare in continuazione ciò che accade porta la mente umana all'impossibilità di comprendere la realtà: è plasticamente rappresentata dai sette ottavi, dai tempi fuori fase delle chitarre, che con metodo e matematica disciplina finiscono sempre con il riequilibrarsi di Frame by frame, che la band lancia chiaramente il proprio messaggio: la vita va vissuta al tempo presente, senza perdersi in dubbi e angosce, per non annegare in un immenso mare di possibilità. La magnificenza eterea, sognante di Matte Kudasai spezza il ritmo nevrotico di Discipline. Riprende in salsa orientale la grande lirica e l'eterno tema del sogno a stelle strisce: con una melodia sognante e sospesa, con la richiesta di saper aspettare, che si atterra nella solitudine: 'she sleep in a chair, in her sad America'. Il pubblico si trova più a suo agio con i brani del secondo set. Belew lo sottolinea, prima di lanciarsi in uno dei pezzi più amati dei King Crimson. Elephant Talk racconta della futilità e della superficialità del linguaggio umano. Le conversazioni tra persone finiscono spesso per rivelarsi un ammasso di suoni, rumori senza un reale significato. Capolavoro dell'arte delle poliritmia, dal punto di vista lessicale sembra un esercizio di stile di Raymond Queneau: ogni strofa è costruita con parole che iniziano con una lettera specifica, procedendo in ordine alfabetico.
Su tutto troneggiano le chitarre di Belew e Steve Vai, un gioco di incastri che produce armonie dissonanti e fantascientifiche, perfetta metafora del caos, della vuota Babele delle parole.
L'impulso creativo
In questo contesto, ormai ostaggi della lotta tra controllo e caos, gli spettatori si lasciano persuadere dalla celebre missiva della moglie di Adrian, che descrive le fasi di creazione di un'opera d'arte, il rapporto tra l'impulso creativo e la necessaria indisciplina. La dicotomia tra il rigore della norma e l'incontrollabile emozione che travolge la routine. Sull'urlo finale, 'I like it!' si chiude il concerto. L'ovazione prosegue con una delle versioni più americane, potenti e puramente rock di Red. Capolavoro assoluto della musica, apice della prima incarnazione del Re Cremisi, segna il rompete le righe, col pubblico ai piedi del palco, in un abbraccio fisico reale, senza diaframmi. A una manciata di minuti dalla mezzanotte c'è il tempo per un nuovo tuffo nella realtà metropolitana. Thela hun Ginjeet. È proprio così: la nostra quotidianità è fatta di caldo e tensione. La band si congeda. Non c'è bisogno di presentazioni. Il tributo è lungo e sincero. Tra i cipressi del Vate, con la luna alta nel cielo, il vento porta un sussurro: “And I thought, "this is a dangerous place" once again, you know”.
