19-10-2023 ore 12:30 | Cultura - Incontri
di Patrizia de Capua

La filosofia non è civetta ma gallo, o gatto. Vattimo, come Nietzsche, precorre i tempi

Il 19 settembre 2023 Gianni Vattimo ci ha lasciato un po’ più soli. Nel 2007, in occasione del secondo anno del festival di filosofia Crema del Pensiero, dedicato al comandamento “Ricordati di santificare le feste”, a Crema per parlare della morte dell’anima, aveva 71 anni: molti, ma pochi rispetto al momento della morte, quando ormai ne aveva 87. Nel suo discorso comparivano spesso espressioni del tipo “come ha detto il tale, o forse era il tal altro”, oppure “nel tale anno, o forse non era quello, ma non importa”. Fronzoli inessenziali nella sintesi che intendeva mostrare, in cui la morte dell’anima risultava eccentrica e fuori luogo rispetto al comandamento in questione: il discorso volava piuttosto verso quella morte del “Non uccidere”, da lui pienamente condiviso, ma complicato dal soggetto “anima”. Quale poteva essere, per lui, l’anima che muore?

 

Lo scandalo del gatto di Gianni

In quello stesso 2007 esce un dialogo a tre dal titolo Atei o credenti?, dove Michel Onfray, già autore di un Trattato di Ateologia in cui riscrive la storia della filosofia occidentale in senso edonistico, invita ad un confronto l’ateo Paolo Flores d’Arcais e Vattimo, che in quel contesto rappresenta una sorta di cristianesimo post-nietzschiano o ermeneutico. La discussione porta a propendere non verso le tesi del credente o dell’ateo, ma dell’agnostico, dal momento che non si può dimostrare l’esistenza di Dio, ma neppure la sua inesistenza. Però compare pure lo scandalo della morte, chiamato “argomento del gatto di Gianni”, autentica prova dell’immortalità dell’anima. Vattimo non può immaginare di non rivedere il suo gatto morto tanto amato, ergo è necessario che ci siano un cielo e una vita eterna. La morte di chi amiamo è veramente uno scandalo. Di fronte a ciò, c’è chi ritiene che “credere all’idea di una vita eterna dopo la morte in cui tutti i morti sono vivi e vivono una vita non limitata da nessuna morte sia un nuovo scandalo per l’intelligenza” (Onfray). C’è invece chi, indifferente al principio di non contraddizione, si difende dall’angoscia con un “grazie a Dio, sono ateo” (Vattimo).

 

Pensiero Debole e relativismo

Il filosofo piemontese che, forte d’una preparazione profonda e appassionata, si concedeva battute su temi tanto delicati, s’era formato alla scuola di Pareyson e apparteneva a un drappello di studiosi fra cui Umberto Eco e Pietro Rossi (allievo di Nicola Abbagnano), anch’egli scomparso pochi giorni dopo Vattimo. Una sorta di scuola torinese simile a quella che a Milano gravitò attorno agli allievi di Antonio Banfi, ma più variegata come personalità e tematiche. Vi afferiscono pensatori di grande calibro, tra i quali, oltre ai già citati, Pietro Chiodi e Norberto Bobbio. Vattimo divenne il filosofo del Pensiero Debole dopo aver pubblicato, insieme a Pier Aldo Rovatti, un testo antologico che portava quel titolo. Era il 1983, l’anno stesso in cui usciva la seconda edizione della traduzione che lo stesso Vattimo aveva fatto fin dal 1972 dell’opera Verità e Metodo di Hans Georg Gadamer. Il Pensiero Debole gli valse critiche incrociate, da quelle di Carlo Augusto Viano e Giuseppe Cambiano (altri esponenti di spicco della scuola di Torino), a quelle dell’indirizzo cristiano tradizionalista. Quando poi diede alle stampe Credere di Credere (1998), anticipò un nuovo dibattito cruciale per la ricerca religiosa e filosofica: quello sul relativismo. Ragione e Fede in Dialogo (2005) , dove le idee di Joseph Ratzinger si trovano a confronto con quelle di Jürgen Habermas, è solo uno fra i tanti testi che se ne occuparono. Come tutti i grandi filosofi, Vattimo presentiva problematiche e concetti “allo stato nascente”, avviando discussioni in cui si imponevano nuove prospettive e rivisitazioni di concetti dati per acquisiti. E ciò fin da quando (per lo meno dagli anni Sessanta) propose di sostituire la traduzione “Oltreuomo” a quella di “Superuomo” dell’Übermensch nietzschiano, onde evitarne la confusione con fantastici supereroi alla Superman.

 

La secolarizzazione come svuotamento

Quel Credere di Credere appare quasi profetico nel prefigurare lo “svuotamento” della Chiesa spesso chiamato “secolarizzazione”. Quest’ultima viene presentata come un fatto positivo anziché come “un venir meno o un congedo dal cristianesimo”. Infatti “la dissoluzione delle strutture sacrali della società cristiana, il passaggio a un’etica dell’autonomia, alla laicità dello stato, a una meno rigida letteralità nella interpretazione dei dogmi e dei precetti” coinciderebbe con “la kenosis, l’abbassamento di Dio, la smentita dei tratti «naturali» della divinità”. Tutto ciò testimonierebbe “a favore di un riconoscimento più schietto della essenza autentica della fede”. In teologia la kenosis è un concetto paolino, nato in riferimento a Cristo, che per potersi incarnare e divenire il Salvatore, dovette prima svuotarsi delle qualità divine. Riferito ai cristiani, significa l’abbandono fiducioso a Dio che il credente fa (o dovrebbe fare) recedendo dal proprio egoismo, per aderire alla volontà divina. È uno spogliarsi che San Francesco realizzò in senso figurato ma anche in senso proprio, rinunciando ai privilegi del potere e della ricchezza per celebrare mistiche nozze con la Povertà, come Dante spiega nell’XI canto del Paradiso.

 

Addio alla Verità

Qualche anno dopo (2009) l’editore Meltemi pubblica Addio alla Verità, ripromettendosi di realizzare un progetto ambizioso che non andò oltre i primi passi: la pubblicazione delle Opere Complete di Gianni Vattimo. Vi viene prospettato un passaggio dalla verità alla carità che oggi non sembra essersi compiuto, proprio come il progetto di Meltemi. In quel testo Vattimo insiste sulla presa di congedo dalla “verità come rispecchiamento «oggettivo» di un «dato» che, per essere descritto adeguatamente, deve essere fissato come stabile, appunto come «dato»”. La questione della verità si palesa sempre più come “una questione di interpretazione, di messa in opera di paradigmi che, a loro volta, non sono «obiettivi»”. Sulla scorta di Heidegger, anch’egli impegnato in una polemica contro la verità-corrispondenza, del prospettivismo di Nietzsche, e soprattutto dell’ermeneutica, intesa come “constatazione del carattere interpretativo della verità”, Vattimo propone un pensiero all’apparenza paradossale, e cioè che l’addio alla verità sia la base stessa della democrazia. Non così paradossale, se poniamo mente al fatto che, in ogni tempo, totalitarismi d’ogni genere si sono avvalsi della pretesa di possedere una conoscenza “vera” della verità per praticare “una politica di «guerre giuste», di «interventi umanitari», che non tengono conto dei paradigmi culturali altrui”. La vera sfida nel mondo del pluralismo postmoderno è quella di costruire paradigmi condivisi, esplicitamente riconosciuti, il che si configura per l’appunto come una transizione dalla verità alla carità.

 

Un debole pensiero molto coerente

Il fil rouge nella filosofia di Gianni Vattimo si dipana fra “sfondamento” e “svuotamento”. Dal primo, che tra l’altro è in sintonia con la fisica quantistica, prende le mosse il Pensiero Debole, privo di fondamenta, ossia di posizioni stabili e certezze basate sulla tradizione metafisica dell’essere. Il secondo allude allo spogliarsi da illusioni egocentriche e pregiudizi a cui deve sottoporsi preventivamente chi intende aprirsi verso l’altro, che sia Dio o il prossimo. Nella società globalizzata, soprattutto al prossimo-remoto.

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