09-10-2025 ore 20:16 | Politica - Roma
di Paola Manca

Rapporto Gimbe, 'la lenta agonia della sanità pubblica: una persona su 10 rinuncia a curarsi'

Prima del Covid veniva definito un malato cronico, ora sembra stia vivendo una lenta agonia. Da quando la logica aziendalistica e prestazionale ha preso il sopravvento, sembra essere venuta meno la natura stessa del Servizio sanitario nazionale (non del Sistema), in costante declino. Un’agonia preludio della fine? Non è dato saperlo. Di certo, però, a trarne beneficio è il privato, che trova in questo periodo la strada spianata per un’affermazione piena. Da diritto universale a privilegio per pochi? Quali saranno le sorti del diritto alla salute tutelato dalla Carta Costituzionale? Secondo i dati diffusi dall’ottavo rapporto sul SSN a cura di Fondazione Gimbe, presentato ieri dal presidente Nino Cartabellotta presso la sala Regina della Camera dei Deputati, il destino è segnato. “Da anni i governi, di ogni colore politico – ha esordito Cartabellota - promettono di difendere il Servizio Sanitario Nazionale, ma nessuno ha mai avuto la visione e la determinazione necessarie per rilanciarlo con adeguate risorse e riforme strutturali. Le drammatiche conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: aumento delle disuguaglianze, famiglie schiacciate da spese insostenibili, cittadini costretti a rinunciare a prestazioni sanitarie, personale sempre più demotivato che abbandona la sanità pubblica”.

 

Meno risorse alla sanità

Il quadro tracciato dal report è lapidario. Oltre gli specchi per le allodole, la sanità nell’ultimo triennio ha perso 13.1 miliardi. “Dopo i tagli del decennio 2010-2019 e le imponenti risorse assegnate nel 2020-2022 assorbite interamente dalla pandemia, il fondo sanitario nazionale (FSN) nel triennio 2023-2025 è cresciuto di ben 11,1 miliardi di euro: da 125,4 miliardi di euro del 2022 a 136,5 miliardi di euro del 2025. Risorse in buona parte erose dall’inflazione e dall’aumento dei costi energetici. Ma dietro l’aumento dei miliardi si cela un imponente e costante definanziamento, perché cambiando unità di misura le rassicuranti cifre assolute diventano solo illusioni contabili. Infatti, la percentuale del FSN sul PIL al 31 dicembre 2024 è scesa dal 6,3 per cento del 2022 al 6 per cento del 2023, per attestarsi al 6,1 per cento nel 2024-2025 pari a una riduzione in termini assoluti di 4,7 miliardi di euro nel 2023, 3,4 miliardi di euro nel 2024 e 5 miliardi di euro nel 2025. In altre parole – spiega il presidente – se è certo che nel triennio 2023-2025 il FSN è aumentato di 11,1 miliardi, è altrettanto vero che con il taglio alla percentuale di PIL la sanità ha lasciato per strada 13.1 miliardi di euro”.

 

Curarsi di tasca propria

Secondo i dati Istat, la spesa sanitaria per il 2024 ammonta a 185,12 miliardi di euro: 137,46 miliardi di spesa pubblica (74,3 per cento) e 47,66 miliardi di spesa privata di cui 41,3 miliardi (22,3 per cento) pagati direttamente dalle famiglie e 6,36 miliardi (3,4 per cento) da fondi sanitari e assicurazioni. “L’aumento della spesa a carico delle famiglie – osserva Cartabellotta – rompe il patto tra cittadini e istituzioni con milioni di persone costrette a pagare la sanità di tasca propria o, se indigenti, a rinunciare alle prestazioni”. In buona sostanza: uno su dieci rinuncia alle cure. A peggiorare la situazione, il fatto che secondo Gimbe “si stima che il 19 per cento della spesa sanitaria pubblica sia assorbito da sprechi e inefficienze. Di questa quota il 50 per cento non si traduce in servizi perché eroso da abusi o inefficienze amministrative o organizzative, un ulteriore 30 per cento è destinato a servizi e prestazioni non necessari, il restante 20 per cento è impegnato a fronteggiare il peggioramento degli esiti di salute dovuto alla mancata erogazione di prestazioni appropriate”. Viene rilevato un “disallineamento tra i bisogni di salute ed i servizi erogati” che incentiva le disuguaglianze, non garantendo equità di accesso alle cure.

 

I medici mancano davvero?

E non per colpa della carenza di personale. Che, almeno dal punto di vista medico, non si registra. Non è che non vi siano medici, non vi sono più medici attratti dal sistema pubblico, dalla medicina generale o da alcune specialità. In Italia nel 2023 i medici dipendenti erano 109.024, pari a 1,85 per 1.000 abitanti, e quelli convenzionati 57.880. Ma secondo i dati OCSE, che includono tutti i medici in attività compresi gli specializzandi, il nostro Paese conta ben 315.720 medici, ovvero 5,4 ogni 1.000 abitanti. Siamo secondi dopo l’Austria, con un valore nettamente superiore alla media OCSE (3,9) e a quella dei paesi europei (4,1). Al podio per numero di medici fa da contraltare la posizione di coda del nostro Paese per il numero di infermieri: 6,5 ogni 1.000 abitanti rispetto alla media OCSE di 9,5. Secondo i dati nazionali, nel 2023 erano 277.164 gli infermieri dipendenti, pari a 4,7 per 1.000 abitanti. A peggiorare ulteriormente lo scenario si aggiunge il crollo dell’attrattività per la professione: per l’anno accademico 2025/2026 il rapporto tra domande presentate e posti disponibili al Corso di Laurea in Infermieristica è crollato a 0,92.

 

Riforma territoriale e Pnrr

Quanto all’attuazione della riforma territoriale, c’è una buona notizia: il target previsto per l’attivazione delle centrali operative territoriali è stato raggiunto. Non si può dire lo stesso per le case di comunità: al 30 giugno delle 1.723 case della comunità programmate, 218 avevano attivato tutti i servizi previsti e di queste solo 46 disponevano di personale medico e infermieristico. Per gli ospedali di comunità, a fronte di 592 strutture programmate, solo 153 sono state dichiarate attive. Quanto all’assistenza domiciliare integrata, la copertura formale è garantita in tutte le regioni tranne che in Sicilia. Rispetto all’attuazione del PNRR si vede la luce, ma la volata finale richiede “uno sforzo sinergico tra governo, regioni e aziende sanitarie” per tradurre le risorse in servizi fruibili ed accessibili per i cittadini. Non solo strutture e nuove dotazioni tecnologiche, ma anche assistenza domiciliare e servizi digitali innovativi, per una sanità che possa (tornare ad) essere bene collettivo.