23-01-2019 ore 18:49 | Cultura - Proiezioni
di Nino Antonaccio

Suspiria. Al cinema il remake dell’opera di Dario Argento firmata da Luca Guadagnino

Fino all’inizio della danza macabra, Suspiria (di Guadagnino) si è mantenuto su un livello decoroso. Si capisce subito che non si tratta del remake dell’opera di Argento, non può esserlo per la natura stessa dell’originale e perché il regista attuale ha la sua calligrafia. Basti vedere le sequenze dei titoli di testa, col sottofondo musicale mirabile di Thom Yorke (secondo me, il momento più alto del film).

 

Declinazioni dei ruoli

Al massimo prende dall’opera prima degli spunti terminologici, segue qualche suggestione. Infatti ci mette ampiamente del suo, nella location, nella sottotrama del dottor Klemperer, nei colori e in tutta la tecnica. Ha una proprietà, un’autonomia di percorso, una tesi da sviluppare chiamata Donna, perché di questo vuol parlare Guadagnino. Tutto, nel film, parla delle declinazioni dei ruoli voluti o involontari o imposti dell’universo femminile. E la potenza che in certe sequenze emerge è ben resa grazie alle posture e alle interazioni delle protagoniste, prima tra tutte la mirabile Swinton, e delle comprimarie.

 

È solo rococò

Graziosa l’apparizione di Jessica Harper che acquieta i fans del film di Argento, ma solo per un attimo. Interessante è l’appiglio storico alla Germania degli anni ’70, al terrorismo, a un clima congeniale al tramestio delle vicende del film. Un bel sottofondo. E poi arriva, appunto, la danza macabra. Non è una questione di gusto, è solo rococò. In questo, Argento aveva già visto lontano, quando dava ampia teatralità e ridondanza alle scene più cruente. Ma quei (lunghi) minuti “rossi” del film hanno dirottato su una piattaforma estetica incerta il patrimonio precedente che, lo ripeto, aveva raggiunto una propria fisionomia. Era vestita di rosso lo so, ma non è Suspiria.

 

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