28-02-2026 ore 20:37 | Cultura - Teatro
di Annamaria Carioni

Astuzia, ironia e modernità: è un trionfo di applausi 'La locandiera' al San Domenico

Venerdì 27 febbraio alle ore 21 il sipario rosso del teatro San Domenico di Crema si è aperto per rinnovare la magia di una delle commedie goldoniane più amate e più rappresentate: La locandiera, scritta dal genio teatrale di Carlo Goldoni nel 1752, ma sempre attualissima. Lo spettacolo, inserito nel cartellone rivolto alle scuole, ha registrato il tutto esaurito, con un pubblico variegato per età, ma unanime nell’applaudire gli artisti della Compagnia Torino Spettacoli, diretti dal regista Enrico Fasella. L’allestimento ha conquistato per la vivacità dei dialoghi e l’accurata cesellatura dei personaggi.

 

L'astuzia è donna
Mirandolina, nella mirabile interpretazione di Miriam Mesturino, è una giovane locandiera fiorentina, scaltra, indipendente e affascinante. Gestisce la sua attività in prima persona, con l'aiuto del fidato servitore Fabrizio, manovrando i nobili ospiti con garbo, intelligenza e seduzione, senza che gli stessi se ne avvedano. Determinata a punire la supponenza misogina del Cavaliere di Ripafratta, che proclama di non essersi mai innamorato e di detestare le donne, Mirandolina mette in atto una sottile strategia di seduzione, che lo porta a capitolare. Lo spazio scenico è la locanda e i personaggi ruotano intorno alla volontà della padrona di casa, che ben riesce a comandare, lei serva, con un sorriso e con modi gentili gli esuberanti avventori, cicisbei invaghiti di lei.

 

Indipendenza e forza
A differenza delle figure femminili stereotipate del '700, Mirandolina è una donna d'affari autonoma, che non necessita di una figura maschile per gestire la sua attività e che ben incarna la superiorità della concretezza borghese rispetto alla superbia della nobiltà. La sua vittoria in campo amoroso sul Cavaliere di Ripafratta, che finisce "cotto, stracotto e biscottato" rappresenta per la donna, però, anche un'occasione di autocritica: nel finale, rivolgendosi al pubblico, la protagonista riconosce di aver sfiorato la crudeltà e decide di sposare Fabrizio, rispettando la volontà paterna e le convenzioni sociali, senza però rinunciare alla propria dignità.

 

Gli “a parte” goldoniani
Carlo Goldoni è un maestro nel dipingere vizi e virtù di varia umanità e per questo i suoi testi non invecchiano: tipico della sua arte e del suo stile è l'utilizzo di una particolare tecnica drammaturgica, chiamata “l'a parte”, in cui un personaggio pronuncia una o più battute, rivolgendosi direttamente al pubblico, mentre gli altri in scena per convenzione non lo sentono. In questo modo si crea un'alleanza con gli spettatori, che si sentono coinvolti nelle vicende e che possono parteggiare per l'uno o per l'altro. Anche nella platea del San Domenico le donne possono solidarizzare con Mirandolina, che mette alla berlina la spilorceria del Marchese di Forlimpopoli, il brillante Sebastiano Gavasso, o la presunzione del Conte di Albafiorita, l'altrettanto spumeggiante Alessandro Marrapodi, che crede di poter comprare l'amore con regali costosi. 

 

Tra farsa e verità
Nei commenti ironici rivolti al pubblico si cela la verità rispetto alla farsa che si sta svolgendo nella locanda, resa ancora più evidente dall'arrivo di due commedianti,  Barbara Cinquatti e Maria Elvira Rao, che incarnano con amabile ironia un modello femminile sguaiato, malizioso ed approfittatore, che fa da contraltare alla “costumatezza” della locandiera. La loro comparsa crea scompiglio e porta tinte forti in una palette giocata fino a quel momento sui colori del beige, del verde e dell'azzurro sia per le preziose scenografie di Emanuele Luzzati, sia per gli splendidi costumi, fedeli alla foggia settecentesca. Perfettamente in tema anche le incursioni dei Germana Erba’s Talents, Mattia Tarantino e Mario Barbato, nei panni dei due servitori, anch'essi non insensibili al fascino della padrona di casa.

 

L'arrosto e non il fumo
Mirandolina si fa portavoce di riflessioni ancora attuali: rivendica le donne come “la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura” in una società patriarcale, allora come oggi; afferma di preferire “l'arrosto e non il fumo”, sottolineando quanto sia importante privilegiare la concretezza rispetto alle chiacchiere, ma non disdegna di riconoscere quanto a una donna piaccia vedersi “servita, vagheggiata e adorata”. E' un personaggio complesso, che affascina per la sua abilità strategica e per la sua volontà di non sottomettersi, anche quando sceglie di darsi in moglie a Fabrizio, nella perfetta interpretazione di Stefano Bianco. In lei si riconosco le donne moderne, emancipate, consapevoli del loro valore e capaci di autodeterminarsi.

 

Un finale d'applausi
Il pubblico ha tributato applausi calorosi all’intera compagnia, in un clima di allegra complicità. Un plauso speciale è andato a Pietro Bontempo, subentrato nel ruolo del Cavaliere di Ripafratta con professionalità e intensità in tempi rapidissimi in sostituzione del collega ammalato. La serata si è conclusa con il sentito omaggio, per nulla scontato, di Miriam Mesturino, a nome di tutta la compagnia, alla bellezza del teatro, allo staff del San Domenico e agli spettatori, veri protagonisti di una rappresentazione che ha dimostrato, ancora una volta, quanto Goldoni sappia parlare al presente.