Ognuno di noi cerca “un centro di gravità permanente”, magari non definitivo, perché al di là della coerenza ci sono comunque verità frutto di nuove ricerche e valori nati da nuove conquiste. E tuttavia in ogni fase della vita ciascuno cerca un suo ordine. Non l’ordine dello spazio: a volte persone disordinate nella gestione dello spazio fisico custodiscono un invidiabile ordine mentale. Né un assetto definitivo delle relazioni: alcuni ultraottantenni, già impenitenti libertini, scelgono di sperimentare la routine del matrimonio. Ma comunque un equilibrio mantiene in piedi e consente di proseguire nel cammino verso il futuro, breve o lungo, che ci aspetta. Mai rinunciamo a prefigurarci un futuro, magari profetizzando un trans-umanesimo in filosofia, un post-teismo religioso, e perfino un ultra-finitismo (eresia matematica di una filosofia che rifiuta l’infinito) a livello cosmico. Oggi però siamo più in difficoltà che in altri tempi, poiché non ci aspettavamo che la nostra esistenza potesse svolgersi nello scenario di uno sconvolgimento mondiale, dove alleanze e antichi poteri consolidati scricchiolano facendo intravedere l’abisso nei lampi del temporale globalizzato. Questa precaria condizione è il Caos.
Il Kaos di Cacciari
Massimo Cacciari, uno dei maggiori filosofi che il XX secolo abbia consegnato al XXI, osserva e descrive tutto ciò dalla prospettiva universale del filosofo, e ci presenta il Kaos: “l’Europa ridotta all’insignificanza politica e non solo, e il globo terracqueo in piena metamorfosi, alla ricerca di un riassetto delle potenze egemoni o di una catastrofe definitiva”. Ci eravamo illusi che ottant’anni di pace garantissero all’Europa una “pace perpetua”, ma che sono ottant’anni per la storia? I concetti con cui Cacciari spiega il Kaos sono nodi di reti relazionali, rinvii, reminiscenze mitologiche, etimologie arcane, riecheggianti ardite sperimentazioni ermeneutiche del secondo Heidegger. E non deve stupire l’imbattersi in un lessico tecnico dialogante più con il tedesco che con l’inglese, perché la filosofia, nata greca, è più tedesca che inglese, anche se oggi tutti inframmezzano il proprio discorso con termini anglofoni.
C’è Kaos e Chaos
Il saggio Kaos, edito dal Mulino nel marzo 2026, è diviso in una prima parte, Il mito del globo, opera di Cacciari, e una seconda, Geopolitica e metafisica, di Roberto Esposito. Esploriamo la prima. Già nel titolo è necessaria una bussola, poiché il Kaos non va inteso come informe disordine primordiale da cui, secondo i naturalisti presocratici, nascerebbe il cosmo ordinato, grazie ad un principio (arché) che si tratti di acqua, aria, guerra madre di tutte le cose o atomi volteggianti nel vuoto. Piuttosto il Caos è vuoto generativo. Con Democrito sarebbe possibile il dialogo, ma con altri antichi Greci no, dato il loro pregiudiziale horror vacui. Infatti Cacciari, più che con gli antichi fisiologi, dialoga con i poeti, in particolare Esiodo, il quale fa dire alle Muse che “Principio sommo della generazione, genesis, è Chaos”, e “Chaos significa il Vuoto senza differenza in sé, l’Aperto, la bocca spalancata prima che qualsiasi suono venga emesso”. Tutto ciò che da quel Principio morfogenetico scaturirà, potrà poi farvi ritorno. Un silenzio che fa paura come il buio dell’universo prima che nascano vita e calore. Esiodo, come Cacciari, si sofferma sul tema della soglia da cui si accede a un nuovo mondo, un ordine segnato dal potere della Parola (il Verbo), che il poeta pagano attribuisce all’essere umano. A proposito dell’umanità, infatti, Esiodo ricorda che Zeus domandò a Efesto di “creare” una donna, Pandora, a cui ciascuno degli dei offrì il proprio dono, e lo stesso sovrano dell’Olimpo la dotò della voce, soglia fra uomini e animali. La parola ci rende consapevoli di noi stessi, ma anche capaci di discorsi seducenti e ingannevoli. Gli altri animali hanno una voce, ma non parlano. Anche i malanni arrivano inattesi, muti e silenziosi, sconvolgendo la nostra spensierata esistenza. Assomigliamo più all’IA che agli altri animali: fra noi e l’IA non c’è soglia. Forse questo è causa della dipendenza dall’IA, di cui proprio ora si registra il primo caso in Italia.
Il nuovo Ordine del mondo
Il discorso si sposta verso un altro contesto: quello del declino dello Stato, ampiamente sviscerato nel libro. Tale crisi è intesa come “passaggio a una competizione tra grandi spazi politici o Imperi”, di cui noi “viviamo oggi forse la prima fase, quella del dis-ordine – che in un modo o nell’altro, e nessuno sa quale, produrrà senza dubbio un nuovo Ordine della Terra”. Precisamente dalla Terra, sua radice, lo Stato muove i primi passi. Ma lo Stato è involto in una dialettica paradossale: da un lato, non può cessare di valere come territorio determinato; dall’altro, la sua potenza cerca sempre di eccedere dal proprio confine. Per questo la potenza dello Stato è fisiologicamente imperiale. Esso ha un limen (dal greco “porto”, “ricovero”) al cui interno ci si sente sicuri. Ma ha anche un limes (dal latino “limite”, “sentiero che separa due terreni”): la frontiera che lo abbraccia e che deve sapersi trasformare in barriera nel caso di “stato di emergenza”. All’interno di tali ricoveri-frontiere, vige un Nomos, un ordine, una legge che non ammette alcun diritto di autodeterminazione di chi vi abita. Il territorio è “quello spazio in cui un potere è in grado di suscitare terrore nei confronti di chi ne viola o pensa di violarne le leggi”. La sovranità è principio catecontico. Per l’interpretazione della figura del katechon, Cacciari rinvia al suo libro Il potere che frena. Saggio di teologia politica (Adelphi 2013), dove il detentore dell’autorità catecontica ha l’ufficio di trattenere, far diga all’anomia.
Il mito racconta e insegna
Cacciari procede nella sua disamina Mythologica e ci conduce verso l’acqua, il mare, l’Oceano, i fiumi, e poi l’aria. Ogni immagine suscita fascinazione, come sempre accade a chi si addentra nelle contrade del mito. I naturalisti presocratici si muovono con disinvoltura in quelle contrade, e lo stesso Platone, che non esita a decretare che quelle favole sono bugie raccontate male, poi ne inventa di sue, raccontate bene. Ad esempio in Fedone non si limita a cercare prove dell’immortalità dell’anima, ma in un excursus apprezzato anche dagli scienziati ci regala “un gioiello assoluto della storia della scienza: la prima menzione scritta che ci sia giunta della nuova forma che sta prendendo il mondo” (Rovelli). E mostra il grande giro dell’Oceano, la cui corrente è quella di un fiume: un “potamos lontano dal centro della Terra, ma non separato da terre e mari”. Quel Fiume è “il Confine che contiene, che «salva» Terra e Mare, custodendo entrambi nella loro forma e nella loro in-secura relazione” (Cacciari). Oltre l’Oceano c’è solo la prole della Notte: morte, sonno, sogni. Chiunque voglia dominare sul Globo dovrà saper navigare l’Oceano. E trasgredire gli angusti confini di mari interni e laghi per scoprire il Grande Fiume. Come oltrepassare le correnti? Solo volando, “vincendo lo spirito di gravità”. Dalla terra all’acqua e dall’acqua all’aria. “Una potenza marina sarà sempre superiore a una fluviale. Quest’ultima tenderà irresistibilmente, come la Russia nella sua storia, a sfociare sul mare”. Ma nell’aria si domina il globo nella sua interezza. Dai droni ai satelliti artificiali.
I migliori filosofi traducono i balbettii in ipotesi
Cacciari tuttavia non si avvale soltanto delle felici intuizioni dei fisiologi greci, ma nel suo saggio di 50 pagine recupera il meglio della storia della filosofia moderna e contemporanea per suffragare le proprie teorie. Più che ipotesi, “balbettii”, come egli stesso definisce le risposte alle domande che nel presente ci poniamo. E chiama in causa, fra gli altri, Carl Schmitt, Jaspers, Kojève. Ma soprattutto Kant, Heidegger e Nietzsche. Kant non concepisce più lo spazio come semplice contenitore, ma piuttosto lo collega all’altra intuizione pura della sensibilità, il tempo, e lo intende come relazione fra le cose. Cacciari ritiene che questa idea di relazioni spaziali sia “fondamentale per comprendere le forme dell’agire politico, ovvero il Politico dell’Occidente”. Il riferimento è alla dinamica conflittuale a cui dà vita ciò che abitualmente definiamo “ricerca dello spazio vitale”. Heidegger viene spesso citato a proposito del concetto di contrada che innesca quel concatenamento di conseguenze. L’“abbandono alla contrada” presenta accentuate tonalità emotive: la noia, innanzitutto, “nebbia silenziosa che mantiene tutte le cose nell’indifferenza”, l’angoscia del vuoto, l’aspirazione a ricongiungersi al nulla. Affidarsi alla contrada dell’essere consente esperienze come sentieri interrotti e radura dove la verità si manifesta. Roberto Esposito definisce questo approdo spatial turn, con allusione alla “nuova centralità dello spazio, precedentemente posposto alla dimensione del tempo”. E si spinge a ipotizzare che l’attuale sia “l’epoca dello spazio”. È singolare, nota Esposito, che un paradigma spaziale come quello geopolitico si affermi proprio quando la globalizzazione determina la fine virtuale dello spazio. Ma lo spazio rimane indistruttibile e mantiene la sua forza anche quando Bergson tenta di detronizzarlo a favore del tempo. Attendiamo che alla ricerca su “essere e tempo” subentri una riflessione su “essere e spazio”. Chiunque si avventuri in argomenti abissali non può eludere il confronto con Nietzsche. Nell’analisi dello Stato, “volontà di potenza” e “restare fedeli alla terra” assumono nuovi significati, e il potere politico, dopo la prima navigazione (di terra) e la seconda (di mare), deve farsi carico della terza: quella dello spazio cosmico. In tale contesto l’egemonia del grande spazio americano versa in una situazione di crisi. La pace si allontana, e se lo spazio russo deflagrasse, forse non farebbe altro che rafforzare la dimensione imperiale della Cina.
Intelligentsija russa e Illusionpolitik europea
L’idea che il processo di globalizzazione produca “naturalmente” un Ordine politico non è altro che Illusionspolitik. È pur vero che nessuno dei conflitti oggi in atto presenta “cause e attori tali da rendere necessari esiti catastrofici”. Ma è pure assodato che l’Europa si è autocondannata all’insignificanza lasciandosi sfuggire “l’occasione che le si era presentata con la fine della contesa tra i due Titani usciti vittoriosi dalla grande catastrofe della Seconda Guerra Mondiale”. Fallimento replicato dopo il 1989. La crisi della politica è un dato di fatto, e la letteratura sulla crisi della forma di Stato è smisurata. La signoria del Denaro, o il capitalismo come religione, basterà ad evitare il rischio della catastrofe? Ancora una volta, le conseguenze del crollo del cristianesimo come “fattore integrante-catecontico delle società europee” è stato “profeticamente colto dalla grande intelligentsija russa dell’Ottocento” ben più profondamente che dalla cultura occidentale. L’Europa si è forse definitivamente arenata, ha raggiunto un orizzonte che non le è più dato rompere, se non “assimilando” a sé in qualche modo “imprevedibile al momento, la grande Terra russa”. Le alternative in realtà sono due: o Europa soltanto occidentale, e perciò senza alcuna possibilità di contare geo-politicamente, oppure Europa-Eurasia, sulla base di un foedus con la Rus’, o Rus’ di Kiev: Ucraina, Bielorussia, Russia occidentale.
Stato mondiale addio
Malgrado la nostra irrefrenabile propensione a credere che “l’attuale disordine globale possa risolversi soltanto in una forma di Weltstaat [Stato mondiale] amministrato secondo procedure «economiche»”, e che “la via d’uscita più probabile dai salti d’epoca sia quella che ci appare più «logica»”, di fatto non disponiamo di alcuna certezza. Troppe sono le variabili fuori controllo, la tecnica innanzitutto, ma anche i capricci dei potenti della Terra. Peraltro, quella prospettiva non sarebbe neppure logica, dal momento che lo Stato mondiale appare analogo a una “teoria del Tutto” di cui, avverte Cacciari, “la stessa esperienza scientifica mi pare vada verificando l’impossibilità”. Dunque, si domanda Cacciari, i nuovi Ordini assomiglieranno alla Mathesis di Mondrian riprodotta sulla copertina del libro, o a un’apocalisse di Anselm Kiefer? Chi può dirlo. Per ora, nessun centro di gravità permanente. Nel Kaos sembriamo destinati ad abitare ancora per un po’.