09-07-2026 ore 20:10 | Cultura - Arte
di Vittorio Dornetti

Francesca Baldacci: racconti rosa, la letteratura per alimentare i sogni della gente comune

Francesca Baldacci, la scrittrice cremasca scomparsa alcuni giorni fa, ha lasciato un vuoto, come tutte le persone che possono vantare una storia tale da renderle riconoscibili, ai familiari prima di tutto, ma anche a tutti quelli che hanno incrociato la loro vita. E Francesca, con i suoi scritti, di gente ne ha incontrata molta: il suo stile luminoso e accattivante rimane nella memoria di molti. Come scelta narrativa, ha privilegiato racconti rosa (oggi si direbbe indebitamente romances) quando il genere era ancora considerato tabù, sottoletteratura per signorine ingenue e ignoranti. In realtà la sua vicenda di narratrice era iniziata molto tempo prima quando (è una sua confessione diretta) al liceo già riempiva pagine e pagine di quaderno con storie improvvisate sui più diversi soggetti. Comunque lo si voglia interpretare (anche Jane Austen e le sorelle Bronte avevano cominciato così), questo è il segno di un amore e di una fedeltà assoluta alla letteratura che Francesca non smentirà mai per tutta la sua vita, assumendo lo scrivere come professione e ragione di vita, e che non cesserà neppure negli ultimi giorni.

 

Il genere rosa

La scelta del genere sentimentale provocò una contesa dai tratti un po’ ruvidi, ma illuminante, quando la scrittrice venne invitata da Antonio Grassi, artefice e direttore di Ipotesi '80, a scrivere un racconto per il periodico (erano gli ultimi mesi del 1981). Ad esso reagì con parole dure, e piuttosto sprezzanti, una collaboratrice, Rosaria Razza, che tacciava il genere rosa di insulsaggine, di prevedibilità (dimenticando che quest’ultima è appunto un elemento strutturale della cultura popolare, del feuilleton), di alimentare i sogni terra terra di un pubblico “sottoculturato”, di obbedire ad esigenze di mero consumo. Sullo stesso periodico, rispose la stessa Baldacci (uno dei pochissimi interventi teorici che redasse), mostrando una nitida consapevolezza dei confini del genere e della sua scrittura: “Questa è narrativa di evasione. Non ha pretese di cultura, ma semplicemente di trattare ciò che riguarda la gente e i suoi problemi” (con il merito, vale la pena di aggiungere, di accostare alla lettura gente che mai avrebbero aperto un libro). Simile del resto è la difesa del genere che fece Giorgio Scerbanenco, grande e versatile scrittore popolare, che tentò varie strade prima di trovare il noir, che si dimostrò il più congeniale per lui.

 

Una preziosa lezione

La scelta di un genere e di uno stile che piaccia ai lettori e rappresenti l’autore sta appunto al centro della questione: “Personalmente scrivo quello che sento e che mi piace e forse proprio per questo non ho mai avuto problemi”. Francesca nega infine, e con buone ragioni, che il romanzo sentimentale presupponga di necessità la passività, la dipendenza emotiva, la sottomissione della donna: “Hanno il coraggio delle loro azioni ed è soprattutto questo il modello che tento di proporre nelle mie storie”. Come dire: i mutamenti più significativi sono quelli che cominciano appellandosi al vissuto minuto delle persone, senza sconvolgimenti controproducenti. Una lezione ancora preziosa, in una cultura come quella attuale in cui la provocazione è ritenuta un’efficace forma di sensibilizzazione. Nella sua ampia produzione (scrisse anche molte storie e romanzi brevi per diverse riviste e curò la posta dei lettori di Topolino), l’autrice rimase fedele a questo programma. Il suo romanzo di maggior successo, Vacanze da Tiffany, si regge sul racconto di un amore difficile e contrastato. Inizia secondo copione con una reciproca ostilità, ma poi si raffina nel tempo e si conclude esattamente come i lettori volevano, certo, ma anche con piena consapevolezza di quanto sia difficile raggiungere ciò che si vuole e che si ama, anche solo in termini di chiarezza dei propri sentimenti: una difficoltà proporzionata al bene che si vuole raggiungere.

 

La sua voce

Certo, il romanzo chiede aiuto alle strutture narrative tradizionali del romanzo sentimentale, alla favola (con tanto di zie – fate madrine), ad un’ambientazione magica, da sogno, nonostante i riferimenti agli anni Sessanta e ad Audrey Hepburn. Se esiste, come oggi si tende a credere, un “patto col lettore”, al quale l’autore deve obbedire, la bravura di Francesca si esplicita proprio nel mettere d’accordo il suo animo, la sua visione ottimistica (ma non cieca) della vita con le attese di quante (o quanti: esiste una vera corporazione di scrittori maschi che pratica il genere) desiderano proprio quello da un romanzo. Proprio la mancanza della sua voce rende esplicito il vuoto a cui ci si dovrò abituare.