12-01-2024 ore 17:29 | Cultura - Incontri
di Paolo Emilio Solzi

Filosofia e teatro, Giuseppe Girgenti ricorda Giovanni Reale e Carlo Rivolta al Caffè filosofico

Serata da grandi occasioni, quella di lunedì 8 gennaio al Caffè filosofico. Fra il pubblico, oltre agli aficionados, alcuni visi nuovi di giovani e adulti venuti a ricordare chi era Carlo Rivolta, o a sentir parlare di Giovanni Reale. Le traduzioni di quest’ultimo, riportate nei manuali, offrivano un’ancora di salvezza per capire qualcosa della filosofia antica, soprattutto Platone. Così la motivazione ad una presenza attenta si è incrociata fra diverse generazioni, scombussolando la cronologia che avrebbe voluto gli studenti memori solo delle ultime rappresentazioni teatrali di Carlo Rivolta, e gli adulti accorsi per sentir commemorare il proprio docente di filosofia all’Università Cattolica di Milano.

 

Una vita per il teatro

Al termine della serata qualcuno si è spinto a definire quell’incontro “il più completo del ventennio” del glorioso Caffè. Dopo la lectio magistralis di Giuseppe Girgenti, due attori che stanno proseguendo l’opera di Rivolta, Luciano Bertoli e Davide Grioni, hanno recitato passi del Fedro platonico. Poi la parola è passata a Nuvola de Capua, moglie e compagna di Rivolta in una vita dedita al teatro con punte di entusiasmo (nel significato platonico di invasamento da divinità) ed abissi di solitudine. Davide ha recitato quella parte del dialogo Simposio nota come “scala d’amore”, in realtà molto platonica, da Socrate attribuita alla sacerdotessa Diotima.

 

Dal teatro alla filosofia

Girgenti, dopo avere spiegato il motivo che teneva uniti Rivolta e Reale, ossia il teatro, si è soffermato su oralità e scrittura. Girgenti non è soltanto un eccellente allievo di Reale, ma ha studiato con altri grandi pensatori, come Gadamer e Hadot, che hanno contribuito a definire e caratterizzare la sua interpretazione del rapporto tra filosofia antica e cristianesimo. Reale ha intuito nel lavoro di Rivolta la possibilità di realizzare il sogno del giovane Platone: comporre opere teatrali. Quei testi giovanili furono da lui “affidati al dio Efesto” (dati alle fiamme) non per rinnegare il teatro, ma perché l’incontro con Socrate gli aveva schiuso orizzonti inediti e appassionanti. La filosofia è musica per le orecchie del maestro, ma è anche vipera per gli studenti che, una volta subitone il morso, non se ne liberano più.

 

Scrittura e memoria

Girgenti ha sottolineato l’ambiguità della scrittura: farmaco della memoria, è medicina che offre un sussidio per riportare alla mente parole ascoltate, dialoghi, orazioni. La scrittura era nata proprio come sussidio della memoria. Gli aedi, che cantavano le gesta degli eroi omerici di piazza in piazza, non ne sentivano la necessità. La loro memoria era in ottima forma, come quella di alcuni istrioni toscani che sono in grado di recitare l’intera Divina Commedia. Ma poeti, retori, avvocati prendevano nota per declamare in tribunale o in contesti celebrativi ciò che avevano composto. E tuttavia, come ogni medicina, quel farmaco può diventare veleno, ad esempio quando nascono testi funzionali al potere politico. Quest’ultimo non sempre è la democrazia di cui Pericle tesse le lodi in un discorso riportato per iscritto da Tucidide.

 

Teatro platonico, teatro shakespeariano

Perciò il bravo maestro non scrive tutto. E il vero filosofo non scrive sulla carta, ma nell’anima. L’alunno infatti deve trovare da solo la verità, a partire da quella scintilla che il maestro ha acceso dentro di lui. Certamente è vero, afferma Girgenti, che Platone nei dialoghi mette in scena un teatro di idee, non un teatro di passioni, come fa Shakespeare. Ma è anche vero che pur trattando di filosofia è capace di comunicare gioia, impegno, desiderio di giustizia, indignazione verso la malvagità, amore per la virtù, la verità e la bellezza.

 

Il mito di Theuth

Tocca agli attori raccontare la favola dell’invenzione della scrittura, il mito di Theuth presente nel Fedro, recitato da Bertoli-Socrate che interpreta il faraone Thamus e Grioni-Fedro che difende il frutto della propria creatività. Thamus smentisce l’inventore, fiero di aver creato un valido sussidio per memoria e sapienza, controbattendo che al contrario la scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza delle anime di coloro che la impareranno. Costoro, fidandosi della scrittura, si abitueranno a ricordare dal di fuori, mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se stessi. Per di più diverranno presuntuosi e portatori di opinioni, anziché sapienti. Internet è un ritrovato tecnologico che riproporrà dinamiche simili a quelle della transizione dall’oralità alla scrittura. La nostra memoria non è stata potenziata, ma decisamente schiacciata dalle meravigliose possibilità dei motori di ricerca. Ci sfugge il nome di un luogo, un titolo, una canzone? Basta un clic ed ecco tutte le informazioni che avevamo dimenticato.

 

Il teatro di Carlo Rivolta

Quando Nuvola prende la parola, veniamo rispediti in una Crema di cinquant’anni fa: Rivolta sperimentò i primi spettacoli brechtiani con Teatro Zero. Da allora, ad eccezione dei periodi trascorsi come direttore del teatro Fraschini di Pavia e poi del teatro alle Vigne di Lodi, il suo lavoro gravitò più che su Lodi, sua città natale, su Crema. Incontrò centinaia di studenti delle scuole superiori, affascinati da chi sapeva trasmettere loro la passione per i classici. Su invito di don Emilio Lingiardi, recitò in Duomo il Cantico dei Cantici insieme a Simona Fais. All’Auditorium Manenti fu accompagnato da un trio musicale che eseguì l’Internazionale per La messa dell’uomo disarmato di don Luisito Bianchi. Grazie a don Roberto Vignolo, Carlo approfondì lo studio dei Libri della Sapienza. E fu proprio negli anni Ottanta che, dopo aver assistito ad una sua rappresentazione di Qohélet, Reale gli propose di cimentarsi in Apologia di Socrate. Nuvola legge la dedica di Reale del testo Eros demone mediatore indirizzata a Carlo, con l’augurio di “salire sempre più in alto nella scala di Eros”.

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