28-12-2015 ore 13:21 | Economia - Aziende
di Paolo Carelli

Intervista a Umberto Cabini: "L'innovazione tecnologica fa la differenza. Il territorio? La priorità è la navigabilità del Po"

“Nel mondo, il ‘made in Italy’ mantiene forte la sua valenza. I prodotti italiani sono ancora molto ambìti per qualità e precisione; però bisogna essere capaci di innovare tecnologicamente. L’unicità e la creatività sono quegli aspetti che ci differenziano nel mondo e che, sono convinto, aiuteranno le imprese che lo capiranno a uscire dalla crisi e a farsi valere sui mercati internazionali”. Da quarant’anni, Umberto Cabini è uno tra gli imprenditori cremaschi più conosciuti e apprezzati, anche per via degli incarichi e gli impegni esterni alla propria azienda. Titolare della Icas di Vaiano Cremasco, leader nella produzione di cassettiere per farmacie e negozi di ottica (da quest’anno è partner ufficiale di Luxottica), è stato anche presidente della Fondazione San Domenico e attualmente ricopre il ruolo di presidente della Confindustria cremonese. Tra i primi ad avere uffici commerciali in giro per il mondo, oggi è dallo stabilimento sulla Paullese che controlla tutta la filiera distributiva che arriva fino nei cinque continenti.

 

Presidente, come si affronta la crisi in un settore particolare come il vostro?

Noi abbiamo vissuto in questi anni una crisi soprattutto sul mercato interno; per continuare a crescere, bisogna saper diversificare e soprattutto avere a disposizione un ventaglio di mercati esteri differenti. Certo, poi bisogna saper innovare; noi siamo altamente ingegnerizzati al punto che i nostri clienti non hanno più bisogno del supporto nella costruzione. Ho appena chiuso contratti in Mongolia e Venezuela senza nemmeno incontrare il cliente; questo è possibile perché garantiamo un servizio sempre più preciso. Io dico sempre che siamo diventati l’Ikea delle cassettiere professionali, non come materiali, ma come dettaglio e facilità di montaggio.

 

Quali sono i rischi maggiori oggi per attività di medie dimensioni come la vostra?

Bisogna diversificare i settori e soprattutto sviluppare proprie produzioni. Spesso un problema che hanno le piccole aziende nel momento in cui si espandono, è che si tratta di terzisti; crescere senza sviluppare un proprio know-how è ovviamente molto rischioso e insidioso. Oggi, poi, bisogna saper cogliere che la crisi è anche un’opportunità. Sempre più imprenditori hanno preso coscienza di temi come l’etica, la responsabilità, l’ambiente, la creazione di valore sociale sul territorio. Ci vorrebbero più stimoli, magari anche da parte delle organizzazioni.

 

Come presidente degli industriali cremonesi, qual è il suo interesse maggiore?

Il nostro compito è principalmente quello di fornire servizi agli associati; di certo, credo che dovremmo fare di più per introdurre meccanismi di meritocrazia all’interno delle aziende. Però mi rendo conto che è un tema molto delicato e che non può essere usato come retorica.

 

Cosa chiedete alle istituzioni nazionali e territoriali?

L’abbassamento della pressione fiscale e della burocrazia sono i temi più sentiti dalla nostra organizzazione; c’è un sistema che davvero non favorisce lo sviluppo di nuove forme d’imprenditorialità e di crescita occupazionale. Per quanto riguarda il nostro territorio, il tema della navigabilità del Po è quello più dirimente e ormai non più rinviabile. Siamo l’unico paese europeo che non sa sfruttare le vie d’acqua per il trasporto delle merci; è chiaro però che si tratta di un progetto che deve avere una valenza nazionale e non è confinato solo alle esigenze della provincia di Cremona.

 

Il territorio provinciale è molto eterogeneo da un punto di vista produttivo; secondo Lei quali settori saranno trainanti in futuro e quali aree ne trarranno maggior beneficio?

La nostra è una provincia molto anomala come conformazione, con una lunghezza di oltre cento chilometri e specificità molto diverse al proprio interno. Il cremasco pesa per il 44% sul Pil provinciale e, ad eccezione di sparute realtà, è fondato su un tessuto di piccole e medie aziende. Questa è indubbiamente una forza; infatti, dai dati che ho, il cremasco si sta risollevando prima e più in fretta rispetto al cremonese o al casalasco. E poi c’è questo fenomeno della cosmetica che ha consentito di assorbire senza traumi le crisi del passato, come quella dei primi anni ’90.

 

Si parla molto di area vasta, un concetto che stenta ancora a essere definito. Lei nella doppia veste di imprenditore cremasco e presidente di un’organizzazione di settore cremonese, come vede questa creatura istituzionale?

Devo ammettere che non ho mai capito fino in fondo perché si è deciso di rinunciare alle province. In territori come il nostro, la Provincia di Cremona ha sempre svolto un ruolo di riferimento e di coordinamento importante; oggi manca proprio un punto di riferimento condiviso. Detto questo, credo si debba ragionare in termini di ‘aree omogenee’, magari anche di carattere sovra provinciale, mantenendo però le peculiarità e le identità di ciascun territorio. Una Camera di Commercio cremonese accorpata a quella mantovana, come si paventa, non avrebbe alcun senso. Da una ridefinizione coerente delle aree omogenee passerà anche lo sviluppo del cremasco, territorio dimenticato per oltre trent’anni che oggi grazie alla riqualificazione della Paullese può tornare ad essere centrale. Il sistema ferroviario? Una vergogna.

 

Lei è stato presidente della Fondazione San Domenico. Dopo due presidenti di estrazione aziendale (Lei e Marotta, ex dirigente d’industria), si è passati a un ex dirigente scolastico come Strada; come vede questo passaggio?

A modo suo, anche Strada è un manager, ha dimostrato di saper guidare un istituto scolastico in maniera innovativa. Sicuramente, credo che la nostra idea di coinvolgere le imprese debba proseguire, anche se in un periodo di crisi. Il nostro è un teatro piccolo, senza grossa capienza, è difficile pensare grandi eventi. Per questo, il ruolo delle aziende locali è ancora più fondamentale.

 

Cosa c’è nel futuro di Cabini?

L’importante è pensare e immaginare sempre strade nuove. Ho sempre fatto mio un pensiero di Ralph Waldo Emerson: “Non andare dove il sentiero ti può portare. Vai invece dove il sentiero non c'è ancora e lascia dietro di te una traccia".  

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