
Non c’è niente da fare. Franco Bianchessi – editore, collezionista eclettico e vicepresidente della Pro Loco di Crema – non delude mai: riesce sempre ad offrire qualcosa di originale alla città di Call me by your name. Se Crema fosse Gotham City, sarebbe “l’eroe di cui avevamo bisogno, ma che non meritavamo”. L’ultima trovata di Bianchessi è una mostra davvero particolare sulle radio d’epoca, visitabile al Podere Ombrianello fino all’1 settembre 2025. L’esposizione, di cui Bianchessi è curatore, s’intitola Un viaggio nella storia della radio dal 1920 al 1960. In un padiglione vicino alla pista da ballo, si può ammirare una prestigiosa e davvero notevole collezione di circa 50 radio, appartenenti ai fratelli Sartori.
L’uomo che sussurrava alle radio
Bianchessi racconta che la sua passione per le radio è nata negli anni Sessanta, quando per curiosità, durante la Guerra Fredda, ascoltava le emittenti in lingua italiana dei Paesi comunisti. Negli anni Settanta a Crema esisteva una banda cittadina, su cui i giovani radioamatori comunicavano non con i loro nomi, ma con delle sigle per restare anonimi (come la giovane protagonista americana del film Contact: «CQ, CQ, qui W9GFO, mi ricevete?»). In quel periodo in Italia sono apparse le prime ricetrasmittenti usate per lavoro. Molte di quelle cremasche non hanno una marca perché i ragazzi dell’istituto professionale Marazzi se le costruivano da soli. Nel 1974 Bianchessi e un suo amico fondavano il Club Citizen Band Radioamatori Crema, anche per regolamentare il caos che si era creato sulle frequenze dopo la diffusione dei walkie-talkie. L’associazione è durata tre decenni; il primo anno contava già 54 soci, che negli anni Ottanta sono saliti a 360. Nel 1980 in sala Pietro da Cemmo si è svolta la prima rassegna cremasca sull’evoluzione della radio, ed è stato stampato un primo catalogo. Nel 2004, in occasione dell’ottantesimo anniversario della radiodiffusione in Italia, in sala Ricevimenti si è tenuta una mostra, di cui resta traccia in un secondo catalogo curato da Bianchessi, con prefazione dell’allora assessore alla cultura Vincenzo Cappelli (oggi presidente della Pro Loco). Bianchessi racconta che a Crema era nata anche una radio indipendente, Radio Metropolitan Broadcasting, che aveva sede davanti al museo.
La voce del padrone
Le prime radio in mostra risalgono agli anni Venti. Hanno ancora le valvole a vista e altoparlanti esterni simili alla tromba di un grammofono. Antiquate, ma irresistibilmente fascinose. Subito dopo incontriamo radio portatili, americane o tedesche, racchiuse in scatole di legno o dotate di custodia a forma di valigetta. Si cominciava a pensare alla sicurezza: alcune non funzionano se i contenitori sono aperti. Vediamo anche qualche radio grossa come un mobiletto. Certe radio degli anni Trenta, dal design iconico, sono di marche italiane. Una di esse ricorda l’architettura Bauhaus; un’altra – decorata con fasci littori, una spiga di grano e la scritta “Radiorurale” – attira decisamente l’attenzione. Giungiamo agli anni Quaranta con delle autoradio che venivano installate sui pullman. A questo punto, ecco la radio più curiosa di tutte: un modello Porto Bar Radio, che fungeva da porta-bicchieri e porta-bottigliette di vetro (dall’aspetto molto vintage, quasi ottocentesco) in cui venivano conservati Porto, Brandy o Whisky. Passiamo agli anni Cinquanta con una radio di marca La voce del padrone (impossibile non pensare all’omonimo album di Franco Battiato). Alcune di queste radio sono ancora funzionanti e diffondono trasmissioni sportive nel padiglione. Altre sono accompagnate dal libretto d’istruzioni originale. Arriviamo agli anni Sessanta con un apparecchio per la diffusione usato in scuole e ospedali, corredato di giradischi. Il tour si conclude con uno spettacolare mobile radio degli anni Trenta, dotato di cambiadischi automatico.
Più diventan vecchie, più mi sembrano belle
Al centro della stanza, su un tavolo, campeggiano altre chicche: uno schemario delle radio d’epoca, numerose stampe che raffigurano vecchie cabine e stazioni radio, un telegrafo perfettamente funzionante e, last but not least, un modello Radio Botte. Si tratta di una radio a forma di botte in miniatura (anch’essa munita di shottini di vetro incorporati) con il tappo che funge da manopola. Alcune radio in esposizione, restaurate, si presentano lucide e splendenti. Forse perfino troppo. Altre, graffiate e impolverate, sono come le magliette di cui cantava Max Pezzali: «quelle nere con i buchi sotto le ascelle / più diventan vecchie, più mi sembrano belle». La mostra curata da Bianchessi sta avendo successo, attirando visitatori non solo da tutta la città, ma anche da altre regioni. Se Chapeau! a Crema non fosse già preso, diremmo Chapeau!
