Lucrezio e il pipistrello dagli occhi azzurri. Un titolo che ammalia come lo fthongos (canto, da non confondere con fthonos, invidia) delle sirene. A prima vista, anzi a primo ascolto, mi viene in mente un libro come Kant e l’ornitorinco, dove Umberto Eco si interroga riguardo alle modalità di reazione del nostro cervello quando si imbatte in un oggetto mai visto, e non ancora classificato nelle abituali categorie: una specie di sberleffo a Kant, che con precisione aveva fornito una tavola di categorie dell’intelletto in cui avrebbero dovuto inquadrarsi tutti i fenomeni. Ma non è quello il senso del libro di Andrea Moro, linguista e neuroscienziato, intervenuto alla rassegna I Manifesti di Crema venerdì 26 giugno, in una serata di fuoco e di luna, per presentare questa sua ultima opera a metà strada fra il romanzo e il saggio.
Guarda che caso
Basta leggere il sottotitolo per rendersene conto: L’universo spiegato con l’alfabeto. Nel primo caso, infatti, per quanto raro e non conforme al nostro concetto di pipistrello, si sarebbe trattato di un pipistrello reale, esistente. Nel secondo caso, invece, ci si riferisce a una sorta di esperimento mentale, nel quale si ipotizza la comparsa di un pipistrello secondo regole che rispondono almeno in parte alle leggi di Mendel, ma soprattutto segnano un uno a zero per Darwin su Lamarck. Il noto esempio della giraffa dal collo lungo che si afferma all’interno di un gruppo di giraffe dal collo normale, funziona infatti in Lamarck come un lento passaggio per incrementi successivi che conducono alla scomparsa delle giraffe dal collo corto. Darwin, al contrario, è convinto che la metamorfosi avvenga a partire dalla nascita inspiegabile ed improvvisa di un “mostro” dal collo lungo, il quale però, riuscendo a raggiungere i rami più alti degli alberi delle cui foglie si nutre, sviluppa quella caratteristica che ha “carattere di sopravvivenza”. Così finisce per soppiantare le giraffe dal collo corto. Insomma nel fenomeno “vita” si deve tener conto del fattore “caso”.
La probabilità
Con immediato “ricalcolo percorso”, il nostro navigatore interno ci riorienta verso altre avventure. Quelle di atomi e lettere che, scontrandosi e componendosi nei più svariati modi, danno vita alla bella varietà dei corpi (aggregati atomici) e delle parole (composizioni di vocali e consonanti). E inizia un gioco di probabilità che non ha nulla da invidiare alla roulette. In questo gioco (intendo quello della probabilità: con la roulette avrà più confidenza Pascal) Lucrezio si muove con disinvoltura, e con l’abituale capacità sintetica della lingua latina. Tantum elementa queunt permutato ordine solo. Gli studenti conoscono bene questa differenza fra latino e italiano, quando la versione tradotta occupa più o meno il doppio delle righe della versione da tradurre. In quel verso formato da sei parole, ci si può limitare a otto con “tanto possono gli elementi solo cambiandone l’ordine”. Ma per capirne il significato si deve aggiungere un discorsetto, che spiega: “come le lettere dell’alfabeto, pur essendo in numero limitato, possono formare parole di significato molto diverso, così gli atomi, che sono in numero infinito, formano aggregati atomici diversissimi fra di loro, dai mari alla terra all’acqua e le nuvole, e poi animali, piante, uomini, e – perché no? – anime e dèi”.
L’atomismo da Democrito a Lucrezio
Va bene, confesso che sto parlando più della filosofia di Democrito che della poesia di Lucrezio. Però il poeta latino, entrato, oltre che nella storia della letteratura, nella leggenda, poiché componeva per intervalla insaniae (nei momenti in cui la follia non lo tormentava), si ispira proprio a quel naturalista presocratico, considerato il fondatore del materialismo meccanicistico. Non solo tutto è composto da atomi materiali il cui movimento produce la formazione dell’intero universo, ma non esiste né un’intelligenza che abbia messo ordine nel caos primigenio, né alcun fine verso cui tutto tenda. Il che, ad un credente sincero come Dante, potrà apparire una cosmogonia nata “a caso”: “Democrito, che il mondo a caso pone” (Inferno, IV, 136), dice il divino poeta, incontrando il filosofo nel nobile castello del Limbo. E molte generazioni di onesti professori si affannano ad attenuare la portata di una simile affermazione, come se l’origine “casuale” dell’universo costituisse una colpa imperdonabile. Invece la genialità dell’intuizione sta proprio nell’aver intuìto che in quella visione del mondo non c’è nessun riferimento ad un’Intelligenza ordinatrice, poiché tutto si spiega con il movimento degli infiniti atomi.
Lucrezio sa spiegare
Torniamo a Lucrezio, “un Dante senza Cristo”, certamente, ma anche un perfetto spiegatore. Il professor Moro, sollecitato dalle domande del giornalista Giovanni Bassi, si sofferma a spiegare che cosa significa “spiegazione”: togliere le pieghe, distendere, aprire, rendere semplice. È il compito di un bravo insegnante e di un ottimo scienziato divulgatore. E non ci si azzardi a pronunciare con sufficienza il termine “divulgazione”, poiché il tempo delle scoperte scientifiche segrete, monopolizzate da un’élite di geniali ricercatori, è tramontato da secoli, e più le scienze si articolano specializzandosi e complicandosi, più arduo diviene l’impegno di rendere consapevoli noi profani del significato di quelle ricerche. Ma se ai genitori di giovani studenti risulta evidente che se il ragazzo non capisce, la colpa è dell’insegnante, non per tutti è altrettanto chiaro che uno scrittore di argomenti scientifici (e filosofici) non è bravo se non si fa capire, se scrive per se stesso, magari per sfoggiare la propria abilità nel rendere ancor più oscuro un concetto già di per sé complicato. Insomma, si fa presto a rendere obscurius ciò che è già di per sé obscurum. Il vero problema è tentare di renderlo almeno vagamente comprensibile.
L’infinito nel linguaggio, nella matematica e nella musica
Che rapporto c’è fra linguaggio, matematica e musica? L’infinito. Quell’infinito che incuteva paura ai fisiologi antichi, tanto da indurli a negarne l’esistenza (con l’eccezione del già citato Democrito), è presente nella grammatica, come nei numeri e nelle composizioni musicali. Non esiste “la frase più lunga”, così come non esiste il numero più grande, perché si può sempre opporgli un “più uno”, e alla musica si può riservare il medesimo trattamento. Per restare al linguaggio, con un numero limitato di lettere dell’alfabeto possiamo dar luogo a infinite combinazioni. E siamo abili nel ricombinare, come in un gioco di dadi: li getto da un lato, ed esce “calendario”; dall’altro, ed esce “locandiera”. Andrea Moro dice che la sintassi è fantasia. La fantasia di rimescolare le parole in modo da formare una frase che, pur rispettando le regole sintattiche, non corrisponde a nessuna esperienza. L’infinito è qualcosa di “emergenziale”: nasce d’un tratto così come il linguaggio, comparso come mutazione di un genoma al confine fra Europa e Asia.
Chi ha paura dell’Intelligenza Artificiale
Ed ecco il discorso che non può mancare: il lupus in fabula è l’Intelligenza Artificiale. Il professor Moro contesta innanzitutto il nome di “intelligenza”, soprattutto perché nessuno ha mai saputo dare una definizione di questo quid che noi stessi diciamo di possedere. Sarebbe stato meglio chiamarla “macchina”. Una macchina potrebbe combinare miliardi di parole e far saltare fuori “m’illumino d’immenso”. Allora è creativa? No, non esiste “creatività artificiale”. Anche il caleidoscopio che da bambini ci stupiva non è creativo, ma si limita ad offrire una ricombinazione. Perché allora averne paura? Dietro alla mitizzazione dell’IA, Andrea Moro vede molta operazione commerciale, in cui i colossi del web si affrontano in modo concorrenziale. L’IA assomiglia ad un’altra invenzione fondamentale nella storia dell’umanità: la stampa. La stampa non ha prodotto libri migliori, li ha solo composti più in fretta. Così l’IA: fa più in fretta le stesse cose. Certo ne restiamo impressionati perché le fa molto più in fretta. Ma non deve farci paura. Le macchine non pensano né parlano: simulano. E se mentono è perché chi le ha programmate lo ha fatto in modo che, ad esempio, se piove rispondano “no” a me che chiedo se sta piovendo, e “sì”, se non sta piovendo. La menzogna è qualcosa di ben diverso, è sintomo della capacità di scegliere con l’intenzione di ingannare. E l’IA non lo sa fare.
Lanciamo i dadi
Infine giochiamo con i dadi. Ad ogni faccia dei dadi corrisponde una lettera. La macchina ha scritto “m’illumino d’immenso”, ma noi non la equipariamo a Giuseppe Ungaretti. E per di più la macchina poteva combinare miliardi di parole. Che cosa si potrebbe fare avendo a disposizione un numero infinito di lanci? È un tema che ha appassionato molti pensatori. Di Democrito abbiamo detto. Cicerone si mostra scettico sulla possibilità che da lanci casuali possa prodursi un’opera come gli Annales di Ennio. Più arditi gli illuministi, che da infiniti lanci ipotizzano possa uscire l’Iliade. Diderot si esprime in questi termini: “Atei, vi concedo che il movimento è essenziale alla materia; che cosa ne concludete? Che il mondo risulta da un lancio fortuito di atomi? Ne sarei divertito, come se mi veniste a raccontare che l’Iliade di Omero o la Henriade di Voltaire sono il risultato di lanci fortuiti di caratteri”. Ma poi prosegue sostenendo che l’ateo (lo stesso Diderot) risponderebbe che “la difficoltà dell’evento è compensata dalla quantità dei lanci”.
Tradurre Lucrezio
Un’ultima osservazione su Lucrezio: il professor Moro, che tra l’altro ha scritto opere insieme a Noam Chomsky e ne ha tradotte alcune, ha letto e tradotto il De rerum natura, e dichiara che non è stato per nulla semplice. Gli credo. Anch’io ero convinta dell’estrema complessità del linguaggio di Lucrezio. Finché non ho letto L’Apocalisse di Lucrezio di Ivano Dionigi. Sarà perché Dionigi non ha un libro della vita, ne ha due: la Bibbia e Lucrezio, ma quando leggi le sue traduzioni tutto sembra tanto ovvio e naturale da farti illudere che potrai fare da solo la stessa cosa. Non è vero, ma ci credo.