
C'era grande attesa per The Odyssey, il nuovo film di Christopher Nolan, in programmazione nelle sale italiane dal 16 luglio. L'accoppiata era irresistibile: uno dei registi più influenti e chiacchierati del nostro tempo alle prese con il poema che da quasi tremila anni racconta il viaggio di Ulisse, uno dei miti fondativi della cultura occidentale. Il pubblico ha risposto con entusiasmo e, nei primi due giorni di programmazione, il film ha già richiamato oltre mezzo milione di spettatori in soli due giorni.
L'attesa e il cavallo
In un torrido pomeriggio d'estate anche la sala quattro del Cinema Multisala Portanova di Crema è gremita di ragazzi e famiglie, che hanno prenotato il biglietto da settimane. Tra il profumo dei pop corn e il brusio dell'attesa si spengono le luci e il film si apre con un'immagine destinata a rimanere impressa: il cavallo di Troia abbandonato sulla riva del mare, lambito dalle onde. È una scena poetica e potente, che introduce uno dei punti di forza dell'intera pellicola: i luoghi naturali.
Luoghi evocativi
Le ambientazioni sono straordinarie. Nolan ha scelto di girare il più possibile in luoghi naturali, anziché ricorrere agli studi di posa e il risultato si vede: il mare cristallino di Favignana, le rocce delle Eolie, i deserti e le città fortificate del Marocco, i siti archeologici del Peloponneso e le coste selvagge dell'Islanda conferiscono al film un respiro autenticamente epico. In diverse interviste il cast ha sottolineato la fatica e la bellezza di imparare a governare una nave in mezzo alle onde o scalare le montagne. L'effetto di questa scelta e dell'impegno che ha richiesto è portentoso.
Una storia epica
Dopo dieci anni di estenuante guerra, Troia, inespugnabile con la forza degli eserciti, cade grazie all'inganno del cavallo per opera di Ulisse, che, come gli altri greci, intraprende il viaggio di ritorno verso Itaca. Tuttavia, Omero narra come gli dèi, offesi dalle sue azioni oltraggiose, rendano quel ritorno interminabile. Odisseo vagherà per altri dieci anni prima di poter rivedere la fedele sposa e il figlio Telemaco, ormai uomo. Ancora oggi diciamo "è stata un'Odissea" per indicare un'impresa portata a termine solo dopo infinite difficoltà.
La coscienza di Ulisse
Nolan propone però una lettura diversa da quella del vate cieco. Il suo Ulisse, che ha il viso e i modi asciutti di Matt Damon, non sembra ostacolato tanto dagli dèi quanto dalla propria coscienza. È un uomo segnato dalla guerra, incapace di perdonarsi, che cerca Itaca soprattutto come luogo della pace interiore. Persino l'inganno del cavallo, tradizionalmente celebrato come il culmine della sua scaltrezza, diventa il simbolo del suo rimorso. È una scelta interpretativa interessante, ma molto distante dall'Ulisse omerico (e anche da quello dantesco) dominato dalla ὕβρις, quella tracotanza che nessuna traduzione italiana riesce a restituire pienamente.
A un passo dall'audacia
E' proprio qui che, a parere di chi scrive, Nolan si ferma un passo prima dell'audacia. Se il suo Ulisse è un uomo traumatizzato dagli orrori della guerra, simile ad un veterano con un disturbo post traumatico, perché non spingersi fino a insinuare il dubbio che gli incontri con Circe, Calipso, Polifemo e le altre creature del mito possano essere ricordi deformati o addirittura allucinazioni nate da una mente devastata dal conflitto? Sarebbe stata un'interpretazione radicale, capace di sorprendere davvero e perfettamente in sintonia con il Nolan di capolavori come Inception e Interstellar.
Linearità e umanizzazione
L'Odissea di Omero è costruita attraverso continui salti temporali e lunghi flashback: un terreno ideale per il Nolan maestro delle narrazioni non lineari spazio/tempo. Il racconto invece procede con una linearità quasi classica, forse persino maggiore rispetto al poema originale. Gli dèi perdono la loro dimensione soprannaturale: la ninfa Calipso, interpretata dall'incantevole Charlize Theron, appare come una pescatrice, vestita di rete e con il viso solcato da rughe; Atena, cui presta le sembianze Zendaya, è una giovane donna, quasi eterea nel suo peplo candido ed essenziale, la maga Circe è una pecoraia, che trasforma gli uomini in animali. Anche questa umanizzazione rientra coerentemente nel progetto realistico del regista.
La modernità di Nolan
Elena (Lupita Nyong'o) porta sul volto le cicatrici della guerra, trasformandosi nel simbolo delle conseguenze dell'odio e della vendetta; Penelope, interpretata da Anne Hathaway, non è la sposa passivamente fedele della tradizione, ma una regina consapevole della propria autorità e determinata ad esercitarla in un mondo dominato dagli uomini. Questi tratti rendono i personaggi moderni. Il film è coinvolgente e visivamente magnifico, rimane però la sensazione che manchino almeno due ingredienti per renderlo memorabile al pari di altre opere del regista: la potenza magica del mito antico e l'audacia di osare proprio come l'Ulisse omerico "dai molti ingegni".