17-07-2026 ore 20:34 | Cultura - Proiezioni
di Annamaria Carioni

Gioia mia: l’incontro tra le generazioni diventa una rinascita, tra appartenenza, poesia e cura

Il Cinema sotto le stelle, la rassegna cinematografica estiva proposta dal Comune di Crema in collaborazione con la Multisala Portanova, prosegue con grande successo di pubblico presso CremArena, all'interno del complesso del Centro Culturale S. Agostino. Per la quarta serata martedì 14 luglio è stato programmato il film "Gioia mia", opera prima della regista Margherita Spampinato, che racconta una storia semplice solo in apparenza: Nico (Marco Fiore), un ragazzino del Nord Italia, è costretto a trascorrere l’estate in Sicilia dalla zia Gela (Aurora Quattrocchi), perché la sua babysitter, la persona che fino a quel momento si è presa cura di lui, sta per sposarsi e trasferirsi a Parigi. Da questa premessa prende forma un film di formazione, che coinvolge non solo il bambino, ma anche l’anziana zia, in un percorso di crescita reciproca.

 

Nord e Sud
Il primo grande tema del film è il contrasto tra Nord e Sud. Il Nord non viene quasi mai mostrato direttamente, ma resta costantemente presente come termine di paragone. Nico arriva in Sicilia portando con sé il proprio mondo: uno smartphone sempre tra le mani, la noia di chi non riesce a immaginare una quotidianità diversa da quella scandita dalla tecnologia. Il Sud, invece, è rappresentato dalla vita del cortile, dalle partite a pallone, dalle carte giocate tra vecchie amiche, dalle chiacchiere tra vicine e da un tempo che sembra essersi rallentato. È un mondo in cui i rapporti umani prevalgono sugli schermi e in cui il valore della comunità emerge con naturalezza, senza mai trasformarsi in una contrapposizione ideologica.

 

Incontro generazionale
Accanto a questo si sviluppa un altro tema fondamentale: l’incontro tra generazioni. All’inizio Nico e zia Gela sembrano appartenere a universi inconciliabili: lei considera il nipote un ragazzino maleducato e incapace di stare al mondo, lui vive la permanenza in Sicilia come una punizione. Eppure, giorno dopo giorno, entrambi cambiano. Nico scopre che esiste una vita oltre il cellulare: impara a stirare, a giocare a carte, ad assumersi piccole responsabilità domestiche. Non è un caso che, quando la zia attraversa un momento di profondo dolore, sia proprio lui a prepararle la cena e a prendersi cura di lei.

 

Nico e Gela
La crescita del protagonista passa attraverso l’acquisizione di competenze pratiche, ma soprattutto attraverso la scoperta dell’empatia. Anche zia Gela compie il suo personale percorso di trasformazione, liberandosi dalla sua severità e addolcendo lo sguardo, grazie al nipote, che rompe la monotonia delle sue giornate, porta entusiasmo, movimento e imprevedibilità in una vita ormai scandita da abitudini consolidate. Il loro rapporto non è unidirezionale: entrambi imparano qualcosa dall’altro e finiscono per colmare reciprocamente le proprie solitudini.

 

Il tema del lutto
Il film affronta con grande delicatezza anche il tema del lutto. Nico vive la partenza della babysitter come una vera perdita: pur sapendo che non è morta, è convinto che non la rivedrà mai più e sperimenta quel senso di abbandono tipico dell’infanzia, quando ogni separazione sembra definitiva. Parallelamente, zia Gela è costretta ad affrontare la morte del suo anziano cane, un dolore che la chiude in se stessa per diversi giorni. In entrambi i casi, la regista suggerisce che il lutto non cancella la possibilità di continuare a vivere. Al contrario, proprio attraverso il sostegno reciproco i due personaggi principali trovano la forza di ritornare protagonisti della propria esistenza.

 

Gioia mia
Significativo è anche il titolo del film: “Gioia mia” è l’espressione con cui le anziane signore del quartiere si rivolgono a Nico. All’inizio sembra soltanto un vezzo linguistico, quasi uno stereotipo affettuoso della parlata siciliana, ma nel finale si comprende il suo significato più profondo: Nico è diventato davvero “la loro gioia”, un nipote acquisito che, con la sua presenza e la sua capacità di prendersi cura della zia, ha conquistato l’affetto dell’intera comunità. Il ragazzino ha portato una ventata di luce nella penombra delle loro vite, proprio come quando ha spalancato le finestre sempre con le ante accostate prima del suo arrivo.

 

La dimensione poetica
Dal punto di vista registico, colpisce soprattutto la fotografia. I frequenti primi piani sui volti di Nico, di zia Gela e degli altri personaggi, immersi in sfondi fortemente sfocati, sembrano isolare le loro emozioni dal resto del mondo. È una scelta che restituisce grande intensità agli stati d’animo e dona alle immagini una dimensione quasi poetica. Ugualmente efficace è la decisione di raccontare tutta la vicenda attraverso lo sguardo del bambino: anche quando affronta temi complessi come il lutto, il film evita ogni retorica e conserva una leggerezza autentica.

 

Il sorriso dell'alleanza
Il momento che racchiude il senso dell’intero racconto è il finale. Sulle note del “Bel Danubio blu” di Johann Strauss, Nico gioca finalmente sereno tra le onde insieme agli altri bambini. A un certo punto si volta verso la spiaggia, guarda zia Gela e le sue amiche sedute sotto gli ombrelloni e sorride. È un’immagine di straordinaria forza simbolica: quel sorriso sancisce l’alleanza tra due generazioni che all’inizio sembravano lontanissime, tra due modi diversi di abitare il tempo e il mondo. È la dimostrazione che l’incontro con l’altro non ci cambia soltanto: ci restituisce, forse, una versione migliore di noi stessi.