15-10-2017 ore 19:21 | Cultura - Proiezioni
di Giancarlo Alviani

Blade Runner 2049. La degenerazione della vita biologica in un mondo di ferro e led

Alan Kirby, nel suo saggio La morte del postmodernismo e oltre, afferma come l’epoca postmoderna sia di fatto morta e sepolta. Al suo posto è sorta una nuova forma di autorità e di conoscenza, determinata dalla forza delle nuove tecnologie e delle tensioni sociali multietniche. Proprio come nella Los Angeles postatomica del 2049 dove ai pochi esseri umani rimasti si mischiano i replicanti, androidi prodotti dalla più sofisticata ingegneria genetica, destinati ad occuparsi dei lavori che l’uomo non ha più interesse a fare. Qui la vita scorre in una dimensione distopica e cupa, mentre continue piogge acide lambiscono la luce dei milioni di led che una metropoli immensa riverbera nel cielo. Mentre i terrestri perdono di umanità fino ad assomigliare sempre più agli androidi, i replicanti prendono sempre più coscienza delle loro limitazioni e non accettano che esista un termine alla loro esistenza.Film ipnotico e straniante, visionario e messianico, reitera il leitmotiv del BladeRunner di Ridley Scott: il soffocante dramma di scoprire che si èstati concepiti come un oggetto. Perché è solo nel momento in cui si prende consapevolezza della propria esistenza, e dunque della propria morte, che si tenta con ogni forza di durare, di rimanere in vita.

 

Vita naturale e surrogata

Film di contrasti, dove la vita naturale è specchio della vita surrogata, in cui il virtuale si innesta nel reale, laddove l’assenza di una qualsivoglia morale spersonalizza l’io. Ben recitato, intenso, con qualche buco di trama, investe lo spettatore con una fotografia satura e una colonna sonora dagli echi sinfonici, strizzando l’occhio ad Elvis e a Sinatra. Non scimmiotta la pellicola dell’82 ma ne amplifica il senso di smarrimento insito nelle vite artificiali e lo fa in un momento storico, il nostro, in cui lo scontro tra generi e razze non si è ridotto ma anzi acutizzato. I riferimenti alle inquietudini contemporanee, infatti, non mancano: il diverso e la sua necessità di autodeterminarsi, il dilemma etico sull’identità, l’obiettivo di sintetizzare la procreazione per sentirsi padre creatore. L’algido Ryan Gosling, agente K, regge il confronto con il Deckard di Harrison Ford, che torna ora, incanutito e solitario, ma padre di una bambina speciale. Il cast è composto da Ryan Gosling, Harrison Ford, Robin Wright, Ana De Armas, Jared Leto e Dave Bautista. La regia è affidata a Denis Villeneuve. La sceneggiatura è scritta da Hampton Fancher e Michael Green basandosi sui personaggi di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip Dick. Fotografia, montaggio e musica sono curati rispettivamente da Roger Deakins, Joe Walker, Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch. Durata: 2 ore e 43 minuti. 

 

 

 

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