14-04-2024 ore 19:04 | Cultura - Incontri
di Paolo Emilio Solzi

Terza giornata Marignoni della Federazione esperantista italiana alla biblioteca di Crema

La Federazione Esperantista Italiana ha organizzato, presso la biblioteca di Crema, la Terza Giornata Marignoni. Infatti nella città di Call Me By Your Name nasceva nel 1846 Daniele Marignoni, importantissimo studioso di esperanto. Per inciso, ne abbiamo avuto un altro, Ugo Palmieri (1915-1984), che purtroppo non viene spesso citato in tale veste. Dopo il benvenuto dell’assessore alla cultura Giorgio Cardile, la conferenza è stata introdotta da Laura Brazzabeni, presidente della FEI e direttore generale dell’Istituto Italiano di Esperanto. Quest’ultima ha ricordato Marignoni come un pioniere dell’esperanto, interessato fin da giovane alle lingue e alle culture straniere. Per lui, le lingue non erano solo strumenti per comunicare, ma anche ponti per promuovere la pace internazionale. Marignoni ha pubblicato la prima grammatica di esperanto per italiani, pochi anni dopo l’invenzione di questa lingua “artificiale”, verso la fine del XIX secolo. Marignoni è morto a Crema nel 1910. Le sue spoglie riposano nel famedio del cimitero maggiore, insieme a quelle di altri illustri cremaschi.

 

Il mondo di ieri

La prima relatrice è stata Camilla Peruch, autodefinitasi “veneta, italiana ed europea, ma non necessariamente in questo ordine”. La storica della Grande Guerra (e diplomata in pianoforte che si è avvicinata “per caso all’esperanto, studiando il pacifismo”) ha illustrato l’evoluzione dell’esperanto, inventato fra il 1872 e il 1887 dal linguista polacco Ludwik Lejzer Zamenhof. Dopo “il trionfo della borghesia” in Europa – per dirla con Eric J. Hobsbawm – la fine del XIX secolo fu un periodo di progresso tecnologico, scoperte rivoluzionarie, prosperità economica e relativa stabilità politica. La Francia era nel pieno della Belle Époque. L’Ottocento è stato il secolo più liberale della storia, come sottolinea Niall Ferguson. Insomma, spiega Peruch, nel Vecchio Continente regnava un clima favorevole alla diffusione dell’esperanto, coltivato soprattutto da intellettuali e pacifisti. Nel 1889 la nobile austriaca Bertha von Suttner, premio Nobel per la pace nel 1905, pubblicò il romanzo pacifista Giù le Armi! (o Abbasso le Armi!). Perfino l’ultimo zar dell’impero russo, Nicola II Romanov, propose di riciclare il metallo degli armamenti per costruire aratri, ponti e ferrovie. I Paesi europei volevano accordarsi per abolire le spese militari e istituire una sorta di arbitrato internazionale, da attivare in caso di controversie. Nel 1863 in Svizzera era nata anche la Croce Rossa (il cui simbolo non è altro che la bandiera svizzera a colori invertiti). Un anno dopo, verrà ratificata la prima Convenzione di Ginevra per il miglioramento della sorte dei feriti in battaglia.

 

Il secolo breve

Peruch ha parlato anche di Moresnet, uno Stato di soli 3,5 chilometri quadrati (a sud di Aquisgrana, al confine fra Germania, Belgio e Paesi Bassi). Fu creato durante il Congresso di Vienna dai Paesi che si contendevano una miniera di zinco. Alla fine si decise che quel piccolo territorio sarebbe stato amministrato in comune. Moresnet sarebbe dovuto diventare il primo Stato con l’esperanto come lingua ufficiale (e il nome di Amikejo, “luogo di amicizia”). Purtroppo nel 1914, l’anno del decimo Congresso Universale di Esperanto, scoppiò la prima guerra mondiale: una battuta d’arresto nella diffusione della lingua di Zamenhof. Ma le relazioni tra gli esperantisti dei vari Paesi europei rimasero ottime durante il periodo bellico. Nel 1918 un capo scout esperantista, Alexander William Thomson, creò un gruppo di esperanto all’interno dei boy scout. Il sogno di una lingua universale di pace ha subito un altro colpo durissimo, quasi mortale, con lo scoppio della seconda guerra mondiale. Adolf Hitler riteneva l’esperanto una lingua degli ebrei (poiché Zamenhof era ebreo) e nella Russia di Iosif Stalin la situazione non era certo migliore. La lingua “artificiale” non si è mai affermata presso il grande pubblico, ma quantomeno è sopravvissuta al Secolo Breve. L’esperanto ricorre ancora oggi nell’imperituro immaginario del “complotto giudaico-massonico” e nelle teorie cospirazioniste degli antieuropeisti, insieme al fantomatico “piano Kalergi”. Il conte Richard Nikolaus von Coudenhove-Kalergi era un filosofo austro-ungarico, fondatore nel 1922 dell’Unione Paneuropea e chiamato “quel gran bastardo” da Hitler.

 

Colui che spera

Il secondo relatore, Nicola Ruggiero, poeta, insegnante ed esperantista, ha analizzato più nel dettaglio la figura di Zamenhof, ebreo litwak, cittadino dell’impero russo, nato a Białystok nel 1859 e morto a Varsavia nel 1917. L’esperanto è nato in seguito all’Haskalah, l’illuminismo ebraico. Nel 1906 Zamenhof ha rielaborato alcune dottrine filosofico-religiose ebraiche per fondare l’Homaranismo, un “umanitarismo” (o nuovo umanesimo) secondo cui “ogni uomo dovrebbe guardare e amare ogni altro come proprio fratello”. L’umanità sarebbe un’unica grande famiglia in cui le guerre non hanno senso. Ruggiero ha letto alcuni testi in esperanto, tra i quali La Espero, ossia “La Speranza”, inno del movimento esperantista. La lingua di Zamenhof suona piuttosto simile al greco antico, condito con qualche parola di latino, italiano e spagnolo. Nelle intenzioni dell’ideatore, doveva essere una seconda lingua semplice da imparare per tutti i popoli. In effetti, vari studi hanno dimostrato che l’esperanto è facile da studiare, anche da autodidatti e in età adulta. Le regole grammaticali sono state scelte fra quelle delle lingue conosciute da Zamenhof e non prevedono eccezioni. Anche i vocaboli derivano da idiomi preesistenti. L’esperanto è nato in un’epoca d’oro: il Mondo di Ieri di Stefan Zweig. L’Europa del XIX secolo era assai diversa dalla nostra. Chissà se un giorno – riprendendo immagini care a storici come Hobsbawm e Ferguson – la lingua di Zamenhof riuscirà ad uscire dai salotti aristocratici e dai café borghesi ottocenteschi per essere parlata nelle piazze popolari… Dopotutto “esperanto” significa “colui che spera”; e la speranza è sempre l’ultima a morire. In questi tempi di guerre alle porte del Vecchio Continente, riscoprire un linguaggio universale di pace non sembra una cattiva idea.

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