Un'arte che racconta emozioni e consapevolezze, sin dalle origini, ma che non ha paura di fluire, di raccontare e di comprendere. Senza un limite, senza un confine definito. Perchè l'identità ha a che fare con ciò che siamo stati, con ciò che siamo, ma anche con ciò che saremo. E muta, cambia, si trasforma. Si modella o si difende, si ancora alle radici di un tempo o spicca il volo verso il domani. Fino al 29 marzo alla Galleria Arteteatro della Fondazione san Domenico Francesco Dragoni è in mostra con Antenati. Busti di terracotta che nulla hanno a che fare con la perfezione. Sono volti noti di personaggi della storia, del mito, del passato, dai tratti compromessi o indefiniti. In mostra c'è la vulnerabilità dell'uomo in ogni epoca. Perché la storia si ripete. O la natura umana non cambia pelle. “Ho scoperto questo modo di fare scultura nel 2018” racconta Dragoni. “Giocando con il das, la pasta da modellare, mi sono accorto che avevo del talento, o meglio che il risultato era presentabile. Nel tempo mi sono esercitato, ho ragionato sulle dimensioni, sugli spazi, sulla geometria. Insomma, ho affinato la tecnica, senza dimenticare l'obiettivo primo del mio percorso artistico: dare sfogo all'empatia. Non ricerco la perfezione, ma la stabilità del sé”.
Modellare l'identità
A partire dalle origini, “dai simboli, dall'uso di materiali primordiali, dalle emozioni che fanno da sempre parte di noi”. Non è una visione egoistica. “L'identità non ha a che fare solo con noi stessi, non è solo una questione introspettiva. Dipende anche dal rapporto che ciascuno di noi coltiva con l'altro. È anche l'altro a definirci”. Ecco perchè i confini sono labili, indefiniti, aperte a compenetrazioni: non sono precisi, solo accennati. Perchè l'identità può essere influenzata e modellata. Dai rapporti interpersonali o dal linguaggio “con tutti i suoi limiti e fondamenti”. O può sfaldarsi, andare in mille pezzi. Per ricostruirsi. “Vale per le opere d'arte, perennemente soggette a critica, ma non solo”.
Il rapporto con gli antenati
I confini indefiniti divengono anche il modo per cercare nuovi spazi, nuove dimensioni. O per assemblare frammenti di antenati in grado di rappresentare qualcosa di nuovo. “Il presente ed il futuro sono una ricerca caotica a partire dal passato. Questa esposizione mostra che anche il passato non era perfetto, che non tutto può fungere da esempio, che anche un padre, un nonno, possono essere fragili, sbagliare, agli occhi di un figlio e di un nipote”. Di fronte a questa consapevolezza, il rapporto diviene paritario e anche l'esperienza del lutto può essere vissuta per ciò che è “un rito di passaggio, un distacco emotivo complesso, ma che non crea disorientamento”.
Il mondo animale
Ai lati di volti e busti, si notano alcuni animali, alcuni levrieri. È la rappresentazione del rapporto tra uomo e natura, tra uomo e mondo animale. “Da adolescente amavo la corsa, ma non avevo il fisico per correre. Mi allenavo comunque e mi cimentavo anche a livello agonistico. Finché un giorno è arrivata la legnata. Ho buttato via il cronometro, ma ho continuato a correre per passione. Avevo un cane, un incrocio con un bracco tedesco. Aveva una linea perfetta, correva forte. Ho finito per identificarmi in lui. Ed il suo ricordo è rimasto vivo in me”. In questa mostra la fragilità e la finitezza delle umane possibilità si scontrano con la tenacia, a tratti l'aggressività e la ferocia del mondo animale. É la conferma di quanto l'uomo debba ridimensionarsi, farsi piccolo, per comprendere la sua identità”. Oltre la fisicità, resta un essere in continuo mutamento per apparire all'altezza di un mondo senza direzione. Ma, in fondo, un essere resta. E merita di essere compreso nella sua complessità. Tra passato, presente e futuro. Senza abbandonare le radici, ma non avendo paura di spiccare il volo.
Teatroterapia
La mostra è visitabile dal martedì al sabato dalle 16 alle 19 e la domenica dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19. Ingresso libero. In programma anche una performance teatrale, sabato 28 marzo alle 17 presso la galleria Arteatro della fondazione. Si intitola Nessun luogo è lontano ed è l'esito di un laboratorio di teatroterapia a cura di Rossella Fasano, fondatrice dell’associazione Centro studi Sarasvati: “otto personaggi surreali e fantastici si ritrovano in un bosco per andare ad una festa di compleanno. In realtà non c’è un festeggiato. Ma il percorso serve ai personaggi per elaborare il proprio vissuto, attraverso un percorso introspettivo. Alcuni elaborano il lutto di persone care a cui sono rimasti legati, per altri invece si tratta di un lutto interiore psicologico legato alla crescita personale. I testi sono stati scritti dagli attori stessi attraverso un proprio percorso di ricerca”. Un modo per guardarsi dentro fino a trovare o ritrovare se stessi. Una certezza, un punto fermo, in un'esperienza, quella della vita, che è in continuo divenire.
