“La novità fa paura. O meglio, l'ignoto fa paura. Definirei così il sentimento prevalente oggi nei confronti dell'intelligenza artificiale. La guardiamo con diffidenza, ma sappiamo che sta già rivoluzionando le nostre vite. In ambito medico sta fornendo una grossa mano. Certo, non va usata senza consapevolezza, senza competenze: l'intelligenza artificiale ha bisogno della nostra intelligenza”. Annamaria Lorusso, ordinaria di semiotica all'università di Bologna e allieva di Umberto Eco, è stata ospite della quattordicesima edizione dei Manifesti, ieri sera in sala da Cemmo. Con lei il giornalista Giovanni Bassi.
La tv del dolore
La docente, presentando il suo libro Il senso della realtà, ha ripercorso gli ultimi 40 anni di storia, dalla tv all'intelligenza artificiale, usando come unica lente uno sguardo obiettivo sulla realtà: “il senso della realtà richiede la capacità di misurarsi anche con i limiti. La verità è che oggi siamo un po' carenti di senso della realtà: siamo un po' disorientati”. L'analisi ha preso il via dal caso di Alfredo Campi, noto a tutti come Alfredino, caduto in un pozzo a Vermicino nel 1981. Viene ancora ricordato come il primo caso di cronaca mediatico. “Lì è nata la tv del dolore: in quel frangente tutti abbiamo capito che la sofferenza in diretta incolla allo schermo. Con il caso di Alfredino tutta Italia ha assistito ad una morte in diretta. Questo evento ha segnato l'inizio di un genere che non avrà fine”.
Il caso di lady Diana e i true crime
In un balzo temporale di 16 anni, Lorusso ha poi aiutato il pubblico a ricordare la morte di lady Diana: la principessa allergica ai protocolli di corte, ma anche la ragazza fragile, malata di bulimia nervosa. “L'immagine mediatica di lady Diana, come una di noi, ci ha fatto emozionare, ci ha coinvolto collettivamente. Questo evento fa comprendere come la tv sia un mezzo capace di orientare l'opinione pubblica, di modellare la sensibilità collettiva, di far provare emozioni ad un pubblico vasto, di farci sentire vicini all'immagine di una persona che non conosceremo mai davvero”. L'attenzione di Lorusso si è poi focalizzata sui true crime: “un genere che mi appassiona da sempre e che nasce dal giornalismo d'inchiesta. È un format che piace al pubblico perché coinvolge e, in fondo, nobilita, fa sentire intelligenti. Porta dentro un'inchiesta, indaga la psicologia dell'assassino, spinge a capire la verità. Crea una sorta di tribunale popolare”. Citando il caso di Garlasco ha detto: “ciascuno di noi sul tema ha una propria opinione, è merito del true crime”.
Educare all'uso dei media
In chiusura ha voluto riflettere su tre categorie fondamentali: il vero, il falso e il finto. “Oggi sono sempre più intrecciate nella nostra realtà. Falso e finto non sono sinonimi. Ciò che è finto è inventato, come un romanzo. I social spesso, secondo Lorusso, alimentano la dicotomia tra immagine reale ed immagine virtuale, alimentano la finzione. “Spesso, ma non sempre: tutto dipende da ciò che scegliamo di mostrare, dalla narrazione collettiva che vogliamo costruire”. Ecco perché all'uso dei media “bisogna essere educati”. Lo stesso vale per l'intelligenza artificiale, usata anche per generare immagini fittizie. “I media sono vettori di progresso, ma richiedono conoscenza e la conoscenza non si apprende in un soffio: è un percorso da costruire, da vivere e da affrontare. Dalla scuola primaria bisognerebbe promuovere un'educazione ai media. Non basta vietare l'uso dei telefonini: i divieti servono a poco se non si coltiva consapevolezza”.