“Voglio scrivere una lettera ai miei aguzzini. Voglio dire loro che sono disposto al perdono, purché capiscano la situazione reale, purché inizino a chiedersi il perché di certe azioni, di certi gesti, di certe crudeltà, di certe torture verso i palestinesi”. Il consigliere regionale del Pd e membro della Global Sumud Flotilla, Paolo Romano, è reduce dall'arresto da parte delle autorità israeliane, dopo il “sequestro in acque internazionali”. È giunto a Crema, invitato da Arci Porto Sicuro, Alleanza Verdi e Sinistra e Giovani Democratici, per raccontare la forza dell'umanità che resiste alle barbarie e all'atrocità di una storia che ritorna. Con lui, in una sala Alessandrini stracolma di persone, altri due partecipanti all'iniziativa umanitaria a sostegno della popolazione palestinese: Maso Notarianni della presidenza nazionale di Arci e l'europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra Benedetta Scuderi. A moderare la serata il giornalista freelance esperto di esteri Andrea Braschayko.
Il diritto alla vendetta
“Le autorità israeliane – prosegue Romano - hanno perpetrato orrore, pratiche disumane senza chiedersi perché. Come se esistesse un diritto alla vendetta”. Il parallelismo con le vicende della Shoah è lampante: “prima di essere portati in cella siamo stati accolti dai cani, proprio come avveniva ai tempi, quando i più fedeli amici dell'uomo venivano addestrati per attaccare fisicamente o terrorizzare psicologicamente i prigionieri. D
i notte li sentivamo, la loro presenza era costante. Come in tempi passati, ci hanno anche costretto a spogliarci dei nostri averi, dei nostri vestiti, in cambio di un tagliandino, lasciando intendere che tutto ci sarebbe poi stato restituito, ma quegli oggetti non li abbiamo più rivisti. È chiaro è che oggi l'Israele moderato non esiste più. E non esisterà mai una pace vera senza uno Stato palestinese e senza un giudizio per genocidio”.
Cartina tornasole
I momenti in cella sono scolpiti nella mente. “Non ho bevuto per lungo tempo, c'era chi beveva dal water. Per due giorni e mezzo sono stato la 'scimmietta' di un soldato israeliano. Mi teneva per la collottola e mi chiedeva, a comando, di alzare o abbassare la testa. Se non lo facevo secondo i suoi tempi mi prendeva a pugni. Di fronte a questo gli altri soldati ridevano, divertiti, senza muovere un dito. Ho provato un profondo senso di terrore e di umiliazione. Nonostante tutto, so di essere stato un privilegiato, perché sapevo che i miei cari erano al sicuro. Ho avuto timore che la vicenda della Flotilla potesse diventare un'arma di distrazione di massa, per non parlare di Gaza. Oggi racconto questo dolore non per spettacolarizzare, non per essere chiamato eroe, ma perché credo che questa esperienza possa essere la cartina tornasole del male provoca
to al popolo palestinese. Lontano dai riflettori, in silenzio. Se così non dovesse essere essere, finiremo per amplificare ulteriormente la differenza tra il mondo occidentale ed un mondo in cui la vita di un bambino palestinese vale meno. E di questo saremo responsabili. Tutti”.
'Uno scatto che deve continuare'
“Dopo la Flotilla – racconta Maso Notarianni - sono tornato a Roma con tutto ciò che avevo: un paio di pantaloni, un paio di ciabatte e una maglietta bianca. Ci hanno preso tutto, persino le medicine per il cuore. Appena scesi dalla nave al porto di Ashdod, ci hanno intimato di inginocchiarci con la testa bassa. Poi ci hanno sbattuto in cella senza acqua e con un mirino laser puntato. Ci hanno trattato male, ma non ci hanno ammanettato e bendato come hanno fatto con i palestinesi. Ho avuto paura, ma lo rifarei. Sono un inviato di guerra, nella mia vita ho visto tanto male, ma anche tanto bene. La Flotilla ha mostrato tutto, non ha mentito. Attraverso i nostri corpi, ha reso evidente ai governi che in quelle terre da due anni si sta consumando un genocidio, ma ha anche generato una mobilitazione che non si vedeva da tempo. Uno scatto di solidarietà, d
i umanità, di condivisione che spero ci consenta di mantenere alta l'attenzione su Gaza, ma che ci permetta anche di comprendere lo stato di degrado della nostra scuola, della nostra sanità, del nostro welfare. Spero ci aiuti a capire che ci stanno portando via la vita. E che dobbiamo agire, dobbiamo fare qualcosa”.
Senso di comunità
La mobilitazione via mare “ha cercato di ridare un senso di speranza al Mar Mediterraneo” spiega Benedetta Scuderi. “Anche quella via terra – precisa - è stata importante, perché ci ha fatto subito capire che non eravamo soli: è stata fondamentale per la nostra sicurezza. L'esperienza della Flotilla ha risvegliato un senso di comunità diffuso, favorendo un'attivazione oltre ogni aspettativa contro una deriva bellica. Quando siamo stati accerchiati dall'esercito in acque internazionali, siamo stati additati e trattati come terroristi. Siamo stati vittima di una palese violazione dei diritti umani senza che nulla accadesse, di fronte alle telecamere di tutto il mondo. Ci è stato negato il diritto ad un avvocato, ma anche il banalissimo diritto di capire cosa stesse succedendo. Prima di portarci in cella, ci hanno fatto girare a vuoto per del tempo per disorientarci. L'unica cosa chiara in questo contesto è che il piano di pace non durerà. La volontà di Israele è chiara: proseguirà perpetrando un genocidio a bassa intensità”.