Come una fiamma che si alimenta e si trasforma: da rabbia a luce in mezzo al buio. “E' un modo per farsi vedere, per farsi ascoltare, per farsi riconoscere”. L'idea che Viviana Maccarini suggerisce dei giovani di oggi è racchiusa nel titolo del suo secondo romanzo, Piccoli fuochi, edito da Rizzoli. Lo ha presentato ieri sera, giovedì 11 giugno, presso l'auditorium di Enercom a Cremosano in occasione dell'anteprima della nuova edizione del festival letterario Inchiostro, in dialogo con Martina Carioni. “Penso che la fragilità non sia un'etichetta, sia una condizione che caratterizza giovani che chiedono di essere ascoltati e che vorrebbero relazionarsi con adulti meno fragili, meno intimoriti più consapevoli. La luce è presente in ognuno di loro. Va solo scovata, ravvivata, compresa”. Quando ha varcato per la prima volta la soglia di un istituto professionale da insegnante, Viviana ha conosciuto una nuova parte di realtà: “quando cresciamo in famiglia, ci aspettiamo che il mondo assomigli a quel guscio che sempre ci ha protetto, pur facendoci diventare grandi. Da adulti, ci accorgiamo che il mondo è anche altro. In quella scuola ho conosciuto storie di vita diverse dalla mia, storie di fragilità, di degrado, di paura, di rabbia. Di vita, appunto. Perchè anche i momenti difficili, fanno parte della vita. In piccoli fuochi, racconto ciò che ho visto: credo questo sia il modo migliore per dare forma ad una narrazione che ci appartiene, perché ci riflette”.
Essere giovani
Nel libro Maccarini paragona la scuola ad un animale. Feroce. Scura. Fredda. Lontana dai giovani e dai loro vissuti. Dove conta cosa fai, ma non chi sei. Dove contano gli esiti e non i passi. Dove contano lezioni, ma non esempi. Dove ognuno è solo. Con le proprie paure, il proprio caos, le proprie fragilità. Oppure no. Perchè “passato il primo giorno, ho capito che potevo scovare storie: insegnare ed imparare”. “Non mi sono fermata all'astuccio incendiato in giardino o al fatto che al primo giorno di lezione i giovani mi avessero chiuso a chiave nell'aula. Ho stretto i denti ed ho imparato a guardarli per ciò che sono”. Giovani, non sbagliati. Giovani, pieni di sogni lungo una strada in salita. Giovani, in un tempo individualista, egoista, distante. Giovani, piccoli fuochi, che trovano in un giallo che si ripresenta anni dopo gli eventi, l'occasione per capire da che parte stare: quella della giustizia, della condivisione, anche tra quelle mura fredde che riducono il loro essere ad un numero. “Perchè in fondo la scuola è fatta di persone. E grazie alle persone si salva. Per alcuni ragazzi provenienti da contesti familiari disagiati, la scuola può diventare un'occasione di normalità, dove sperimentare la bellezza dell'adolescenza”. Perché è vero, l'adolescenza è cambiamento. E il cambiamento fa paura. Ma è anche l'occasione per non restare fermi, per posizionarsi. Per scegliere chi essere. Per avere il coraggio delle proprie idee. Dei propri sogni. E dei propri sbagli.
Scuola, spazio di normalità
Viviana ci ha creduto: ha cominciato a scrivere sin da piccola. Chiusi gli studi universitari con un master in cinema si è affacciata ad un mondo “complicato, chiuso, diffidente: quello dell'editoria”. “Era estate: ho inviato una presentazione a tutti gli editor milanesi. Mi ha risposto solo uno, proponendomi di diventare una ghostwriter. Ho accettato. Alla scrittura ho sempre affiancato altri lavori tra cui quello di insegnante, ma per me scrivere è un modo per condividere conoscenza, amo raccontare di cose che conosco, di cose di cui mi sento parte, come la scuola. Nella mia esperienza ho cercato di fare in modo che i ragazzi percepissero quelle mura non solo come un luogo di giudizio, ma anche come un luogo per stare insieme, dove condividere storie e comprendere che in fondo le difficoltà che attraversiamo non ci rendono diversi. Spesso, ci rendono simili”.