“Il nodo gordiano è metafora di problemi apparentemente insormontabili, che richiedono soluzioni audaci e non convenzionali”. Teniamone conto, ne riparleremo a tempo debito. Il comune di Crema è in fase di bilancio e non è da escludere che nei prossimi giorni arrivino prese di posizione ufficiali sul presente e in particolare sul futuro di Reindustria. Fosse un giallo di Agatha Christie, diremmo che 'Reindustria va verso la chiusura'. Eppure non tutto è segnato. E alla fine, potrebbe rivelarsi un colpo di scena.
La storia
La “società di marketing territoriale composta da un capitale sociale interamente pubblico” è stata fondata nel secolo scorso: nel 1995. La sua funzione? Agenzia di sviluppo locale. Superato di slancio il Baco del millennio, nel 2005 è stata trasformata in Reindustria agenzia Cremona sviluppo. Passato un altro decennio, ora siamo nel 2016, le è stato imposto il nome REI – Reindustria Innovazione. A questo punto del suo percorso, “rileva le competenze di trasferimento tecnologico e incubazione di startup, rilevate da Crema Ricerche”. Dopo la fuoriuscita di Casalmaggiore e dell'amministrazione provinciale di Cremona, ad oggi le sono rimasti quattro soci. Di numero. La Camera di Commercio di Cremona ne possiede il 59,10 per cento, il comune di Cremona il 7,05, il comune di Crema il 33,40 e Consorzio.it lo 0,45. In Consorzio informatica territorio, giova ribadirlo, sono presenti una cinquantina di comuni del Cremasco.
La missione
Senza voler scomodare il capolavoro di Roland Joffé, vincitore della Palma d'oro a metà degli anni Ottanta, la missione di Reindustria, ammettiamo di essere andati a leggerlo sul sito internet ufficiale, è “l'attenzione per il territorio e per un suo sviluppo consapevole, grazie allo studio e alla realizzazione di progetti multistakeholders, diretti a creare sinergie di aggregazione e mix collaborativi di beneficio collettivo”. Stringendo, dovrebbe o deve, in base ai gusti personali sul presente o sul condizionale, “sviluppare il territorio della Provincia di Cremona sia da un punto di vista culturale che imprenditoriale”. In che modo? “Portando avanti progetti di varia natura, coinvolgendo realtà aziendali del territorio e cercando di sviluppare soluzioni innovative attraverso la collaborazione di più enti territoriali”. Per non lasciare spazio alcuno all'interpretazione, Reindustria ha il compito di “promuovere l’attrattività turistica attraverso l’organizzazione di eventi che valorizzino le tradizioni e i punti forti del territorio”.
La diversa percezione
E qui sta il punto. Non è ancora il momento di Ernst Junger e Carl Schmitt. Un attimo di pazienza: alcune settimane fa il presidente Bressanelli, audito in commissione garanzia su invito di Laura Zanibelli (Forza Italia), ha presentato un quadro molto più roseo di quanto non sia in realtà. Questione di sfumature? I soci pare abbiano una diversa percezione della realtà: devono fare i conti con la riforma Madia, l'obbligo di ricevere incarichi e di raggiungere il milione di euro di fatturato minimo (ogni volta raggiunto per il rotto della cuffia). Si sono fatti l'idea, senza tanti giri di parole, che l'assetto di Reindustria non è più funzionale. Il comune di Crema e il comune di Cremona (per tacere di Consorzio.it) sarebbero (il condizionale qui è un vezzo) in procinto di uscire da Reindustria. E qui siamo al colpo di scena: la Camera di commercio è di fronte al nodo di Gordio; può mantenere in vita l'azienda e rilanciarla offrendo i propri servigi alle amministrazioni. I soci sin qui rimasti hanno dimostrato di credere nel progetto oltre ogni ragionevole dubbio, ora la palla, pardon, la spada, passa alle associazioni di categoria.