
Ieri pomeriggio la direttrice museale Silvia Scaravaggi, il curatore Alessandro Barbieri e la collaboratrice Chiara Degetto ci hanno accolto in anticipo al Museo Civico di Crema e del Cremasco per condurci in un breve un tour privato alla scoperta della mostra Nuovi sguardi: donazioni Marazzi, Ruggeri, Vasta. L’esposizione è pensata per mostrare alla cittadinanza una serie di opere e di collezioni private donate al museo tra il 2024 e il 2025. Scaravaggi introduce così la mostra: “è un’esposizione narrativa, un racconto sulla storia di questi beni che da opere private sono diventate pubbliche, di tutti. Ogni pezzo ha una storia diversa, un tassello che intreccia in qualche modo la storia di Crema con la storia del museo.
Le opere non sono collegate tra loro se non dal concetto di donazione”. Le testimonianze raccolte da parte dei donatori hanno completato la visita museale, permettendoci di comprendere a pieno il valore personale e collettivo che risiede nel gesto della donazione.
Nuovi sguardi
Le opere sono disposte all’interno della sala in ordine cronologico: il visitatore passeggia sotto gli attenti sguardi di ritratti e autoritratti. Si tratta di sguardi sempre nuovi e diversi, che cambiano in base all’epoca e allo stile: dall’olio di Salomon Adler della collezione di Antonio Marazzi, ai ritratti di Elia Ruggeri - accompagnati da nature morte, fiori e paesaggi - fino agli “occhi” della macchine fotografiche e cinematografiche del colonnello Angelo Vasta. Nuovi sguardi perché oggi, grazie alle donazioni, il visitatore può apprezzare opere prima destinate ad uno sguardo esclusivamente privato. Barbieri chiarisce: “Il fine della mostra è anche quello di ringraziare i donatori, che rinunciano ad un bene di famiglia per donarlo alla collettività. Ma resterà comunque sempre una parte di loro”. Prezioso il pensiero dei figli di Antonio Marazzi, Alina e Martino: “Ci piace pensare che i “nuovi sguardi” ai quali è dedicata la mostra di Crema siano sia quelli acuti e ironici che l’artista - il cui nome in tedesco, Adler, significa proprio “aquila” - e la sua donna ci rivolgono, sia quelli di chi ora li può ammirare in pubblico, e che infine simboleggino un omaggio agli studi e alle passioni di antropologia visuale di nostro padre Antonio, che molto scrisse e rifletté proprio sullo “sguardo antropologico”.
Prosegue Silvia: “la donazione non è un gesto scontato è frutto di un dialogo. Si instaura un rapporto di fiducia, rispetto alla serietà e professionalità che il museo può garantire, a quel punto il donatore sente di dare a una realtà in cui ci sono persone di cui se ne prendono davvero cura”.
La collezione Marazzi
“La tela di Salomon Adler – raccontano i figli Alina e Martino - figurava nel salotto di nostro padre, l’antropologo orientalista Antonio Marazzi, che l’aveva avuta a sua volta in dono da uno zio. Da quel che sappiamo, era in famiglia da secoli, ci piace pensare sin dalla sua realizzazione fra Seicento e il Settecento”. Nell’Autoritratto in veste di pittore in costume orientale, che incontriamo all’ingresso della mostra, si ritrae nell’atto di dipingere una donna, presumibilmente sua moglie. “Sarà proprio lei - racconta il curatore Barbieri - il legame del pittore polacco nato a Danzica nel 1630 con la città di Crema: fino a pochi anni fa si sapeva pochissimo di questo pittore, poi nel 2007 una ricercatrice cremasca ha recuperato un attestato di libero stato, cioè un documento che garantiva che la persona fosse celibe e quindi potesse sposarsi. Adler si sposa con Isabella, figlia di un’importante famiglia cremasca, i Balis Crema”. Martino e Alina commentano così il legame con la città: “Come sappiamo, l’artista era sposato con una cremasca. A questo punto delle nostre vite abbiamo ritenuto che fosse non solo giusto ma anche proficuo farne a nostra volta dono alla comunità dalla quale, in origine, era provenuta. Si vorrebbe che i doni attivino una circolarità virtuosa di scambi e conoscenze e stringano le relazioni fra chi vi è coinvolto. Per noi è stata assolutamente decisiva la conoscenza della direttrice Silvia Scaravaggi e del curatore Alessandro Barbieri. Grazie a loro e ai loro collaboratori abbiamo tutti avanzato nella conoscenza della carriera artistica di questo importante pittore secentesco, fra l’altro in concomitanza con l’esposizione a Cremona di uno strepitoso autoritratto di Rembrandt, in prestito dal museo di Amsterdam, anch’esso in veste orientale”.
Come sottolinea Barbieri, il pittore si raffigura con copricapo e vesti orientali, elementi ricorrenti nei ritratti di carattere tipici dell’area tra Fiandre e Paesi Bassi. L’opera entrerà a far parte della collezione permanente del museo civico di Crema e del Cremasco.
La collezione Ruggeri
“Tutto quello che ha fatto è stato per passione in tutti i campi, mai per ambizione”: con queste parole di Letizia Ruggeri, donatrice della collezione del padre Elia Ruggeri, racchiude l’essenza di un uomo poliedrico, di cui oggi il museo conserva alcune opere artistiche, ma la cui attività fu ben più ampia. “Mio padre, giovanissimo partigiano, è stato impegnato anche in politica: è stato prima vice sindaco di Castelleone e poi sindaco, negli anni ’70 e ‘80. In ambito culturale fondò nel dopoguerra uno tra i primi centri artistico-culturali. Diresse il centro politico-culturale Nuova Città, fu presidente della biblioteca civica e successivamente del centro culturale sant’Agostino, oltre a essere il primo presidente del comitato a difesa della Costituzione. Laureato in pedagogia e filosofia, ha lavorato nella scuola a livello dirigenziale ed è stato autore di vari saggi su Jules Payot e Jacques Maritain, oltre che di testi di pedagogia, educazione, didattica e psicologia. La donazione è scaturita dal fatto che desidero che mio papà venga ricordato almeno in campo artistico. I quadri donati sono sì una donazione, ma anche un lascito perché mi piace pensare che dopo di noi figli rimarranno a disposizione di quanti avranno il piacere di andare ad ammirarli e di ricordarsi di lui”. Nel mostrarci le sue opere Chiara Degetto ci fa notare come la sua eterogeneità si rispecchi anche nella sperimentazione tecnica, dalla pittura ad olio al pastello: “La sua pittura è sempre legata alla tradizione pittorica italiana ed europea, si rifà sempre alla realtà, ma in alcuni tratti c’è sperimentazione, vediamo ad esempio dei cenni di astrazione nel colore”.
A cambiare, tra gli anni ’50 e gli anni ’80 è anche la firma: inizialmente è perfettamente incastonata, quasi nascosta nella pittura, successivamente diventa più evidente e meno curata, concentrando l’attenzione sulla pittura. Gli sguardi dei volti di Ruggeri ci invitano a proseguire verso soggetti naturalistici, come le forsizie, il “fiore della vita”, il primo fiore che nasce in primavera.
La collezione Vasta
“E questa è la collezione di una vita, di questo colonnello, cavaliere, ufficiale Vasta, che ha avuto un ruolo attivo nella vita cittadina” ci introduce così Silvia alla storia di questo importante lascito. In mostra sono esposti solo alcuni degli oltre 250 pezzi, tra macchine fotografiche e accessori che compongono la collezione donata al museo. “Noi abbiamo un museo molto composito, non è una pinacoteca di soli dipinti e quindi si apre anche a collezioni eterogenee. Abbiamo il laboratorio di innovazione culturale Winifred, lavoriamo sui nuovi media, cercando di avvicinare il contemporaneo al patrimonio. Questa collezione si colloca proprio lì: tra le nuove tecnologie e il passato, che comunque è anche presente”. Angelo Vasta, novantunenne, ha donato con gioia questa ricca raccolta, consentendo alla collettività di goderne e di appassionarsene come ha fatto lui fin da bambino. Angelo ci racconta: “Ho cominciato a collezionare macchine fotografiche a otto anni. A casa di mio nonno c’era una macchina in celluloide: da lì è cominciata questa mia passione per le fotografie. Poi, piano piano, questa passione è cresciuta insieme a me. Quando avevo qualche soldo andavo a comprarle ai mercatini e ovunque fosse possibile. In generale sono stato sempre molto appassionato di arti figurative, ho anche frequentato il biennio del Politecnico di Torino. Oggi mio nipote conserva anche una collezione di cartoline postali da me illustrate: le spedivo come augurio per compleanni e festività”.
Eugenio Giuseppe Conti, una importante acquisizione
Nella mostra, protette dagli sguardi attenti di Adler e Ruggeri, trovano spazio anche due giovani ragazze: si tratta di due acquerelli di Eugenio Giuseppe Conti, importante artista cremasco. Le opere non provengono da una donazione ma da un acquisto che completa l’esposizione cronologica e costituisce un altro tassello del nucleo di opere legato a Conti, raffiguranti le sue due figlie: Clorinda e Noemi. Nel museo sono esposti anche altri dipinti che immortalano le fanciulle a diverse età, componendo una storia tutta da scoprire, proprio come accade negli album fotografici che documentano la nostra storia e la nostra crescita.