17-02-2026 ore 20:15 | Cultura - Libri
di Stefano Zanini

Insula Fulcheria, un viaggio nel tempo per conoscere Crema: alla guida c'è Nicolò Premi

Curiosi di saperne di più riguardo ad Insula Fulcheria, la rivista annuale del Museo civico di Crema e del Cremasco, abbiamo deciso di addentrarci negli uffici della redazione, avente sede nel museo stesso. Ad accoglierci negli studi che ancora conservano il fascino storico del convento agostiniano è stato Nicolò Premi, direttore della rivista nonché curatore della rubrica di curiosità culturali e storiche cremasche Crema in litteris presso la nostra redazione; se volete fare bella figura con gli ospiti a cena vantando la conoscenza di fatti storici singolari, vi invitiamo a darle uno sguardo. Dopo averci mostrato l’archivio cronologicamente aggiornato dei volumi pubblicati nel corso degli anni (custoditi gelosamente accanto alla sua scrivania), Premi si è prestato con estremo garbo e preparazione ad essere intervistato in merito alla sua persona, all’operato della sua direzione e al futuro della storica rivista cremasca.

 

Dirige la rivista da ormai 3 anni. Qual è stato il percorso che l’ha portata a diventare il direttore di Insula Fulcheria?

Mi occupo di filologia romanza. Ho studiato lettere all’università Cattolica del sacro cuore di Milano, poi ho conseguito il dottorato all’università di Verona in cotutela con l’Ecole pratique des hautes etudes di Parigi, presso la Sorbona. Grazie ai miei studi conoscevo la rivista e sotto la direzione di don Marco Lunghi avevo già pubblicato due articoli per alcune precedenti edizioni del volume. Dopo la scomparsa di don Marco si cercava un nuovo direttore e il sindaco e l’assessore alla cultura mi hanno chiesto di subentrare alla direzione. Una proposta che ho accettato con entusiasmo.

 

Come è cambiata Insula col suo arrivo?

La rivista raccoglie dal 1962 tutte le ricerche che riguardano il territorio cremasco nell’ambito dell’archeologia, della storia, della storia dell’arte e, sotto la direzione quasi ventennale di Lunghi, dell’antropologia. Quello che io ho cercato di introdurre è stata una prospettiva più filologica portando maggiore attenzione agli studi sui manoscritti, alla codicologia e anche alla letteratura più in generale. Negli ultimi numeri abbiamo pubblicato opere inedite di letterati italiani di rilievo come Mazzini e Pietro Giordani. Inoltre, ho voluto dare alla rivista una nuova struttura editoriale, più schematica, ma al contempo non troppo specifica.

 

In che modo?

Ho voluto creare tre macrosezioni: articoli, note di ricerca e relazioni. Negli articoli, la sezione più corposa, troviamo tutte le pubblicazioni accademiche poste in ordine cronologico sull’argomento trattato; le note di ricerca sono contributi di respiro minore su una singola scoperta o un singolo dato di ricerca che però vale la pena di essere comunicato in forma più breve; le relazioni, invece, riferiscono riguardo a progetti in corso, rassegne, critiche che non hanno la natura dell’articolo. Infine, ci sono le rubriche, già presenti nella rivista, ma senza una continuità. Noi abbiamo recuperato nello specifico ritrovamenti e segnalazioni, una rubrica presente nei primi volumi degli anni sessanta.

 

A proposito di anni sessanta, questa nuova veste grafica ricorda molto quella delle prime pubblicazioni. Perché questa scelta di stile?

Siamo tutti molto affezionati alla storia della rivista e abbiamo deciso di riprenderne le origini citando i primi volumi che graficamente erano molto d’avanguardia. Gli ultimi tre numeri hanno infatti gli stessi colori (giallo, blu e rosso) dei primi tre numeri del '62, '63 e '64. Cambia solo la mappa dell’Insula, ormai datata e poco aderente alla realtà storica. Se la copertina è più contemporanea, la grafica editoriale è arciclassica. Abbiamo scelto di seguire la direzione delle più tradizionali riviste scientifiche italiane affinché il lettore possa sentirsi a proprio agio nella lettura di un volume a prima vista non classico, ma che continua fedelmente ad esserlo. Una dicotomia su cui ci è piaciuto giocare.

 

Possiamo chiederle delle anticipazioni riguardo al prossimo volume?

Certamente. Dal momento che le copertine dei primi tre numeri richiamano i colori primari, ora ci concentreremo su quelli secondari: il prossimo volume sarà verde. Stiamo già valutando alcuni articoli, uno dei quali indaga la storia di un uomo del ‘700 che si autocrocifisse e del medico cremasco che fu chiamato ad assistere al caso di psicosi che ebbe grande risonanza in tutta Europa generando un dibattito tra filosofia e teologia.

 

Quali sono i progetti futuri per l’Insula Fulcheria?

Puntiamo a perfezionare il sito della rivista, rendendolo più accessibile al pubblico e più di ogni altra cosa speriamo di ottenere il riconoscimento dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) come rivista scientifica ufficiale. L’Anvur prevede criteri molto rigidi per definire la scientificità di una pubblicazione, ma noi li rispettiamo tutti e siamo pronti a presentarci per la valutazione questa primavera. Ci teniamo tanto all’ottenimento di questo riconoscimento non solo per una questione burocratica, ma soprattutto perché gli articoli pubblicati su riviste scientifiche hanno valore nei concorsi pubblici. Questo ci permetterebbe di attrarre ancora più studiosi, nel cremasco e non solo, e di rendere la rivista ancora più nota. Se possibile, poi, ci piacerebbe riuscire a realizzare un volume monografico tornando a studiare l’ordine degli Agostiniani: essendo l’ordine di appartenenza dell’attuale pontefice, potrebbe tornare ad essere un argomento di grande attualità.

 

Ultima domanda, forse la più importante: qual è la domanda che vorrebbe le venisse fatta riguardo al suo operato e che puntualmente non le viene mai posta?

Una bella domanda cui non è facile rispondere. Non so se le persone si rendano conto di quante ore passiamo nella correzione delle bozze: un aspetto cruciale per noi della redazione, ma che spesso non emerge mai. Un lavoro a tratti angoscioso, faticoso e molto artigianale di cui mi piacerebbe si parlasse di più.