
Ieri mattina, 27 febbraio, nella quiete del multisala Portanova di Crema due giovani studenti dell’Istituto di istruzione superiore Galileo Galilei hanno allestito con cura la sala che ha ospitato l’incontro organizzato dalla loro scuola, dal titolo Palestina: tre religioni, due stati, una pace. Giovani e adulti hanno avuto l’occasione ascoltare la testimonianza di padre Francesco Ielpo, custode della Terra Santa, introdotta dal videosaluto del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme.
Il benvenuto e l’invito ai ragazzi
L’incontro si è aperto con il caloroso benvenuto del dirigente scolastico Paola Orini, che ha ringraziato i presenti invitando in particolar modo gli studenti ad ascoltare non solo con le orecchie, ma soprattutto con la mente e con il cuore, per comprendere a fondo le testimonianze. A seguire è intervenuto il vescovo di Crema, monsignor Daniele Gianotti, invitando i ragazzi a coltivare questo clima di osservanza anche a seguito dell’incontro. Il sindaco di Crema, Fabio Bergamaschi, ha poi invitato non soltanto ad ascoltare questi racconti, ma, almeno una volta nella vita, a visitare quei luoghi, per vedere più da vicino i segni delle fatiche, la realtà di comunità e di terre così provate. Franco Agosti, presidente dell’Unione cristiana imprenditori dirigenti, ha offerto poi una prima riflessione sul tema della pace “Oggi siamo qui perché la pace è l’investimento più urgente che abbiamo e sono convinto che in questa direzione Paola Orini abbia fatto qualcosa di straordinariamente grande, dandoci l’opportunità di incontrare chi la pace non la racconta, ma la costruisce. Il cardinale e padre Ielpo non ci portano opinioni, ci portano vita vissuta, sono lì, sul campo, a sporcarsi le mani tra le macerie e le sofferenze, per riparare ciò che l’odio ha rotto. A loro, il mio grazie più profondo, perché ci insegnano che la pace è l’impresa più coraggiosa che l’uomo può avviare”
Il videosaluto del Cardinal Pizzaballa
La situazione attuale nella striscia di Gaza, nonostante il cessate il fuoco, resta ancora complessa e in continua ridefinizione. Circa due milioni di persone vivono da sfollate, al freddo e in condizioni precarie, mancano medicinali essenziali, e le condizioni igienico-sanitarie sono gravemente compromesse. Urgente è il bisogno di voltare pagina, ma è tutto da ricostruire ex novo, partendo da quelle macerie che ancora imprigionano salme le dei caduti. Il cardinale ha ricordato l’importante compito della Chiesa nel costruire una rete di aiuti: non si tratta solo di fare qualcosa, ma di farlo insieme. “Siamo in un contesto dove uno è contro l’altro: o io o l’altro. Invece farlo insieme, significa io e l’altro. Vedere cristiani ebrei e musulmani che lavorano insieme fa la differenza”. Il primo passo, ha sottolineato è non abbandonare le persone, ma essere presenti fisicamente, mostrando empatia. “Sono convinto che questo castello di violenza che sembra prevalere non abbia prospettive nel tempo. Prima o poi crollerà, e quando crollerà ci sarà bisogno di persone capaci di fare la differenza”. Rivolgendosi alla scolaresca, ha poi ricordato i tre lunghi anni in cui i bambini non hanno potuto frequentare la scuola e la gioia dei genitori nel vedere i figli studiare nelle tende o in ambienti di fortuna. Per il cardinale, la scuola è dove si costruisce il futuro: è essenziale che non ci sia un quarto anno senza istruzione, affinché possa tornare ad essere un luogo di speranza e di ispirazione.
Il racconto di padre Francesco
Le luci di abbassano e padre Francesco (nella foto a lato) rompe il silenzio rivolgendosi ai ragazzi: “l’incontro con gli studenti per me è sempre un’occasione grande di arricchimento, mi piacerebbe oggi poter entrare in dialogo con voi. Nel dialogo, dall’incontro con l’altro, si esce sempre arricchiti”. Commentando il titolo della giornata, svela il suo obiettivo: spostare l’attenzione dallo slogan ai volti. Le parole presenti nel titolo, Palestina, Stati, pace evocano in noi idee, preconcetti, e narrazioni, e come ogni storia complessa è impossibile narrarla in maniera del tutto neutrale, soprattutto in poco tempo.
In un contesto già fortemente polarizzato, gli slogan irrigidiscono ulteriormente le posizioni, riducendo tutto ad una precisa identità. La domanda che spesso ci viene posta è: tu da che parte stai?. Proprio in questa polarizzazione, padre Francesco ci invita a cercare l’umanità. “È più importante incontrare dei volti in carne d’ossa: ciascuno di voi ha un volto, una storia, paure e speranze”
La città di Gerusalemme
Con lo stesso spirito, chiede agli studenti cosa venga loro in mente sentendo la parola Gerusalemme, per poi restituire la propria immagine della città: non solo luogo di sangue, ma anzitutto luogo di fede. Tra le sue mura convivono culture e popoli diversi- arabi, cristiani, armeni-insieme a turisti e pellegrini provenienti da tutto il mondo. Nelle strade un mix di profumi, lingue e vestiti diversissimi. “In pochissimi metri quadrati c’è tutta l’umanità, per questo si dice che quando ci sarà a pace a Gerusalemme ci sarà la pace in tutto il mondo”. Per lui Gerusalemme dovrebbe essere un luogo di incontro e quasi di rivoluzione, ha una vocazione unica, che non appartiene a nessun’altra città al mondo. Non dovrebbe identificarsi con un solo popolo o con un unico Stato, né essere capitale esclusiva di qualcuno: è una terra che, per la sua storia e il suo significato, appartiene a tutti. Fa poi una riflessione personale. “cosa vuol dire per me vivere dentro questa città? Lasciarsi continuamente provocare, abbattere quel muro che inevitabilmente ciascuno di noi si crea per difendersi dalla contaminazione con il diverso. Non guardare l’altro come un marziano, ma rimanere aperto e curioso rispetto a tutto ciò che è veramente umano, indipendentemente dalla propria tradizione, cultura, lingua c’è qualcosa che caratterizza tutti ed è essere tutti esseri umani.”
Il bisogno di ritrovarsi
La guerra genera diffidenza, sospetto, odio, dolore. Sentimenti che nascono da una frattura profonda. “Quando due memorie ferite si incontrano, nasce inevitabilmente il conflitto. Ma dentro il conflitto ci sono uomini e donne che desiderano creare occasioni per riconoscersi. Oggi la cosa più difficile, non solo in Terrasanta ma ovunque, è riconoscere il dolore dell’altro”. Un esempio concreto è l’associazione The parents circle, che riunisce genitori palestinesi ed ebrei accomunati dalla stessa tragedia: aver perso un figlio. Insieme cercano di rompere la spirale dell’odio, partendo da una parola difficile: il perdono. Riemerge così l’insopprimibile bisogno umano di incontrarsi, stare con gli altri, accogliere. Si cerca di trasformare le ferite in feritoie, per lasciare entrare luce nuova. “In questa sala, se dovessimo spegnere tutte le luci, e accendere un fiammifero tutti lo vedremmo. Ma in una giornata di sole all’aperto, nessuno se ne accorgerebbe. Noi siamo chiamati a concentrarci su questi punti di luce. La violenza non ha futuro, guardiamo ai segni di speranza”.
Il dialogo con gli studenti
Il monologo si chiude con domande volutamente provocatorie rivolte agli studenti: è possibile la pace? Che cosa vuol dire pace? La religione divide o unisce, è un impedimento o un’opportunità alla pace? Noi che cosa possiamo fare? I ragazzi rispondono con dedizione, ponendo a loro volta interrogativi complessi: dalla polarizzazione alimentata dai social, fino alle domande più difficili, ovvero se la pace sia davvero possibile e se esistano persone che scelgono di fare del male per il puro gusto di farlo. Padre Francesco ha accolto le interessanti domande dei ragazzi, e ha cercato di rispondere a loro interrogativi, mantenendo sempre un clima di ascolto e di pace.