
Prosegue il viaggio nella città di Crema attraverso i cinque sensi. Seconda tappa con il tatto. Marco Ermentini, presidente del Caffè filosofico che ha deciso di augurare buon Natale e buon anno con il libro sui cinque sensi, ci regala Crema da toccare, la prima guida tattile della città. Non è una metafora: dobbiamo usare le mani per apprezzare le bellezze dei monumenti che si incontrano per le strade di questa cittadina vivace e carica di storia. Le mani sono simbolo e sintesi di quel medium di comunicazione con il mondo che è il tatto. E una mano compare ripetutamente nelle fotografie che illustrano il saggio dell’architetto timido e a tratti silenzioso. Deve mostrare ciò che si può toccare andandosene qua e là come un flâneur: non vagabondo che va a zonzo senza meta, ma acuto osservatore della modernità ed esperto di Spaziergangswissenschaft (arte del passeggiare o promenadologia) come strumento per trarre dall’urbanistica importanti indizi di un’evoluzione sociale e psicologica. Insomma, il cugino nobile e meno lagnoso dell’umarell. La prima cosa che toccheremo è “una pietra grezza, una superficie scabra e ruvida, inserita in una cornice di cotto nella parte sinistra della facciata della cattedrale”. Un piccolo enigma la cui funzione, nel contesto di un muro liscio, è ignota. L’architetto avanza ipotesi e risposte che lascio scoprire al lettore curioso.
Architetture tattili
Anche noi “siamo della stessa materia di cui sono fatte tutte le cose di fronte a noi quindi dobbiamo ritrovare la fratellanza con le pietre e le piante”, afferma Marco, citando l’antecedente spinoziano. A me rievoca non so se Shakespeare o Rovelli. Seguiamolo dunque nella sua Guida tattile della città e passiamo dalla facciata al lato destro della chiesa. Vi troviamo un sottile intonaco che forma una specie di arcipelago di superfici color sabbia: una superficie ruvida a motivo della sabbia di fiume contenuta nell’impasto. La vita dell’intonaco è spesso misteriosa e complicata, e la superficie, si sa, non è superficiale. Se entriamo nel Duomo cammineremo (sarebbe meglio a piedi nudi) sul pavimento in coccio pesto: un tappeto liscio e scivoloso. Ci spostiamo dall’altro lato della piazza. Su alcune colonne del porticato del palazzo comunale è ancora leggibile una scritta dipinta che rende omaggio al podestà Nicolò Donado, nobile veneziano che partecipò alla battaglia di Lepanto e divenne anche doge. La scritta è sbiadita, ma si può ancora decifrare dopo 450 anni. Le colonne di marmo di Rezzato, un calcare compatto bresciano, comunicano al contatto con i polpastrelli una sensazione di freddo. Naturale! Il marmo non mente se non alla vista. Ma certo non al tatto. Oggi c’è in giro tanto finto marmo, ma se vi poggiamo la mano e scopriamo che non è freddo, è plastica.
'Il padre di tutti i sensi'
Il tatto in questo caso può scordarsi ogni complesso di inferiorità. “È il padre di tutti i sensi”, assicura Marco. “È il volto inconscio della vista”. “È la linea di confine fra noi e il mondo”. Insomma, non ha nulla di invidiare agli altri quattro. Ma proseguiamo la dotta passeggiata e proviamo a calpestare l’acciottolato di via Frecavalli. Anche in questo caso la città svela il suo carico di storia. Gli antichi romani definivano questo tipo di pavimentazione opus barbaricum, con riferimento alla sua derivazione da regioni straniere del Nord. Il materiale però è del tutto indigeno: ciottoli di fiume, del Serio o dell’Adda, poggiati su un letto di sabbia. Peccato che oggi si sia diffuso “un odio profondo per l’acciottolato che viene sostituito senza pietà dall’asfalto: praticissimo demone della dimenticanza”, chiosa l’architetto. Suppongo sia solo una questione di economia.
In centro
Nella vicina chiesa di san Bernardino, il suggerimento è di soffermarci nella penultima cappella a destra, dove sono presenti strane decorazioni: piccoli elementi geometrici color oro e crema aggettanti dalle pareti. Se ci avviciniamo, possiamo accarezzarli e scoprire che sono leggerissime, tridimensionali e in cartapesta. Tastandoli si capisce che c’è del vuoto retrostante che risuona. Speriamo che ciò che risuona non sia l’allarme. Comunque probabilmente ci troviamo di fronte a un’aggiunta novecentesca molto difficile da osservare perché soggetta a sicura distruzione da parte dei restauratori. Qui sono state conservate poiché il restauro effettuato nel 1996 è stato affidato allo studio dell’architetto timido. Uscendo da San Bernardino ci dirigiamo verso via Marazzi per sfiorare le scritte del portone a due ante verniciato color noce scuro e sormontato da un’inferriata circolare. Al tatto avvertiamo tracce di pennarelli e curiose incisioni. Da anni questo luogo iconico di Call by your name è diventato meta di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo che desiderano rivivere alcune scene del loro film preferito. Non c’è più niente da fare: quello è il loro portone. Non sappiamo che cosa ne pensi il precedente legittimo proprietario. Marco pensa che dovremmo essere comprensivi: “sono manifestazioni di affetto e di ricordo”.
Il cammino continua
Il nostro percorso toccherà molte altre meraviglie: da palazzo Vimercati Sanseverino in via Benzoni, alla traccia della roggia Rino in via Donati, con quell’arco di mattoni ruvidi e disomogenei dal tipico colore dell’argilla che va dal rosso all’arancio al giallo. E poi in Largo Falcone e Borsellino per scoprire una parte nascosta del palazzo di Bartolino Terni, dove ci attende un’antica parete di mattoni setosi, caldi, rugosi: ciò che rimane dell’antica rocca viscontea di porta Ombriano. Con rammarico ammiriamo “le formelle in cotto in stile bramantesco con eleganti capitelli e decorazioni dei pilastri” dell’ex chiesa di San Rocco in piazza Marconi. Il rammarico è dovuto allo stato di degrado e abbandono dell’edificio su cui sono collocate. È un vero peccato sia ridotto a rondò per la circolazione. Dopo il palazzo Griffoni in via Ponte Furio, ci spostiamo sotto al mercato coperto, e anche se non è un capolavoro vale la pena osservarne le caratteristiche piastrelle in cemento degli anni ‘50. “Sono lisce come un’anguilla, calde al tatto, di colore grigio cemento” (nota in margine: tempestate di buche, avvallamenti, scrostature e rattoppi variegati, tanto che il restauro timido non dovrebbe gratificarle del proprio laissez faire, laissez passer). Una pavimentazione umile e funzionale che sta scomparendo.
Mura e piante
Anche le mura venete stanno scomparendo, anzi in gran parte sono già scomparse per lasciare il posto a varchi e parcheggi per le macchine. Per fortuna possiamo ancora accarezzarne i mattoni, ad esempio sul campo di Marte, e ascoltarne la storia ricca di fatiche, gioie e dolori. In piazza Moro – l’esempio più riuscito di sistemazione urbana – si leva un Ginko Biloba dalla corteccia liscia, di colore marrone scuro e di tessitura fessurata. Un maestoso albero a cui Marco è particolarmente affezionato, poiché suo padre, l’architetto Beppe Ermentini, in qualità di assessore ai lavori pubblici, decise che venisse piantato proprio in quell’aiuola quando nacque suo figlio. Dopo una visita al museo delle piroghe, dove tastiamo il legno con la sua imperfezione, la sua patina, il suo degrado, che ci rammentano la nostra stessa condizione umana, incontriamo altri alberi: i cipressi calvi dei giardini pubblici. E qui l’autore scrive pagine degne di Stefano Mancuso, ricordando che questi alberi maestosi hanno una corteccia frastagliata, con solchi profondi e creste rugose, che somiglia alla pelle umana: varia di aspetto, colore e consistenza, svolge un ruolo fondamentale nella sopravvivenza. Vecchi patriarchi che raggiungono anche i 30 metri, perdono le foglie d’inverno, ma nella stagione calda funzionano come “condizionatori d’aria naturali, assorbono calore e traspirano ossigeno abbassando la temperatura”. Una vera e propria “scuola superiore” delle piante sapienti che ci fa bene e smentisce il nostro sentirci “un io separato dal resto”.Si torna agli edifici che però possono essere vivi come le piante. È il caso dell’elegante costruzione liberty affacciata sul Serio, progettata da Girbafranti, fortunatamente risparmiata dalla “pandemia edilizia” (si legga Superbonus del 2020). Purtroppo l’applicazione del provvedimento ha in molte situazioni ricoperto tanti edifici storici con un cappotto, trasformando le nostre città di mattoni in città di plastica. Una pelle che si comporta “come un sacchetto di plastica sulla testa dei poveri edifici rischiandone il soffocamento”. Amen, conclude demoralizzato l’architetto.
Le Villette
Anche nel quartiere delle Villette si può toccare con mano un altro periodo della nostra storia: 25 case operaie bifamiliari poste su due piani di ottima qualità architettonica restano come testimonianza di un quartiere realizzato negli anni ’20 su iniziativa dell’acciaieria Ferriera. Vi sorge anche una chiesa dedicata a San Giuseppe lavoratore, dalla superficie variegata, ruvida e rustica, edificata negli anni Cinquanta. L’insieme costituisce un esempio di archeologia industriale di valore, che tuttavia versa in uno stato di estremo degrado e rischia di rovinare. Non molto distante veniamo rincuorati dal recupero che ha interessato l’ex Officina Olivetti. Al tatto la sensazione è di freddo alluminio. La facciata ha grandi vetrate. I “geniali frangisole verticali in lamiera” proiettano l’ombra sulle vetrate, svolgendo d’estate la funzione di perfetti condizionatori. Un vero e proprio gigante che, recuperato “timidamente”, “fa da ponte tra il presente e il passato, il vecchio e il nuovo”, inducendo a guardare con speranza il futuro.
Le pompe
Al termine del nostro vagabondare, ci imbattiamo in un altro prezioso esempio di archeologia industriale. Ma dobbiamo entrare nel Parco, lungo il Serio, per raggiungere l’edificio denominato Le pompe. Costruito nel 1930 “per sollevare le acque del fiume e immetterle nell’adiacente quattrocentesca roggia Borromea” allo scopo di irrigare i vicini campi, abbandonato dopo la dismissione nel 1987 e recuperato in modo cauto e gentile negli anni Novanta, può insegnarci che la timidezza potrebbe essere “la nuova virtù del XXI secolo”. Il restauro timido infatti prevede che il sentimento del tempo impresso sulle superfici debba essere conservato, magari prescindendo dall’assillo del consumo dell’edificio e volgendo piuttosto lo sguardo alla sua godibilità estetica. La conclusione dell’autore va lasciata alla scoperta del lettore. L’unica anticipazione che si può dare è che egli propone di promuovere una “bellezza civile”. Come? Lo scoprirete solo leggendo.