Quando Baudelaire inventò il nome di flâneur per designare chi si avventura in una solitaria passeggiata urbana (flânerie), aveva sì e no trent’anni. Aveva deciso di immergersi nelle strade cittadine per contaminarsi, sporcarsi, proprio come gli accadde quando rimase infangato dagli schizzi delle ruote di una carrozza nel cuore di Parigi. Niente di meglio per provare sul proprio corpo l’ebrezza di sentirsi un artista capace di muoversi con disinvoltura in una metropoli trasformata, da ciò che poteva essere un secolo prima, in ambiente segnato dall’industrializzazione. Lui, il poeta maledetto, benché non l’avesse mai intrapreso, sapeva bene ciò che aveva significato per artisti d’ogni genere il viaggio in Italia. Ma preferiva viaggi che si fanno restando a casa, avvalendosi della guida (si fa per dire) dell’hashish. Tuttavia dal marchese de Sade a Bachofen, da Dickens a Byron, il viaggio per antonomasia era stato e rimaneva quello in Italia, seguito eventualmente da quello in Grecia.
Soffrire di Spleen
Qualcuno cita Simmel, che però è piuttosto l’inventore del blasé, l’individuo a cui tutto appare privo di senso. Guy Debord associa invece la flânerie alla passeggiata dei peripatetici, ma quest’ultima si fa in compagnia. Fatto sta che Baudelaire resta il nume tutelare di chi soffre di Spleen, Sehnsucht, mélancolie, saudade o umor nero. Costui, se decide di non allontanarsi da Parigi, può tuffarsi nelle strade, preferibilmente sotto una pioggerella appiccicosa, per un’esperienza da fare in solitudine: la flânerie, per l’appunto. Il professor Giampaolo Nuvolati, relatore della serata di lunedì 9 febbraio al Caffè filosofico, per illustrarne il significato, si mette in gioco come spesso usa fare con i suoi studenti universitari di Milano Bicocca: mimando il modo di camminare del dandy, del turista e del flâneur.
Come passeggiano dandy, turista e flâneur
Il primo, sguardo verso l’alto, sbircia la reazione degli astanti, concentrato sulla propria eleganza ed avvenenza, ostentando nonchalance e distacco dalla mediocrità che lo circonda. Un vero e proprio Narciso, condito con un pizzico di sprezzatura, quella disinvoltura che secondo Baldassarre Castiglione dovrebbe caratterizzare il perfetto cortegiano. Ma nel secolo XIX il contesto non era più la corte del XVI, bensì una città attrattiva per ogni intellettuale che volesse cimentarsi in un tirocinio artistico. Il secondo, curioso, con atteggiamento “predatorio”, cammina veloce, come chi intende approfittare al massimo del tempo a sua disposizione. Non si sofferma su ciò che vede, e rivolge lo sguardo or qui, or là, senza trovar pace. Il terzo cammina lentamente, come se portasse al guinzaglio una tartaruga: infatti rifiuta il “tempo misurato” dell’industria moderna, andandosene a zonzo e bighellonando fino ai luoghi malfamati della periferia. Osserva tutto e tutti, con lo sguardo ad altezza d’uomo. Il suo interesse, che non ha nulla dell’intellettuale engagé, non è antropologico né urbanistico né architettonico: è puramente estetico. Concetto, quest’ultimo, che risalta con efficacia nell’opera peraltro incompiuta di Walter Benjamin Passages de Paris: gallerie commerciali divenute simbolo del capitalismo e della società dei consumi ottocentesca.
Ridiventare fanciullo
E arriviamo al tema della soglia: fin dove devo spingermi per capire e carpire l’anima della città? Affinché la passeggiata possa arricchire emotivamente e creativamente il flâneur, egli deve preventivamente sgombrare il campo da ogni pregiudizio e stereotipo, ridiventando innocente come un puer. Niente a che fare con il fanciullino di pascoliana memoria. Piuttosto una sorta di kenosis, uno svuotamento laico che riporta alla condizione di un bambino: una tabula rasa tutta da riempire di nuove conoscenze, idee e scoperte. Negando se stesso in questa sorta di suicidio a metà, il nostro protagonista cessa d’essere architetto, pittore, letterato, e si apre verso l’esterno, ricevendone l’imprinting. Si schiude allora il mondo del genius loci, l’anima del luogo, la sua atmosfera. Pare che sia stata inventata (da Tonino Griffero) anche una atmosferologia. Mi fa pensare al criterio di mio padre nella scelta di un locale, un bar, un ristorante, quando eravamo in viaggio: là no, qui sì perché c’è ambiance. La lentezza è essenziale per giungere alla “verità” del luogo, e ci vuole pure una buona dose di otium creativo. Il professor Nuvolati porta come esempio di attenzione artistica quello di chi guarda come le nuvole incrocino i cornicioni. A Crema non si può non pensare al nostro fotoscrittore Arrigo Barbaglio, che nelle sue fotografie ha fatto delle nuvole capolavori di immagini fantasiose. Nel corso della serata, ritorna spesso il nome di Pierpaolo Pasolini, che nelle borgate romane individuava, più che “la città come teatro”, un set cinematografico, o l’urgenza di poesia e letteratura di critica sociale, il che gli valse forse la fine tragica che conosciamo. Al termine dell’esperienza, il “sacerdote” del genius loci (Benjamin), rientra a casa ridiventando se stesso e riacquistando lo stato di senex.
Il tempo del turista
Che cosa ha guadagnato? Una visione che assomiglia a un’epifania: la manifestazione dei tratti caratteristici di quella città, l’essenza di Parigi, di cui Baudelaire è sacerdote. Così, chi svela Lisbona è Pessoa. Istanbul, Pamuk. New York, Dos Passos. Londra, Virginia Woolf. Certamente è la visione di una verità meno scontata e artificiosa di quella del turista a cui, nel villaggio vacanze a Marrakesh, viene sottoposto un programma che, dalle 17 alle 19, prevede “danza berbera”. Quella danza cronometrata non ha nulla di vero, e magari la finzione viene smascherata da un cellulare che, fra le pieghe dell’abito di scena, scivola a terra durante le giravolte del ballerino frettoloso. La lentezza è davvero essenziale per il flâneur anche in altre situazioni come il bar, dove egli si sofferma senza assillo, oppure le relazioni d’amore, dove la frenesia del sesso pornografico cede il posto all’erotismo che gode di fantasticherie dell’attesa. Infatti l’aspirante libertino si trova a suo agio nei panni del flâneur.
La flânerie e il rifiuto del consumismo
E la flâneuse? Ai primi del Novecento la donna che passeggia da sola viene subito classificata come “passeggiatrice”. Non può essere una artista. Alcune pittrici russe del primo Novecento, per lavorare, si rendono invisibili vestendosi da uomo. Viceversa, in tempi più vicini a noi, se una donna cammina solitaria dev’essere una casalinga che va a fare la spesa. E a proposito di spesa, nel prontuario del flâneur si insinua anche un tratto anarchico: il rifiuto di consumismo e mercificazione. Peccato che la società (e l’uomo) a una dimensione, già dagli anni in cui si leggeva Marcuse, si sia sempre più specializzata nell’integrare ogni forma di dissenso, ogni sussulto rivoluzionario, ogni anticonformismo e perfino ogni catarsi artistica, neutralizzandone la carica eversiva. Così sono nati luoghi preventivamente allestiti per rispondere ai bisogni del nostro genio maledetto, luoghi che lo attirano con il canto delle sirene di una discrezione rispettosa del pensiero lento e solitario. Lui non ci casca, e rifugge da quei “paradisi artificiali”, nell’illusione di salvarsi.
Insinuarsi negli interstizi della città
I filosofi si dividono nell’interpretazione: secondo i fenomenologi, i caratteri di Parigi che si manifestano al flâneur sono e restano sempre gli stessi. Secondo i costruzionisti, mutano in relazione a ciò che anche l’uomo, che sia o no flâneur, contribuisce a creare. Resta il fatto che questo intellettuale curioso continua ad insinuarsi negli “interstizi” delle città, dove incontra chi non conosce, ed entra nei luoghi terzi, diversi dal primo, la casa, e il secondo, il luogo di lavoro. Nel terzo è attratto da aspetti insignificanti, che colpiscono il suo sguardo non oggettivo, da scienziato, ma soggettivo, da pittore, poeta o sognatore. E la città diventa teatro.
L’uomo che raccoglieva i guanti
Conclusione: ancora una volta, che cosa ci guadagna l’uomo? dice il saggio Qohélet. Dipende da ciò che alberga nel suo intimo. Magari guadagna una migliore conoscenza di ciò che ormai è diventato abituale chiamare daimon. Oppure, se non può diventare né l’uomo che parlava ai cavalli, né l’uomo che piantava gli alberi, visto che il suo scopo è mettersi in contatto con il daimon della città, diventerà l’uomo che raccoglieva i guanti, come quel tipo originale che nella propria casa parigina vantava un’intera collezione di guanti. Tutti spaiati, perduti per la strada quasi certamente da un turista frettoloso che, mentre consultava la guida, non s’era accorto che la neve e il vento glielo avevano portato via. E con quei guanti smarriti il sacerdote della metropoli aveva addobbato il suo tempio di flâneur.