“Dobbiamo tornare a riconoscere il valore della sacralità del cibo. Il cibo sta al centro dell'esistenza umana, non è un mero fattore estetico. Ha a che fare con la nostra tradizione, con la nostra identità, con la nostra cultura”. Con ciò che siamo, naturalmente. “Oggi viene usato come strumento di conflitto, come mezzo per dividere, ma è e deve essere strumento di pace, di equità, di giustizia sociale”. Deve essere, per dirla con le parole di Slow food, “buono, pulito e giusto”. Ossia, “di qualità, rispettoso dell'uomo e dell'ambiente o meglio di una concezione più allargata di salute pubblica e giusto, accessibile a tutti. Il futuro delle nostre comunità parte da cosa mettiamo nel piatto. O meglio, da cosa sta dietro a ciò che mettiamo nel piatto”. Si riassume in queste pochissime parole della presidente di Slow food Lombardia Giuliana Daniele, il senso dell'incontro, moderato da Barbara Donarini, dedicato al tema della sostenibilità e delle relative politiche locali, organizzato nell'ambito della quarta festa del salame nobile cremasco, che nella sola giornata di ieri ha attirato oltre 10 mila visitatori in città.
Tradizione e responsabilità
Con lei sul palco, anche la critica gastronomica Roberta Schira, l'assessore al commercio del comune di Crema Franco Bordo e il sindaco di Pandino Piergiacomo Bonaventi. “Dare al cibo il valore che merita – ha continuato Daniele – significa unire tradizione e responsabilità per la salute collettiva, da intendersi come unico contenitore della dimensione biologica, ambientale, economica e sociale. Un ruolo fondamentale lo gioca l'educazione delle giovani generazioni”. “Se scomodiamo l'inglese – ha aggiunto Roberta Schira – sostenibilità significa saper far durare più a lungo ciò che è buono”. E lo si fa rispettando l'intera filiera, dalle materie prime alle persone che lavorano.
Cibo buono, sano, giusto
La sfida è chiara, ma è anche difficile da affrontare. Richiede uno sforzo collettivo, un cambio culturale, una nuova consapevolezza da maturare, usando la politica come leva strategica. “Numeri alla mano – prosegue Schira – nel 2025 114 mila dipendenti hanno abbandonato il settore della ristorazione. Oggi ne mancano 250 mila. Altra contraddizione è data dal crescente spreco alimentare. Ogni italiano ogni anno spreca cibo per 139 euro. Serve recuperare la cucina tradizionale, italiana, regionale, provinciale, di campanile”. Vale a dire abbattere le distanze per abbattere le disuguaglianze sociali. Daniele ha ricordato come “nel mondo buttiamo ogni anno un miliardo e mezzo di tonnellate di cibo: 860 milioni di persone soffrono di malnutrizione, altrettante sono obese. É evidente che vi sia un problema di disparità sociale. Ripartiamo dalla scala dei valori. Anni fa il cibo era al primo posto, ora come lo consideriamo? Il pensiero dei consumatori può cambiare le sorti del nostro futuro. Bisogna fare leva sull'educazione per far comprendere che un'alimentazione più sana, più buona e più giusta può fare del bene a ciascuno di noi”.
Food policy e distretto del cibo
A livello locale, il tema della sostenibilità ambientale è attenzionato. “Abbiamo di recente creato la Denominazione comunale per diversi prodotti locali. Questo è un modo per far conoscere le nostre tipicità e valorizzare i produttori di casa nostra. Sosteniamo, inoltre, fermamente il Distretto del cibo cremasco. La prossima amministrazione di Crema potrà lavorare alla formulazione di una food policy” ha spiegato l'assessore al commercio del comune di Crema, Franco Bordo. Ad illustrare i punti di forza del neonato Distretto del cibo, cui al momento hanno aderito 23 aziende del nostro territorio, il promotore Piergiacomo Bonaventi, sindaco di Pandino: “per del tempo, pur essendo il nostro territorio pieno di eccellenze gastronomiche, non vi è stata una strategia unitaria di promozione. Il distretto vuole fare proprio questo: vuole valorizzare l'unicità dei nostri prodotti attraverso una coordinata azione di marketing territoriale. Spesso accade che i produttori cremaschi riescano con maggiore facilità ad esportare, piuttosto che a vendere in casa nostra. Questa tendenza deve necessariamente essere invertita perché la produzione a chilometro zero non si esaurisce con il prodotto, ma racchiude un saper fare che merita di essere conosciuto anche dalle giovani generazioni. Il distretto sarà in prima linea anche nella promozione di attività formative, in grado di conciliare tradizione e innovazione”.
Sostenibilità è futuro
In chiusura, tutti gli intervenuti hanno concordato su una mancata consapevolezza del consumatore in tema di sostenibilità. Oggi siamo ancora disposti a spendere troppo poco in cambio di un cibo di qualità inferiore. Tuttavia “la consapevolezza sta aumentando, soprattutto tra i giovani tra i 25 e i 30 anni. In questa fase la politica non può stare a guardare, deve creare condizioni favorevoli al necessario cambiamento culturale”. Sostenibilità è salute, è tutela della biodiversità. È futuro.